Negli anni Settanta del secolo scorso era molto più facile di oggi fare amicizia. Forse perché ero giovane, forse, soprattutto, perché le barriere erano decisamente inferiori: classi sociali, generi, età differenti, interessi comuni permettevano connessioni inaspettate, amicizie, fratellanze, amori, solidarietà, sostegni, consensi e anche fortissimi dissidi.
Tra i molti voglio raccontare dell’amico Arik, dalla vita avventurosa e dalla straripante simpatia. Era a Milano per studiare medicina. Era un ebreo russo che con la famiglia era riuscito a ottenere un visto, dopo lunghissime trattative, per uscire dall’URSS. Felicissimi erano approdati a Israele, la “patria” degli ebrei che prendendo subito l’iniziativa l’arruolarono tra i carristi. Quando l’ho conosciuto parlava un italiano come i sovietici nei film degli anni ’60 e ‘70 del secolo scorso. Enorme la mole di storielle e barzellette sulla nomenclatura sovietica e sulla tradizione ebraica. Ci siamo persi di vista, non credo sia mai tornato in Israele, oggi vive in Australia.
Recentemente Livio Pepino ha scritto: “Gaza è uno spartiacque etico” (https://vll.staging.19.coop/in-primo-piano/2025/10/22/di-gaza-del-tramonto-delloccidente-dellegemonia-della-destra/ ). Posso immaginare che oggi Arik non starà dalla parte di Putin (invasore dell’Ucraina) e neppure dalla parte degli israeliani massacratori a Gaza. Si definiva ebreo errante, infatti non si è mai fermato, precedentemente aveva vissuto in Sud Africa, in Canada, in Nuova Zelanda e poi non so dove altro.
Nel 1974 esce il film Il fantasma della libertà di Luis Bunuel. Quel titolo oggi sembra profetico, raccontava diverse storie: frati che giocano a poker scommettendo santini e scapolari; un gruppo di agenti burloni; due famiglie che si incontrano intorno a una tovaglia imbandita e le sedie sono sostituite da sedute di wc. Un episodio racconta di un uomo che, con un fucile di precisione, uccide molti innocui passanti. Processato e condannato a morte esce dall’aula stringendo le mani di avvocati, poliziotti e spettatori, infine firma degli autografi prima di uscire tranquillamente dal palazzo di giustizia. Oggi è come nel film del regista surrealista, sembra che gli assassini vengano incoraggiati, che le loro abiette azioni vengano sostenute dai più, che chi più è mascalzone più viene rispettato. Anche se condannati proseguono indisturbati nei loro crimini. Una fotografia della contemporaneità.
L’amico Arik è stato doppiamente vittima della storia. Per fortuna si è salvato fuggendo da una parte all’altra del mondo. Era l’unico tra i nostri amici che avesse combattuto una guerra, impensabile per giovani nati tra gli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso in Italia e in Europa.
Stiamo assistendo a un incubo inimmaginabile. Dopo il dramma del Covid, ecco apparire il fantasma della libertà, un fantasma che nega la critica, l’opposizione, la resistenza. Come per lo sterminio degli ebrei si negava l’evidenza. È stato difficile allora, e lo è oggi, nonostante la realtà delle immagini e delle testimonianze. La propaganda, le notizie false fatte credere vere, i soldi spesi per confondere e intorbidire opinioni, la scarsa lucidità degli uomini politici, la volontà deliberata di mentire, l’assenza di umanità e solidarietà, le ricostruzioni molto dubbie fornite dall’Intelligenza artificiale, i volgari compromessi per aumentare profitti già enormi, carriere costruite sul nulla, rifiuto della cultura sono tutti elementi del disastro. Sberleffi nei confronti delle organizzazioni umanitarie, dell’ONU, dell’Unicef, dei diritti internazionali dell’uomo etc. Le fanno sembrare organizzazioni arcaiche, inutili, mancando il sostegno di Stati che le avevano create. A tutto ciò si aggiunge l’enorme potere economico dei padroni della rete e dei social che riescono a influenzare e sostituirsi perfino agli Stati. È vero, la società occidentale sembra essere in declino, un declino meritato, non in grado di offrire alternative, aggrappata disperatamente a meccanismi e politiche insensate, convinti di essere in credito nei confronti del resto del mondo, certi di poter affrontare con sistemi vecchi il nuovo. La follia politica di Trump, l’inaffidabilità totale delle decisioni, l’incertezza e l’inadeguatezza europea con leader eccessivamente prudenti e spesso inetti.
Siamo spaventati perché non vediamo nulla e nessuno in grado di affrontare questa crisi, rimane la piazza, la rivolta dal basso, la volontà popolare che è ed è stata l’unica a svelare pubblicamente (prendendo spesso anche botte) la realtà liberandola dalla cortina di fumo e nebbie. La destra mondiale tenta di minimizzare: le decisioni si prendono altrove, sono soltanto estremisti e violenti, fanno così perché non hanno voglia di studiare (o lavorare), favoriscono Hamas. Non si bruciano le bandiere, non si aggrediscono le forze dell’ordine (la destra ha sempre avuto una fiducia totale e delirante nella forza pubblica e negli eserciti che vanno difesi comunque: è il ricordo, per loro indimenticabile, dei colpi di Stato), così non si può andare avanti etc. Quattro idee voltate e rivoltate, una frittata di banalità. Che purtroppo sembrano essere ascoltate.
«Ne trarremmo tutti un gran profitto se riuscissimo a eliminare per sempre il dannoso termine “obbedienza” dal nostro vocabolario politico e morale» così scriveva Hanna Arendt testimone del male, di come sia stato facile diventare carnefici di buona volontà, come dietro la normale amministrazione e l’organizzazione del lavoro si nascondessero efferati crimini. Zygmunt Bauman che di persecuzioni, fughe, esodi se ne intendeva in Modernità e olocausto spiega che è l’organizzazione scientifica del lavoro che ha permesso un genocidio in grande stile. «L’olocausto è un prodotto collaterale dell’aspirazione moderna a un mondo pienamente progettato e controllato». Per il nazismo era soltanto una questione di problem solving. La lontananza dalla violenza, quella alla quale è possibile assistere prova empatia per la vittima, se la stessa cosa avviene di nascosto, lontano da occhi indiscreti non crea problemi.
È così che nascono i progetti residenziali a Gaza. Il lusso e la ricchezza, i palazzi, i casinò, le statue d’oro, la tranquillità, la negazione dei conflitti. Tutto ordinato, preciso e delimitato, esattamente come nei cimiteri.
