Quando smetteremo di accettare di essere presi in giro?

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Un cittadino italiano che legga i giornali e segua l’informazione televisiva riceve quotidianamente la conferma che “il re è nudo”. Non ci vuole lo sguardo ingenuo e la mancanza di ipocrisia del bambino della fiaba: basta aver sufficiente capacità critica e discreta memoria per insospettirsi di fronte ad evidenze che, se false, vengono spacciate per verità, se vecchie e risapute, vengono spacciate per novità. Porterò tre esempi recenti.

Primo esempio. Il referendum abrogativo della legge Calderoli è stato giudicato inammissibile e le motivazioni addotte dalla Corte costituzionale sono state portate a conoscenza dei cittadini da un comunicato della Corte stessa. Francesco Pallante si è già occupato, di commentare il comunicato e ha giustamente messo le mani avanti, poiché non si conosce ancora la sentenza completa, che potrebbe illuminarci su quella che adesso appare una scelta discutibile. So che il referendum è stato cancellato poiché la Corte ha rilevato che «l’oggetto e la finalità del quesito non risultano chiari» e aggiunto che tale mancanza di chiarezza «pregiudica la possibilità di una scelta consapevole da parte dell’elettore». Non essendo una giurista ho valutato il quesito referendario con il criterio del buon senso: la prima osservazione che a me era venuta in mente leggendolo andava nella direzione opposta rispetto al pronunciamento della Corte. «Finalmente un quesito chiaro», mi son detta. «Volete Voi che sia abrogata la legge 26 giugno 2024, n. 86, “Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata delle Regioni a statuto ordinario ai sensi dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione?»: più chiaro di così! I referendum in Italia sono abrogativi, qui si chiede se si voglia abrogare l’ultima porcata a firma Calderoli e io non vedo alcun margine di ambiguità.

Nel frattempo riaffioravano alla memoria certi quesiti aggrovigliati come un gomitolo con cui abbia giocato un gatto. Ad esempio: «Volete voi che sia abrogato il Decreto del Presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n. 361, nel testo risultante per effetto di modificazioni ed integrazioni successive, titolato “Approvazione del testo unico delle leggi recanti norme per la elezione della Camera dei Deputati”, limitatamente alle seguenti parti: art. 19, limitatamente alle parole: “nella stessa”, art. 85?». Il quesito riguardava l’abrogazione della possibilità per uno stesso candidato di presentare la propria candidatura in più di una circoscrizione, ma, senza il titolo, sarebbe risultato criptico. E questo invece è il quesito che spinse verso il maggioritario: «Volete voi che sia abrogata la legge 6 febbraio 1948, n. 29, recante “norme per l’elezione del Senato della Repubblica”, limitatamente alle parti seguenti: art. 17, secondo comma, limitatamente alle parole “al 65 per cento dei votanti”; art. 18, primo comma, limitatamente alle parole “alla segreteria del Senato, che ne rilascia ricevuta, qualora sia avvenuta la proclamazione del candidato e, nel caso contrario”; art. 19, primo comma, limitatamente alle parole “o delle comunicazioni di avvenuta proclamazione”; secondo comma, limitatamente alle parole “presentatisi nei collegi”; terzo comma, modificato dall’art. 1 della legge 26 aprile 1967, n. 262, limitatamente alla parola “suddetti”; ultimo comma, limitatamente alla parola “soltanto” nonché alle parole “il candidato che in detto collegio ha ottenuto il maggior numero di voti validi, e”?». Per questo referendum l’afflusso fu del 76,86% e il quesito passò con l’82,74%. Con quale grado di consapevolezza dei votanti? Numerosissimi poi, i quesiti referendari italiani che superano le mille parole magari chiarissime per il giurista ma non certo per il cittadino comune che deve, fideisticamente, credere che l’oggetto dichiarato del referendum si rispecchi fedelmente nella “lenzuolata” presente sulla scheda elettorale.

La conclusione è la seguente: poiché la cosiddetta Legge Calderoli è pur sempre una legge che può essere abrogata, accusare il quesito di essere oscuro e di non dichiarare la finalità dell’abrogazione è un insulto al buon senso. Il quesito è chiarissimo – abrogare la legge – e la finalità lampante: toglieteci di torno una legge scritta male, insufficiente, antisolidale.

Secondo esempio. All’interno del programma de La 7 Piazza pulita, condotto da Corrado Formigli, viene presentato un servizio di Fanpage sullo scandaloso mercimonio di certificazioni atte a “generare” punteggi validi per l’inserimento nelle graduatorie dei docenti. I telespettatori hanno appreso che, con qualche migliaio di euro a disposizione, complici enti di formazione compiacenti, si possono acquistare “punti”, senza aprire un libro, senza studiare nulla e – dulcis in fundo – senza sostenere alcun esame. Nel servizio in questione, la giornalista di Fanpage “infiltrata” riusciva a ottenere 22 punti (non pochi) in cambio di 3.600 euro. Il giorno dopo la trasmissione fioccano i commenti, quasi fosse stato rivelato qualcosa di nuovo. Invece è da molti anni che enti di formazione poco seri (ma riconosciuti dal Ministero) vendono certificazioni in cambio di denaro. L’unica a non essere a conoscenza del fenomeno penso sia la sottosegretaria all’Istruzione Paola Frassinetti, che, intervistata sempre nel corso della trasmissione di La7, si dimostra più esperta in fascismo e saluto romano che in GPS (graduatorie provinciali degli aspiranti supplenti). Che questo diffuso fenomeno di corruzione non sia cosa recente lo testimonia un articolo de Il Fatto quotidiano. Ne cito un passaggio: «Basta essere un “ente accreditato” dal Miur, e parte l’affare dei corsi telematici per acquisire attestati e relativi punti validi per scalare le classifiche di ogni tipo di carriera scolastica. Ovviamente a pagamento. Un affare di milioni di euro, spillati a giovani e non più giovani, soprattutto ai precari alla spasmodica ricerca di un posto fisso […] Un affare che ormai vede in campo centinaia di enti disseminati su tutto il territorio nazionale». Data di pubblicazione dell’articolo: 6 settembre 2011, vale a dire 14 anni fa. Il Ministro Valditara anche in questo caso non si smentisce: dichiara che il Ministero è parte lesa e che ha dato immediato mandato agli uffici per un esposto alla Procura della Repubblica. Se fossero accertate responsabilità di docenti (sic!), questi saranno depennati a titolo definitivo dalle graduatorie Gps. Il solito metodo: colpire l’ultima ruota del carro ed esonerare il superiore Ministero da ogni responsabilità.

Terzo ed ultimo drammatico esempio, il caso della scarcerazione del torturatore e capo della polizia libica, contro il quale la Corte internazionale di Giustizia aveva spiccato un mandato di arresto. Almasri, prima arrestato, è stato liberato e inviato in Libia su volo di Stato. Ai non pochi interrogativi suscitati da queste decisioni, Piantedosi, un altro che ha trovato al botteghino la disponibilità per una poltrona da ministro, ha risposto al Question time al Senato che Almasri «è stato rilasciato per ragioni di urgenza e sicurezza, vista la pericolosità del soggetto». Ci vuol coraggio e incredibile faccia tosta, in un momento in cui, visto il clamore suscitato dalla notizia, l’interpretazione di questo brutto intrigo internazionale è sulle pagine di tanti quotidiani e non ha nulla a che fare con la risposta fornita da Piantedosi.

I tre casi sono di peso e natura diversa ma tutti e tre negano l’evidenza. Il quesito referendario è chiarissimo, il traffico dei certificati per ottenere punti in graduatoria è il segreto di Pulcinella e persino un bambino scoppierebbe a ridere se gli si dicesse che un pericoloso criminale va rilasciato “per ragioni di sicurezza”. Quando chi detiene il potere è pronto a mentire senza tregua (vedi le affermazioni di Meloni su spesa sanitaria ed economia – ma è soltanto un esempio) vuol dire che non va proprio bene. Il messaggio che ci trasmettono situazioni come quelle che ho descritto, è il seguente: «Non è che noi (cittadini) non possiamo sapere questo o quello, piuttosto non dobbiamo saperlo». Sto citando un autore inattuale ma che forse bisognerebbe rileggere, Gunther Anders: egli arriva a parlare di irrazionalismo come morale, che è poi l’inopportunità del pensare, l’imperativo categorico del non dover far buon uso della propria ragione (e, aggiungo, della propria memoria).

A tale divieto che, come un tossico, si infiltra dovunque, è ora di ribellarsi, rivendicando il diritto di pensare, di parlare, di giudicare come tali le continue infrazioni del senso comune e della ragionevolezza che ci propongono i politici nostrani e non. Come fare? Recuperando la capacità di affermare che il re è nudo, anche – e soprattutto – quando questo sembra evidente. Unendoci e protestando in modo nonviolento contro la violenza occulta e palese del potere. Un bel gesto l’hanno fatto i magistrati all’inaugurazione dell’anno giudiziario: armati di una copia della Costituzione, si sono rifiutati di rendere omaggio a un potere politico i cui rappresentanti miglior figura farebbero sul palcoscenico di un teatro d’avanspettacolo ma che staranno lì, fino al momento in cui non verranno delegittimati dal popolo che si ridesta alla coscienza. Sono 47 milioni i cittadini aventi diritto al voto e di questi 12.135.315 hanno votato i partiti di governo. Il conto è presto fatto: soltanto un quarto dell’elettorato si è espresso a favore della compagine di destra. Per gli altri, per tutti coloro che comprendono e condannano, è ora di muoversi: il dissenso organizzato è il primo passo verso la conquista di una vita dignitosa.

Gli autori

Giovanna Lo Presti

Giovanna Lo Presti, ricercatrice, si occupa di Letteratura italiana e del rapporto tra sistema scolastico e società.

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