In fondo non sarebbe che un piccolo passo per la Camera dei deputati, ma un grande passo per la dignità, per il rispetto delle vittime del profitto, per i loro famigliari e per le parti civili che nelle aule dei tribunali cercano verità e giustizia, per chi non c’è più o ha subito gravi danni in seguito ad un reato. La modifica dell’articolo 24 della Costituzione con l’inserimento al terzo comma del testo “La Repubblica tutela le vittime del reato” richiede davvero un piccolo sforzo: il 14 febbraio dello scorso anno, dopo un attento dibattito alla Prima Commissione per gli affari Costituzionali del Senato, la proposta legge (in un primo tempo pensata all’interno dell’articolo 111) è stata approvata all’unanimità dalla Camera Alta del Parlamento. Al Senato si è dunque riusciti a trovare un accordo condiviso da tutte le forze politiche su un tema fortemente voluto dalle parti civili, attualmente nei processi esclusivamente come richiedenti di risarcimenti, spesso vissute come il disturbo di chi cerca vendetta e vuole un colpevole a tutti i costi o ottenere più soldi per compensare il dolore di una perdita. L’interesse primario per chi ha perso un proprio caro è l’individuazione delle responsabilità e dei responsabili seguita da giuste condanne in modo da rendere giustizia alle vittime e anche impedire che, con l’impunità per chi commette crimini, si ripetano altri lutti.
Il breve testo da inserire può sembrare poca cosa, talmente ovvio da non essere necessario, ma per le vittime rappresenta un notevole passo in avanti in quanto per la prima volta esse diventano ufficialmente tutelate della Repubblica che offre loro rispetto e dignità anche nelle aule dei tribunali. Qual è allora il problema? La modifica giace da oltre un anno, dimenticata, alla Camera senza essere calendarizzata in modo che possa proseguire il suo iter istituzionale, ancora lungo (dovrà tornare al Senato e poi ancora alla Camera), per essere approvata definitivamente. Se non si accelerano i tempi, la proposta rischia di non arrivare al traguardo prima della scadenza della legislatura, nell’autunno 2027. E allora si dovrà ripartire da zero, come in un infinito gioco dell’oca.
La storia della modifica parte da lontano, già auspicata da decenni in un piccolo capolavoro di convergenza di intenti, rimasto però incompleto, tra maggioranze e opposizioni che si sono susseguite. Va ricordata la direttiva 2012/29 dell’Unione Europea che sollecita i governi a muoversi in difesa delle vittime, sottoscritta dall’Italia, ma mai di fatto applicata. A sostenere e portare avanti la proposta è stata la partecipazione attiva della società civile che nelle aule dei tribunali vive in prima persona la difficoltà di far sentire la propria voce. Il 3 ottobre 2020 a Longarone, in occasione dell’anniversario della strage del Vajont (9 ottobre 1963, 1910 morti), l’Associazione Cittadini per la Memoria del Vajont ha organizzato una tavola rotonda per affiancare alle esperienze dirette delle associazioni di vittime delle stragi del profitto e delle mafie, in una sinergia di intenti, le competenze di autorevoli ex magistrati, avvocati, accademici. Si voleva in prima istanza superare le differenze tra i due linguaggi (quello giuridico e quello della gente comune) in modo da rendere comprensibili i tortuosi percorsi della legge che creano un palese squilibrio tra imputati e vittime, soprattutto quando queste si trovano davanti a potenti aziende, sia pubbliche che private.
Le vittime arrivano fiduciose alle prime battute del processo, ma presto scoprono che verità e giustizia non sono un diritto scontato, bensì una conquista, una battaglia che stravolgerà per sempre le loro vite e le costringerà, anche per decenni, ad adeguare il loro calendario in base alle udienze stabilite dal giudice. Di fatto impedirà loro di elaborare il lutto. La vittima privata di giustizia è doppiamente vittima. Nei dibattimenti le parti civili spesso vedono gli imputati e i loro avvocati calpestare dignità, buonsenso, logica e scienza, stravolti nella ricostruzione dei fatti. E sentono dichiarazioni di periti di parte che, se serve, riescono a dimostrare che l’acqua non bagna. Le parti civili patiscono l’incolmabile differenza di disponibilità economica rispetto alle grandi imprese difese da un pool di avvocati affermati, costosi e rispettati. Temono l’allungarsi dei tempi, spesso grazie all’abile utilizzo di cavilli che logorano la loro resistenza, psicologica ed economica, e fanno scivolare inesorabilmente i processi verso la prescrizione e la conseguente impunità per i responsabili. I processi senza fine gettano sale sulle ferite delle vittime. Tutti siamo potenziali vittime di tragici eventi, con superficialità spesso definiti incidenti dalla stampa. In questa società del rischio, la vita di ognuno di noi viene calcolata in base a un prezzo, senza rispetto del suo valore come tale. Risarcire le vittime, anche se sono molte, nei bilanci diventa quasi sempre più conveniente che rispettare gli adeguamenti alle norme, come la mancata manutenzione di un ponte che prima o poi ha buone probabilità di crollare. Ognuno di noi, senza saperlo, gioca ogni giorno alla roulette russa. Ma la pistola è in mano ad altri.
Alla conclusione della tavola rotonda di Longarone, le associazioni delle vittime, ex magistrati, avvocati e accademici costituirono un gruppo di lavoro ristretto, il comitato “Noi, 9 ottobre”, per redigere un appello con proposte da sottoporre alle istituzioni, sia in ambito legale sia con lo scopo di offrire una visione alternativa dello sviluppo per un futuro sensibile al benessere e alle esigenze primarie delle persone, alla giustizia sociale, alla tutela della salute e della sicurezze delle comunità e dell’ambiente. Tra le varie proposte emerse si è poi scelto di dare priorità alla modifica della Costituzione proponendo di inserire all’articolo 111 la difesa delle vittime. Dopo vari contatti con i parlamentari, si è riusciti a far arrivare alla Prima Commissione per gli Affari Costituzionali del Senato quattro disegni legge (FdI, Pd, M5s, Avs) che poi hanno portato alla stesura del testo unico citato. Dopo ulteriori e accese discussioni si è arrivati alla sua approvazione al Senato all’interno dell’articolo 24. Una conquista che ha ridato alle associazioni fiducia nelle istituzioni. È stato uno sforzo collettivo durato oltre cinque anni che ha via via coinvolto 150 associazioni, migliaia di cittadini, due sindacati nazionali (Cgil e Uil) e diverse organizzazioni locali.
Il 5 febbraio scorso, una rappresentanza delle nostre associazioni e alcuni degli esperti che per anni sono stati al nostro fianco (Felice Casson e Alessandra Guarini) si sono ritrovati nella sala stampa della Camera per sollecitare la presa in carico della proposta da parte degli onorevoli (all’incontro era presente Luana Zanella, portavoce di Avs) fino a ora distratti, o forse troppo presi da altri impegni considerati prioritari. Per il Comitato “Noi, 9 Ottobre” questo apparente disinteresse della politica è un boccone amaro da digerire. Sappiamo che, se si vuole, l’iter può procedere velocemente, persino senza ricorrere a percorsi alternativi, come quello seguito nel caso della riforma sulla Giustizia che è stata approvata in via definitiva al Senato il 30 ottobre 2025. Con la maggioranza assoluta e non i due terzi gagion per cui, come previsto dall’articolo 138 della Costituzione, è stato indetto il referendum confermativo e andremo alle urne il 22-23 marzo per cambiare ben sette articoli della Costituzione. In altre parole saremo chiamati a votare su questioni complesse che pochi di noi sono in grado di comprendere a fondo e di capirne la conseguenza (consistente nello stravolgimento degli equilibri difesi dall’attuale Costituzione che garantiscono la separazione dei poteri, uno dei principi fondamentali dello Stato di diritto). Chi andrà alle urne, deciderà probabilmente in base alle direttive del partito di riferimento e un’affluenza minima di elettori, non essendo previsto alcun quorum per la validità del referendum, potrà buttare all’aria un caposaldo della nostra democrazia.
La stragrande maggioranza di noi considera la Costituzione entrata in vigore il 1° gennaio 1948 la più bella del mondo. Cos’è che la rende così apprezzata, così potente, ma anche così fragile quando viene ignorata nella sua applicazione? I padri costituenti, eletti tra giuristi, accademici, politici e intellettuali di diverse appartenenze politiche e ideologiche, non la scrissero per favorire questo o quel partito o interessi di parte. Pensarono al futuro e a impedire il ripetersi degli orrori del fascismo, del nazismo e della seconda guerra mondiale. La Costituzione rappresenta le fondamenta della nostra democrazia che, se è imperfetta, lo è in gran parte dovuto per il mancato rispetto di molti suoi principi.
La nostra volontà di sostenere la modifica dell’articolo 24 che inserisce in Costituzione la tutela delle vittime da parte della Repubblica rappresenta una conquista a beneficio di tutti, senza distinzione alcuna. Le vittime (che sono tali anche se non si riesce a stabilire un colpevole) hanno bisogno di sapere che la Repubblica è dalla loro parte anche di fronte ai potenti. Come Comitato “Noi, 9 Ottobre” ci impegneremo affinché la Commissione per gli Affari Costituzionali della Camera decida di agire. Ci rivolgiamo nuovamente (come già fatto nel giugno scorso) al presidente, ai vicepresidenti e agli altri 28 deputati nella speranza di essere ascoltati. Ci aspettiamo una risposta concreta e veloce.
