Con la forma del “reato universale”, in Italia, sono le destre a intervenire a gamba tesa sulla pratica controversa della gestazione per altri (GPA). Le reazioni progressiste, invece di cogliere l’importanza del tema e i nodi critici che lo accompagnano, si sono soffermate subito sulla libertà delle donne all’autodeterminazione, trascurando i risvolti materiali ed etici dell’argomento in oggetto. Ecco il circolo vizioso che, ben oltre la questione riproduttiva (si pensi qui alla guerra, alla pessima gestione della pandemia e alle politiche del lavoro), connota l’odierna fase storica, dove a fronteggiarsi, come in uno specchio deformante, sono le forze reazionarie fascioliberiste e un progressismo neoliberale altrettanto dannoso, perché dimentico del conflitto di classe e della complessità del presente.
In generale credo sia indispensabile non cadere in una percezione della vita strettamente individualista e mercatista, come accade ormai da decenni anche nell’area che, un tempo, rappresentava le istanze di una critica radicale al capitalismo. Invocare per la GPA la libertà delle donne, quando è risaputo che la netta maggioranza di queste gravidanze fa leva sulle condizioni di povertà delle affittuarie del corpo (non del solo utero, ma dell’intera persona col suo psichismo, con la fisiologia e la complessità dei processi umani attivati dalla relazione che si instaura tra madre biologica e feto in via di sviluppo) – è un artificio ipocrita, potentemente influenzato dalle voglie neoliberiste che flirtano con la negazione di ogni limite naturalculturale. La compravendita dei neonati, i contratti capestro che impediscono alle gestanti qualsiasi ripensamento prima della separazione dal piccolo, sono dispositivi della macchinazione capitalistica che non possiamo confondere con la retorica del dono e della scelta volontaria sui propri corpi. Detto ciò è evidente che esistono eccezioni e storie che non possono essere ingabbiate dentro il perimetro freddo della statistica, e meritano attenzione, non criminalizzazione.
Ciò non toglie che il vero paradosso non si trova nel fenomeno della GPA, che è molto più lineare e comprensibile di quanto si possa credere, almeno per coloro che non hanno dimenticato l’essenza predatrice dei rapporti di produzione capitalistici. Paradossale, piuttosto, è l’apparente capovolgimento delle parti a cui assistiamo nei parlamenti e sui mass media. Le destre neo-tradizionaliste (perfettamente compatibili con l’atlantismo neoliberale giunto alla sua fase autoritaria e di guerra) si ergono a baluardi contro la mercificazione della vita, mentre sul piano strutturale continuano ovunque a condizionare le disponibilità economiche delle donne, augurandosi che esse continuino a dipendere dai maschi alfa del suprematismo bianco e occidentale. Le pseudosinistre, invece, sanno produrre solo riflessi automatici (il più pericoloso è l’antifascismo di facciata in stile PD), separando diritti civili e diritti sociali, esaltando un presunto diritto inalienabile a usare il proprio corpo assecondando il regime simbolico dell’economia di mercato che assegna, a ciascuno di noi, il suo ruolo di produttore e/o consumatore nella rete degli scambi monetizzabili. Possibile che di tanti riflessi condizionati l’unico a non scattare quasi mai, nelle fila dei progressisti dem, sia quello sacrosanto che dovrebbe farci insorgere contro lo sfruttamento dei corpi e delle anime per mero profitto?
Si tolgano contratti, soldi e interessi milionari. Se ci saranno (come sicuramente ci sono state, ma in numero ridotto rispetto alla tendenza generale) donne economicamente autosufficienti che per amore sono disponibili gratuitamente a crescere in grembo il figlio/a di qualcun altro/a, siamo pronti a riparlarne e a considerare le buone ragioni di soggetti rigorosamente estranei alla mentalità feroce dell’accumulazione e dell’estrazione di plusvalore. Meglio ancora sarebbe se l’indignazione, oggi, fosse diretta contro l’inaccettabile lungaggine delle procedure di adozione e lo stato di povertà in cui versano milioni di donne in tutto il mondo (le stesse che poi sono costrette – altro che dono! – a vendere la propria vita 24h/24 per nove mesi pur di racimolare dei soldi). In definitiva ridurre i bambini a merce e sganciare a forza la madre biologica dal piccolo per completare una transazione economica a favore di terzi, è eticamente e politicamente inaccettabile.
Per fortuna ci sono femministe di sinistra che lo hanno capito benissimo (Federici, Cavarero, Guaraldo…), in quanto le questioni di classe, di genere e attinenti alla procreazione non andrebbero mai separate, pena lasciare alle destre il ruolo di chi protegge la vita umana dalla sua definitiva profanazione tecno-capitalista.

Grazie per questo prezioso intervento.
Forse il problema della sinistra non è soltanto aver dimenticato il materialismo e interiorizzato l’individualismo neoliberista, ma anche sul piano ideale aver confuso “etica” con “moralismo”.
Vorrei aggiungere soltanto che non esiste alcun diritto ad avere dei figli; so che può essere doloroso, avendo tentato in prima persona un percorso di adozione, che non ha avuto successo principalmente perché, e devo dire per fortuna, ci sono in Italia più coppie disponibili ad adottare che bambini adottabili (in un rapporto quasi di 10:1, ci era stato detto al tempo). Bene, qualcosa si potrà senz’altro migliorare in questo processo (in primis aprire la stessa opportunità alle coppie gay) ma la prima cosa che i servizi sociali hanno detto chiaramente e nettamente a noi e alle molte altre coppie presenti, quando abbiamo intrapreso il percorso, è stata questa: “non esiste un diritto delle coppie ad avere dei figli; sono i bambini che hanno un diritto ad avere dei genitori”.
Credo che il capovolgimento dell’approccio sia un sintomo chiaro di cosa non funziona.