Noi, gli altri, l’informazione

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Mi stupisco spesso di quanti pochi siano coloro che si pongono la domanda: da dove vengono le nostre informazioni sul mondo? Come ci facciamo le nostre opinioni su quanto accade lontano dai nostri occhi? Di solito siamo convinti di sapere le cose che dominiamo personalmente, con le quali abbiamo una pratica quotidiana, ma sarebbe anche in questo caso facile dimostrare quanto siano inaffidabili persino le nostre convinzioni su quanto è successo a un nostro conoscente o sul perché di una controversia condominiale. Immaginiamoci su fatti lontani e su eventi estremamente complessi. Di solito ci affidiamo alle notizie che ci vengo trasmesse dai mass media. Ma in mano di chi sono questi? Crediamo veramente che i giornalisti siano liberi di dire quel che vogliono indipendentemente dalla proprietà che li paga? O che – mettendola in modo diverso – pensiamo che questa non selezioni i propri gazzettieri in modo tale che siano congruenti con l’indirizzo politico da essa voluto, sì che non è neanche necessario esercitare alcun potere di coercizione nei loro confronti (e coloro che non si ‘armonizzano’ vengono pian piano messi ai margini)?

Vedo persone che leggono ogni giorno un certo organo di stampa o guardano certi canali televisivi e poi tranciano giudizi su questo e quello, pensando di essere loro a pensare in proprio, senza rendersi conto che al massimo sono efficaci e brillanti ripetitori delle notizie e dei punti di vista che hanno assorbito dalla loro lettura. E questo vale anche per gli altri organi di stampa. Ciascuno vive in una “nicchia cognitiva” sua propria, ma non se ne rende il più delle volte conto. Qualcuno dirà: non è vero, leggo più giornali e poi mi faccio una mia opinione. E non si accorge di quanto sia illusorio questo suo convincimento: infatti, come fa ad attribuire un valore epistemico maggiore alla notizia X piuttosto che alla Y? Ha fonti di accertamento indipendenti che gli possano far prendere una decisione in un senso o in un altro? Nel 99,99% dei casi la risposta è no. Dovrà quindi fidarsi; dovrà in sostanza fare un “atto di fede” sulla testimonianza del giornale X piuttosto che su quella di Y, del giornalista Caio, piuttosto che Tizio. E da cosa è dettato questo “atto di fede”? Ovviamente dalle convinzioni pregresse: si accetterà quella notizia o opinione che si armonizza con quelle già possedute, con i propri “pregiudizi” (in senso ermeneutico), che derivano dalla storia personale ciascuno, dalla sua formazione, dalla sua sensibilità.

Questo ci dovrebbe indurre, oggi che viviamo in un mondo di carta e notizie non dominato da noi, a essere cauti nel giudicare e soprattutto a “invigilar noi stessi”, come diceva Croce: essere sospettosi e cauti nell’assumere i propri punti di vista come degli assoluti. Dobbiamo cercare di vedere i punti di vista diversi, metterci nella testa altrui e ragionare col loro cervello, cercando di capirne le motivazioni e le ragioni; non invece partire dal nostro punto di vista – di solito eurocentrico e occidentalista, derivante dalla nostra formazione in una certa tradizione, giusta o sbagliata che sia – per giudicare costumi, tradizioni e realtà assai diverse dalla nostra, con storie millenarie e modi di pensare radicati. E avere la pazienza di aspettare che sia ciascun popolo a prendere il destino nelle proprie mani, per sviluppare a suo modo la civiltà in cui vive, senza forzature dall’esterno. E se questo processo passa attraverso dolorose rivoluzioni e aspre contese civili, non dovremmo mai dimenticare che anche la civiltà europea/occidentale, di cui andiamo tanto orgogliosi e che qualcuno vorrebbe imporre manu militari a tutto il mondo, s’è potuta edificare lungo secoli fatti di lotte sanguinose e crudeli, di dibattiti feroci, di rivoluzioni ed eccidi: ma tutti fatti da noi, non impostici dall’esterno. Grazie e queste esperienze, anche crudeli, siamo maturati e oggi ci troviamo a difendere quanto conquistato da chi, persino al nostro interno, vorrebbe metterlo in discussione.

Lasciamo allora che anche gli altri popoli trovino da sé la propria strada per il futuro, lasciamo loro il tempo di maturare: noi possiamo essere solo un esempio, un tipo di civiltà, che se vogliono possono seguire; se no vadano per un’altra strada che sia il frutto della loro interna dialettica civile, culturale, etica. Ma per favore, non ci erigiamo a giudici morali e civili dei problemi altrui; e soprattutto, evitiamo di applicare una spregevole doppia morale (o doppio standard) per cui il male fatto al componente di una certa etnia, popolo, religione, nazione, razza vale o è più deprecabile di quello fatto al componente di un’altra. Con ciò contraddiremmo un principio che riteniamo sia una delle conquiste più profonde della nostra civiltà (anche esso frutto di lotte, stragi, eccidi e genocidi): che gli uomini siano tutti eguali.

Ma soprattutto dobbiamo essere consapevoli del limitato potere delle argomentazioni su coloro che hanno radicati modi di pensare, di “pregiudizi” attraverso i quali guardano il mondo, perché la razionalità può assai poco sui sentimenti e le passioni. L’unica cosa che si può fare è essere di esempio, muta e non invasiva testimonianza che un altro stile di vita è possibile; per le nuove generazioni, cercare di radicare quanto più possibile – attraverso un lungo processo di formazione – filtri cognitivi caratterizzati da valori ritenuti positivi come l’amore per il prossimo (un principio cristiano ormai dimenticato dai cristiani), la solidarietà, l’eguaglianza di tutti gli uomini, la pace, la comprensione del punto di vista altrui e il suo rispetto; infine il rifiuto della violenza e il valore della pace. Sono anche questi valori occidentalisti ed eurocentrici? Sí, certo; ma sono quelli meno pericolosi per gli altri e gli unici di cui possiamo farci testimoni con orgoglio, facendo però sempre attenzione a non applicare lo spregevole doppio standard.

Gli autori

Francesco Coniglione

Francesco Coniglione, nato a Catania nel 1949, è stato professore ordinario di Storia della filosofia all’Università di Catania e Presidente della Società Filosofica Italiana (2017-2019), membro del Consiglio scientifico dell’Accademia Polacca delle Scienze di Varsavia (2015-2022), nonché Research Fellow al Social Science Research Center della Mississippi State University (USA). Si è interessato di storia della filosofia scientifica, con speciale riguardo per la scuola polacca, e ha anche condotto una ricerca sulla società della conoscenza all’interno del 7° Programma Quadro dell’EU (Through The Mirrors of Science, New Challenges for Knowledge-Based Societies, Ontos Verlag, Heusenstamm 2010). Tra le sue più recenti pubblicazioni v’è l’edizione italiana dei saggi dell’epistemologo polacco Ludwik Fleck ("Stili di pensiero. La conoscenza scientifica come creazione sociale", Mimesis, Milano-Udine 2019), nonché i due volumi che esplorano il significato umano dell’itinerario spirituale di san Francesco d’Assisi ("L’uomo venuto da un altro mondo. Francesco d’Assisi", Bonanno Editore, Acireale-Roma 2022; "La perfetta Letizia. L’itinerario spirituale di Francesco d’Assisi", Tipheret, Acireale-Roma 2023). Ha recentemente pubblicato un’ampia ricostruzione del dibattito filosofico sulla scienza dal secondo dopoguerra a oggi ("Lontano da Popper. L’epistemologia post-positivista e le metamorfosi della razionalità scientifica", ETS, Pisa 2025).

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