La crisi climatica richiede interventi drastici. Per mitigare i cambiamenti climatici indotti dal capitalismo, si è parlato di decrescita, proprio a indicare un rallentamento del consumo di risorse non infinite e delle emissioni che hanno innescato un processo irreversibile. Il termine viene accolto con scetticismo, in quanto si pensa a un ritorno al passato che comporterebbe un abbandono degli agi della modernità. Occorre allora riflettere su cosa siano questi agi.
Una prima considerazione è che in un mondo globalizzato, a meno di non continuare con lo sfruttamento indiscriminato dei paesi in via di sviluppo, portare tutta l’umanità al tenore di vita dell’Occidente significa una sicura catastrofe per il genere umano. Eppure, sarà difficile negare al Sud del mondo un percorso che tenda a dotarlo di uno stile di vita che si avvicini al nostro o che faccia uscire dalla povertà assoluta gran parte dei suoi abitanti. Bisogna inoltre considerare che, anche nei paesi ricchi, la disuguaglianza crescente spinge la forbice tra ricchezza e povertà ad ampliarsi a livelli non sostenibili. Proprio il neoliberalismo ha fatto sì che il 10% più ricco della società aumentasse in misura sproporzionata le proprie ricchezze a scapito del 90% più povero. Gli agi che si pretende di salvaguardare sono sempre meno distribuiti e sempre più concentrati nelle mani di una minoranza. Il crescente divario sociale è il frutto una serie di misure, tra cui la riduzione della tassazione per i redditi più alti, la sovvenzione alle imprese, che hanno assunto quale unico scopo la remunerazione dei propri azionisti, lo smantellamento dei servizi pubblici, la lotta contro i sindacati e il varo di legislazioni di liberalizzazione del lavoro che hanno reso i lavoratori fragili e ricattabili. Quali sarebbero gli agi che la decrescita minaccerebbe di eliminare?
Un obiettivo che la tecnologia non è riuscita a conseguire è quello della riduzione dell’orario di lavoro. E questo perché l’automazione dei processi produttivi, in un modello capitalista, non è finalizzato ad affrancare l’uomo dai lavori pesanti, routinari e meno entusiasmanti, ma ad abbattere il costo del lavoro con l’espulsione dei lavoratori dal processo produttivo. Il progresso tecnico è lungi dall’essere considerato un bene comune, quindi socializzabile e a vantaggio della collettività. Il capitalismo promette una felicità effimera attraverso il consumo di beni deperibili e rinnovabili. Ma rende sempre più difficile il soddisfacimento di bisogni fondamentali quali il diritto degli individui a realizzare sé stessi, ad avere un’istruzione che gli consenta di partecipare al processo democratico all’interno della propria comunità, ad avere un’abitazione decente, a godere di tempo libero. Persino la fruizione della natura diventa un lusso per pochi che possano permettersi tempo e mezzi per raggiungere posti meno inquinati. La decrescita si pone lo scopo di conseguire tali diritti in un contesto di decremento del prodotto interno lordo, di mutare la definizione stessa di benessere, non più legato al possesso di beni ma al conseguimento di determinate condizioni. Il problema è che una tale prospettiva non è compatibile con il capitalismo.
Molti autori, tra i quali spiccano i nomi di Naomi Klein e Thomas Piketty, proprio a fronte delle problematiche inerenti al cambiamento climatico, hanno radicalizzato la propria posizione, individuando nell’uscita dal capitalismo l’unica modalità risolutiva. E questo perché non si può affrontare la questione climatica senza toccare quella sociale, economica, politica, geopolitica. Naomi Klein evidenzia come questo concetto sia stato ben compreso dalle destre mondiali, le quali assumono posizioni di negazionismo radicale e di contrasto alle argomentazioni portate avanti dagli scienziati. In sostanza, a dispetto di quello che dicono, i politici di destra hanno ben compreso che il primo imputato per la crisi climatica è il capitalismo e che qualsiasi misura efficace di mitigazione degli effetti del riscaldamento globale metterebbe in discussione la sopravvivenza di tale modello. Il loro atteggiamento (e la violenza della repressione nei confronti dell’attivismo climatico) è una prova della gravità del problema ed un elemento indiziario su dove guardare per individuare le responsabilità.
Visto alla luce della salvaguardia degli agi che si teme la decrescita metta a repentaglio, risulta poco comprensibile l’atteggiamento delle classi dirigenti europee in merito ai venti di guerra che stanno scuotendo la pace fragile e malandata che regna da ottant’anni in Europa. Si vuole perseguire una strategia tesa a preparare le popolazioni a un evento di guerra probabile. Non si può immaginare nulla di peggio della guerra per azzerare il dibattito sulla crisi climatica. Inoltre, se la guerra dovesse scoppiare, gli agi che si teme di perdere sarebbero spazzati via in un battibaleno. A questo punto, gli scenari che si prospettano sono molto peggiori di quelli paventati dai critici della decrescita.
Il diverso atteggiamento nei confronti di decrescita e guerra è solo apparentemente contraddittorio. Vista alla luce del sistema capitalista, la contraddizione viene ricomposta e gli atteggiamenti assumono coerenza. Se la decrescita comporta la negazione dei fondamenti del capitalismo, la guerra invece li asseconda. Nel primo caso il Pil, pietra angolare del sistema, sarebbe portato a decrementare. Nel secondo a crescere. Prima con l’aumento della produzione di ordigni bellici e la riconversione in economia militare di settori stagnanti dell’industria pesante. Per non parlare del fatto che la guerra, come dimostrano le vicende ucraina e palestinese, rappresenta un ideale laboratorio per sperimentare nuove tecnologie militari su cavie umane. Il Pil continuerebbe poi a crescere a guerra finita, quando si deve far fronte alle distruzioni attraverso la ricostruzione. Se la decrescita comporta una uscita graduale dal capitalismo, con conseguenze positive in termini di ambiente, disuguaglianza e democrazia, la guerra accentua quelle fratture non ricomponibili all’interno del paradigma attuale, rendendole più sopportabili in nome dell’emergenza. La disuguaglianza tende ad accentuarsi in presenza di conflitti, con aumento delle fasce di povertà. Verrebbe favorito l’accentramento delle decisioni politiche, ancor più di quanto accade ora, assottigliando il perimetro di una democrazia agonizzante fino a farla scomparire. Si comprende, quindi, come, al contrario della decrescita, la guerra sia congeniale al capitalismo. È il motivo per cui quest’ultima viene preferita dalle attuali classi dirigenti, favorevoli a un modello che, prima che un sistema economico, di produzione e distribuzione di beni, è un sistema di dominio, di produzione e distribuzione di potere. La distribuzione squilibrata del potere, oltre che delle ricchezze, spiega perché la maggioranza delle persone che hanno tutto da perdere dalla crisi climatica e dalla guerra non riesce ad imporsi sulla minoranza che trae vantaggio dalle catastrofi. È per questo che qualsiasi forma di protesta nei confronti del potere va sostenuta con convinzione, si tratti delle marce a favore della Palestina, delle azioni degli attivisti del clima o degli scioperi contro le politiche di austerità che preparano la guerra. Negli ultimi mesi osserviamo una crescita dei movimenti in gran parte del mondo occidentale con alcuni risultati tangibili, come l’elezione di un sindaco che si dichiara socialista e filopalestinese nella città più importante degli Stati Uniti. I germogli della protesta possono trasformarsi nella pianta del cambiamento. Ma vanno innaffiati e curati.

Il capitalismo ha bisogno della guerra, come spiega bene questo articolo https://krisis.info/it/2025/04/temi/guerra-e-pace/perche-prima-o-poi-il-capitalismo-ha-bisogno-della-guerr/?fbclid=IwY2xjawJdESRleHRuA2FlbQIxMQABHrBqHJUkDgm2wgcpoIAMD_STvs4Hyzjdbe9Zc4gBFbhj5V1yPAm4E-lziJqJ_aem_Tu4XDu75J6yrti59e0tGYQ
Però a differenza del passato, in cui le guerre, seppur spaventosamente distruttive, potevano effettivamente risolvere i “problemi” del capitalismo, oggi le cose sono molto diverse a causa del praticamente infinito potere distruttivo delle armi nucleari. E questo i capitalisti lo sanno bene. Temo perciò che, la cinica logica che “quando i ricchi si fanno la guerra sono i poveri che muoiono” -Jean-Paul Sartre – sarà ancora e sempre più spietata. Per non arrivare ad una guerra nucleare che coinvolga anche se stessi, i capitalisti, per salvaguardare gli agi di cui sopra, attueranno forme di repressione sempre più dure verso i “competitori” poveri (il 90% e più dell’umanità), fino al loro completo annichilimento. Perciò anch’io sono fermamente convinto che l’uscita dal capitalismo sia un’ineludibile necessità
non é una coincidenza che “il PAese del capitalismo” sia proprio quello che da 80 anni fa piu guerre nel mondo, in prima persona o indirettamente (come finanziatore o fornitore di armi).
1/3 del PIL usa é fatto di spesa pubblica, armi incluse. il profitto alle imprese e il conto va ai contribuenti. e se le tasse non bastano si tagliano diritti ai piu deboli, come fa Trump con i buoni pasto e assistenza sanitaria ai poveri.
nella Germania nazista le grandi industrie del tempo erano beneficiarie del riarmo della Germania alla fine degli anni 30. fu un business colossale per l’economia di quei tempi. gli industriali fiutarono i soldi e applaudirono. questi sono i principi del mercato: prima di tutto il profitto e zero responsabilita per le armi prodotte per un dittatore e usate per fare la 2 guerra mondiale.
chi vuole puo trovare analogie col piano da 800 miliardi della UE oggi.
per uscire dal capitalismo occorre sapere dove andare. a mio avviso si puo migliorarlo e copiare il modello svedese fino agli anni 80. con poverta inesistente (altro che gente che dorme per strada di oggi!). benessere diffuso. diritti davvero per tutti. studio per chi é capace, non per il figlio di papá svogliato. in pensione vivevi bene, niente mensa alla Caritas. la sanita era per tutti, non per chi poteva permettersi una clinica privata.
a quello dovrebbe puntare la “sinistra” se fosse illuminata e non fatta da chi si vanta di ballare sui carri colorati
Complimenti per il linguaggio chiaro ed efficace e la lucidità dei ragionamenti .
E non perdiamo la speranza perché senza la speranza per un mondo migliore gli animi si annichiliscono e le lotte muoiono Rita
Mi associo ai complimenti. Speriamo che articoli come questo possano avere maggiore visibilità ed emergere nel dibattito sempre più unidirezionale sugli importanti temi affrontati.