Wake me up when september ends cantavano i Green Day ed è probabilmente ciò che implorano tutti/e coloro che da anni si occupano di welfare e di politiche sociali per la famiglia. La fine dell’estate ha visto, infatti, un improvviso risveglio dell’interesse del nostro Governo per questa tematica sull’onda di due eventi. Il primo è stata l’indiscrezione secondo cui il Governo Meloni paventava, nella prossima legge di bilancio, l’abolizione dell’assegno unico, introdotto nel marzo 2022 dal governo Draghi. La notizia era uscita a seguito dell’invio da parte della Commissione UE al Governo italiano di una lettera con parere motivato che comportava un avanzamento della procedura di infrazione aperta a febbraio. La Commissione contesta, infatti, all’Italia di violare il diritto europeo discriminando i lavoratori non residenti, i quali al momento non hanno accesso a questa misura. La notizia è stata smentita in fretta dalla stessa Presidente del Consiglio Giorgia Meloni con un video pubblicato su ‘X’ insieme al Ministro Giorgetti che è stato, però, anche l’occasione per dire che sarebbe stata necessaria una rimodulazione poiché «darlo anche ai lavoratori immigrati che ci sono in Italia […] di fatto vuol dire uccidere l’assegno unico». Il secondo evento è stata la partecipazione del ministro dell’Economia Giorgetti all’Ecofin informale a Budapest a metà settembre, in occasione del quale si è molto parlato del calo demografico che, in Italia, è un vero e proprio inverno (l’Istat ha stimato che anche nel 2024 i nuovi nati saranno meno dell’anno precedente).
Il tema è sempre stato molto caro al ministro e il concatenarsi dei due fatti sopracitati ha aperto nella maggioranza una riflessione proprio sulle politiche per la famiglia da includere nella prossima legge di bilancio. Nelle intenzioni di Giorgetti, infatti, il tema della (de)natalità deve entrare nella prossima legge finanziaria e questo dovrebbe avvenire nella forma delle detrazioni fiscali per i figli a carico, a suo tempo abolite in quanto assorbite proprio dall’assegno unico (sebbene non sia ancora chiaro se queste entreranno effettivamente nel prossimo Piano strutturale di bilancio e, dunque, nella manovra).
La proposta del ministro sarebbe quella di aumentare le detrazioni per le famiglie numerose, e ridurle – o forse abolirle – per chi non ha figli/e. La direzione, nelle intenzioni del Governo, sarebbe quella di introdurre il “quoziente familiare”, ossia una forma di calcolo dell’imponibile IRPEF basata sulla divisione del reddito complessivo del nucleo per una serie di coefficienti, per cui le famiglie più numerose vedrebbero ridursi anche di molto la propria base imponibile. Non stupisce questa tentata virata verso i trasferimenti monetari cosiddetti “indiretti” per le famiglie, quelli cioè che agiscono sulla riduzione della tassazione: il quoziente familiare, infatti, è da tempo cavallo di battaglia del Forum Nazionale delle Associazioni Familiari, nota compagine di stampo ultracattolico e ultraconservatore. Tra l’altro, già nel corso del 2020 era entrato nelle discussioni sull’Assegno unico – per bocca dell’allora senatore leghista Simone Pillon, instancabile portavoce delle istanze delle associazioni cattoliche – come la vera riforma che aspettava solo di essere promulgata. Il quoziente familiare, però, presenta non poche criticità: oltre alla forte riduzione del gettito fiscale che comporterebbe, di fatto significherebbe un passo indietro nel percorso di emancipazione individuale e un ritorno a una situazione in cui gli individui hanno diritti diversi a seconda della posizione che occupano nella famiglia. Per non parlare, poi, dei potenziali effetti perversi che questo ha sulle possibilità di emancipazione delle donne che – già più deboli sul mercato del lavoro, soprattutto se madri, e più a rischio di povertà quando in famiglie monogenitoriali – si troverebbero ancora più svantaggiate in caso di sparazione/divorzio e, dunque, disincentivate a intraprendere questa strada. Si tratta di un’impostazione, insomma, che non farebbe che rafforzare il carattere familista del welfare italiano, che da implicito (lo Stato fornisce pochi servizi, e non sostiene le famiglie nel loro lavoro di supporto ai propri membri) appare sempre più esplicito.
Anche l’aumento delle detrazioni fiscali per le famiglie numerose risulta quantomeno problematico almeno nella misura in cui limita sensibilmente la platea dei beneficiari, poiché esclude i cosiddetti incapienti, ossia quei lavoratori e lavoratrici il cui reddito imponibile è troppo basso perché vi sia un prelievo fiscale o perché l’imposta lorda sia sufficientemente ampia da godere delle detrazioni, e naturalmente i/le disoccupati/e e gli/le inattivi/e. Su quest’ultimo punto, vale la pena ricordare che, stando ai dati Istat 2023, la percentuale di donne lavoratrici (considerando la fascia di età 25-64 anni) nel nostro paese era del 59%, dato che scende al 57% per le donne i cui figli hanno meno di 5 anni; per gli uomini della stessa età le percentuali sono invertite: rispettivamente, 79% e 84% circa. Non solo, ma il divario aumenta ulteriormente per le famiglie numerose: fra le donne che hanno più di tre figli, infatti, solo il 45,5% lavora, contro l’84,3% degli uomini. Se si tiene a mente tutto questo, non è difficile scorgere in questo disegno una nostalgia per un ordine di genere segregato e gerarchico, fatto di capofamiglia lavoratori e mogli/madri fattrici: ci si potrebbe chiedere se fosse questo ad avere in mente il (sic!) presidente Meloni quando, nel 2022, parlava di «riscoprire la bellezza della genitorialità e rimettere la famiglia al centro della società».
La vagheggiata abolizione delle detrazioni fiscali per chi non ha figli, poi, è una misura ancora più paradossale alla luce del fatto che l’Italia è uno dei paesi con il più alto divario tra fecondità desiderata e realizzata e che tassare ulteriormente chi non ha figli – spesso perché in situazioni lavorative, abitative, di vita precarie – potrebbe disincentivare ancora di più la natalità. Inoltre, non può non farci venire in mente quella tassa sul celibato di fascistissima memoria che, istituita nel 1927, in un contesto di forte spinta retorica e politica a fornire figli alla patria (leggi all’esercito), aveva il triplice scopo di sanzionare chi non assolveva al sacro compito, di incentivare indirettamente le nascite e, poiché il ricavato era devoluto all’Opera Nazionale Maternità e Infanzia, di sostenere finanziariamente madri e bambini/e. Non molto diverso, si direbbe, dall’impostazione che il Governo Meloni sta dando alle sue politiche demografiche e familiari con la differenza che l’esercito di piccoli italiani e piccole italiane, nella retorica politica della destra di oggi, dovrebbe servire soprattutto a scongiurare la temuta “sostituzione etnica” e garantire la sopravvivenza dell’“italianità”, qualunque cosa essa sia.
Insomma, nel complesso quello che appare è un quadro desolante nel quale non riescono a trovare spazio le necessità e i desideri dei genitori (e soprattutto delle madri), di chi vorrebbe diventarlo, e né tanto meno di chi – legittimamente – non intende avere figli/e. Piuttosto, questo Governo fa mostra di ragionare in termini apparentemente quantitativi, con l’obiettivo dichiarato di garantire la tenuta del welfare negli anni a venire: purché, però, chi dovrà pagare le nostre pensioni abbia la pelle bianca.
