C’è un veleno in circolazione che inibisce una seria discussione sulle condotte, gli errori e gli abusi di potere delle forze di polizia. È stato inoculato nel discorso pubblico attraverso slogan come “sempre dalla parte delle divise”, “la difesa è sempre legittima” e altri simili, tutti tesi a proteggere preventivamente gli apparati di sicurezza da qualsivoglia critica o censura, qualunque cosa avvenga. Ne deriva una distorsione pressoché sistematica dei fatti e della loro percezione, che si somma alla tradizionale, storica acquiescenza dei mezzi d’informazione rispetto ai vertici delle polizie.
La recente vicenda di Rogoredo, in questo senso, è un caso di scuola. I fatti sono noti. L’uccisione da parte di un agente di un “pusher marocchino” (così è stato subito definito Abderrahim Mansouri) è stata immediatamente presentata – e recepita dai media – come un caso di “legittima difesa”, ma in breve tempo si è arrivati all’arresto dell’agente per omicidio volontario e alla scoperta di un verminaio di abusi, soprusi e illegalità “in divisa” in corso da tempo. È un caso di scuola per quanto ci dice sul reale status delle forze di polizia rispetto alle istituzioni democratiche, alle forze politiche e ai cittadini. Le destre di governo, di primo acchito, hanno come al solito cavalcato la notizia, schierandosi con l’agente sparatore “senza se e senza ma” e accelerando l’iter parlamentare dell’ennesimo decreto sicurezza, che aveva in pancia il cosiddetto “scudo penale” per gli agenti; un sindacato, il Sap, ha perfino aperto una raccolta fondi per sostenere le spese legali dell’agente, indagato – con sdegno di molti commentatori – “nonostante la legittima difesa”. L’inchiesta della magistratura, con la nuova (in realtà la prima) ricostruzione dei fatti, ha inevitabilmente scosso l’opinione pubblica, sia per il fatto in sé, sia per l’iniziale, frettolosa archiviazione pubblica del caso. Ancora una volta molti dubbi si sono addensati sulla lealtà e la credibilità delle forze di polizia.
È quindi intervenuto il capo della polizia Vittorio Pisani, forse scioccato dal marciume venuto alla luce, che ha definito l’agente finito in carcere, Carmelo Cinturrino, nientemeno che “un delinquente”, annunciando il suo licenziamento, con una solerzia che ha sorpreso e che a sua volta è rivelatrice. Sì, perché la polizia di Stato è, per tradizione, a dir poco cauta, oltre che avara di informazioni, quando si tratta di avviare azioni disciplinari sui propri appartenenti, anche a fronte di condanne inflitte in via definitiva per gravi reati: o ci siamo dimenticati, per citare il caso più vistoso, il processo Diaz e la condanna dell’Italia di fronte alla Corte europea per i diritti umani? Promemoria: nonostante processi durati undici anni, condanne inflitte in via definitiva a più di venti imputati e il successivo pesantissimo giudizio di Strasburgo, nessuna sospensione è stata decisa durante i processi e nessuna sanzione disciplinare è stata inflitta ai funzionari e dirigenti condannati per un caso qualificato dai giudici europei come tortura; anzi, al termine dei cinque anni di interdizione dai pubblici uffici (previsti dalla legge come pena accessoria automatica), chi non era nel frattempo andato in pensione, è stato reintegrato in polizia, anche in ruoli apicali (ultimo caso Filippo Ferri nominato prima questore di Monza, poi di Como).
L’atto d’imperio di Pisani rivela che certe decisioni a tutela della credibilità del corpo si possono prendere, solo che lo si voglia, e che a monte persistono legami ambigui con il mondo politico e una forte opacità sulle procedure di vigilanza interna. La stessa opacità che spinge le forze di polizia italiane a rifiutare gli strumenti di trasparenza e garanzia tipici di molte democrazie europee e di cui le forze dell’ordine italiane avrebbero grande bisogno. È così che in Italia non abbiamo un’agenzia indipendente di vigilanza sulle condotte e la formazione degli agenti; che non esiste un ufficio di tutela dei diritti umani cui rivolgersi per denunciare abusi subiti da persone in divise; che mancano istituti che favoriscano il cosiddetto whistleblowing (la denuncia di azioni illegali compiute da propri colleghi) e anche forme di confronto costante e trasparente con la cittadinanza. Le polizie italiane rifiutano perfino di indossare codici di riconoscimento sulle divise, un accorgimento di garanzia quasi elementare, che tutela tanto i cittadini vittime di abusi quanto gli agenti innocenti.
Il nostro è il paese del G8 di Genova (e della Uno Bianca), il paese dei casi Cucchi, Magherini e Aldrovandi, del carcere delle torture a Santa Maria Capua Vetere, delle caserme di Piacenza e Verona messe sotto inchiesta per abusi e illegalità fatte sistema, è anche il paese dei ricorrenti eccessi nell’uso della forza durante manifestazioni di piazza, ma resta una repubblica con forze di polizia incapaci di rendere conto del proprio operato e refrattarie a ogni sguardo esterno. È un deficit di cultura democratica che viene da lontano e che continua a inquinare la vita pubblica.
