Finalmente la tanto annunciata madre di tutte le riforme ha partorito quell’atteso articolato che avrebbe l’ambizione di traghettare l’Italia nella III Repubblica. Il disegno di legge costituzionale depositato in Senato il 15 novembre introduce una torsione monocratica e maggioritaria senza precedenti volta a realizzare quella che potremmo definire l’ossessione riformista della classe politica degli ultimi quarant’anni: la governabilità. La torsione monocratica viene ottenuta tramite l’elezione diretta del Presidente del Consiglio dei ministri: in una sorta di verticalizzazione radicale del sistema costituzionale, la riforma di Giorgia Meloni pone al vertice del sistema un duopolio apparente, basato sulla deriva monocratica della forma di governo sebbene si mantenga in vita un Parlamento agonizzante.
Nella sua versione originaria, il disegno di legge costituzionale AS 935 interviene su tre punti, disciplinando: l’elezione diretta del Presidente del Consiglio, la cosiddetta disposizione “antiribaltone” e la costituzionalizzazione del premio di maggioranza. Il Governo è poi tornato sul testo proponendo degli emendamenti.
L’elezione diretta del Presidente del Consiglio contestualmente all’elezione delle due Camere è una misura che riecheggia quella proposta dal Governo Berlusconi nel 2005, che istituzionalizzava il capo della coalizione, respinta dal referendum del 2006. Una simile proposta lega la composizione del Governo alla personalizzazione del capo del Governo incrinando il principio del libero mandato parlamentare, essenza della rappresentanza politica. Il Governo ha cercato di mitigare l’originaria previsione introducendo, con un emendamento, il limite di due mandati consecutivi, che arrivano a tre qualora nelle legislature precedenti il premier abbia ricoperto il mandato per sette anni e sei mesi e ha previsto la revocabilità dei ministri da parte del Presidente della Repubblica su proposta del Presidente del Consiglio: in questo modo si muta però la natura della compagine governativa rompendo l’equilibrio interno all’organo collegiale a vantaggio del Presidente del Consiglio. La posizione di vertice attribuita al Presidente del Consiglio si delinea altresì nello scioglimento automatico del Parlamento, da parte del Presidente della Repubblica, in caso di approvazione di una mozione di sfiducia (l’emendamento governativo parla impropriamente “mozione motivata”), riproponendo quella clausola del simul stabunt simul cadent che a livello regionale ha prodotto l’indebolimento dell’assemblea legislativa.
La seconda misura concerne la norma antiribaltone che consiste nella possibilità, ove il Presidente del Consiglio cessi dalla carica, di designare un sostituto da parte del Parlamento, solo se il secondo designato sia un parlamentare eletto in collegamento con il Presidente del consiglio eletto e dunque gravitante nell’orbita della maggioranza. Questa misura è molto distante dalla sfiducia costruttiva alla tedesca che può condurre a un rovesciamento della maggioranza, nel pieno rispetto del principio della responsabilità politica e del libero mandato parlamentare: si tratta di un’arma a doppio taglio perché irrigidisce i rapporti interni all’esecutivo tra il premier e le forze politiche, istituzionalizzando la conflittualità interna alla maggioranza e dando in mano ai partiti della coalizione l’arma potente di determinare la caduta del governo aprendo la crisi. La norma antiribaltone è stata oggetto di emendamenti da parte dello stesso Governo, per rispondere alle critiche mosse dalla dottrina sulla riduzione del ruolo del Presidente della Repubblica e la marginalizzazione del Parlamento: in particolare, gli emendamenti prevedono uno scioglimento automatico in caso di sfiducia motivata del Presidente del Consiglio e uno scioglimento facoltativo in caso di morte o di impedimento del premier ed entro sette giorni dalle dimissioni volontarie, sempre che il Presidente della Repubblica non decida di affidare l’incarico, per una sola volta nel corso della legislatura, al Presidente del Consiglio dimissionario o a un nuovo Presidente del Consiglio eletto nelle liste che hanno sostenuto il suo predecessore. Come è agevole notare, tale configurazione del potere di scioglimento restringe in modo rilevante la discrezionalità del Presidente della Repubblica e il suo ruolo di composizione delle crisi di governo, trasformandolo in un mero esecutore della volontà del Presidente del Consiglio, che ha il potere di porre fine alla legislatura.
Infine, gli emendamenti governativi hanno coinvolto anche la costituzionalizzazione del premio di maggioranza, che prevedeva l’inserimento in Costituzione del premio di maggioranza del 55%: esso non sarà più incluso in Costituzione ma sarà previsto da una legge ordinaria. Restano quindi fermi i paletti desumibili dalla giurisprudenza costituzionale (soglia del 40% dei voti conseguiti e premio non superiore al 15%) che si impongono alla futura normativa elettorale per essere compatibile con la natura pluralistica della nostra democrazia costituzionale. I proponenti trascurano, inoltre, l’effetto di rendimento negativo del premio di maggioranza, che non ha prodotto maggioranze stabili ma solo coalizioni elettorali eterogenee, divise e litigiose (ad es. Governi Prodi bis e Berlusconi quater): infatti, questa formula elettorale comporta un irrigidimento dei rapporti istituzionali, con il rischio di riprodurre il fenomeno del diverso orientamento politico tra le due camere, rischio che il premio di maggioranza non elimina.
Se il progetto di revisione costituzionale del Governo Meloni dovesse andare in porto, ci consegnerebbe una Costituzione sfigurata nella sua essenza, ossia un’altra Costituzione. La destra non ha i numeri per approvare la riforma costituzionale con la maggioranza dei due terzi e il probabilissimo referendum viene già da ora strumentalizzato da Giorgia Meloni come personale legittimazione di massa. Non a caso, la Presidente del Consiglio, nel videomessaggio diffuso sui social il 10 novembre 2023 si è rivolta alla cittadinanza con un vero e proprio appello al popolo, in una spirale personalistica senza precedenti e dalla connotazione cesaristica: «Italiani! Voi cosa volete fare? Volete contare e decidere, o stare a guardare mentre i partiti decidono per voi?». Mai come in questa fase storica sarà necessario unire le forze in difesa della Costituzione repubblicana e antifascista. Saremo presto chiamati a scendere in campo per preservare lo spirito dei nostri Padri e delle nostre Madri Costituenti: servirà la collaborazione attiva di tutte le cittadine e i cittadini che hanno a cuore il patto fondamentale che le nostre Madri e i nostri Padri Costituenti ci hanno dato come lascito da preservare e consegnare alle generazioni future. Perché la Costituzione non è nella disponibilità di questo o quel partito, né di una sola persona. La Costituzione è Res Publica, è di tutte e tutti noi!
