New York. Mamdani, il sindaco che non ti aspetti

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«Posso vedere l’alba di un giorno migliore per l’umanità», è iniziato così il discorso con cui Zohran Mamdani ha annunciato la vittoria a sindaco della città di New York, nella sua sede di Brooklyn davanti a una folla di sostenitori in delirio. La frase riprendeva le parole pronunciate nel 1918 dal leader sindacale radicale Eugene Debs. Subito dopo l’entusiasmo in sala è diventato incontenibile. Si trattava, infatti, non solo di celebrare il risultato elettorale, ma soprattutto di riconoscere che qualcosa a lungo ritenuto impossibile stava accadendo. Con il 90 percento dei voti scrutinati, Mamdani stava ottenendo più del 50 per cento del consenso: abbastanza per rivendicare una vittoria piena e un chiaro mandato per il cambiamento. Avevano votato più di due milioni di newyorkesi: la più alta affluenza della città dai tardi anni Sessanta! Non era certamente stata una competizione elettorale qualunque. New York City, capitale del capitale – con più miliardari di quasi ogni altra metropoli al mondo – aveva appena eletto come sindaco un candidato dichiaratamente socialista e anti-sionista. L’establishment finanziario e politico aveva gettato contro Mamdani tutto ciò che poteva: decine di milioni in spese elettorali, un bombardamento mediatico incessante e l’insinuazione velata che fosse troppo radicale, troppo straniero, troppo idealista per governare. Eppure, Zoharn Mamdani stava vincendo. Ciò imone alcune considerazioni:

I soldi non sono riusciti a comprare questa elezione. Per decenni, i consulenti politici hanno predicato un unico vangelo: raccogliere più fondi, corteggiare la classe dei donatori, assumere i sondaggisti giusti e la vittoria seguirà. La campagna di Mamdani ha demolito questa ortodossia. I suoi avversari hanno speso somme enormemente superiori – alcune stime parlano di dieci a uno – ma il suo esercito di volontari e di piccoli donatori ha costruito qualcosa che il denaro non può comprare: un movimento. Quartiere dopo quartiere, persone che avevano smesso di credere che il loro voto contasse sono tornate a bussare alle porte e a presidiare i call center. La loro fiducia nel messaggio della campagna elettorale di Mamdani – la casa come diritto, il trasporto pubblico gratuito, una tassazione equa e la dignità per i lavoratori – ha resuscitato la vita civica. Il risultato è stata la più alta affluenza della città in oltre mezzo secolo. La prima grande lezione di questa vittoria è che organizzazione, convinzione e solidarietà possono ancora sconfiggere ricchezza e cinismo. Gli oligarchi che cercavano di comprare il futuro di New York hanno scoperto che, perfino nella loro fortezza, il potere del popolo resta una forza formidabile.

Si è rotto il tabù su Israele. New York è la città con la più grande popolazione ebraica al mondo al di fuori di Tel Aviv e, per generazioni, la critica a Israele è stata la “terza rotaia” della politica americana: toccarla significava la fine della carriera. Mamdani non solo l’ha toccata, ma ha costruito un’intera campagna attorno alla chiarezza morale sulla questione di Gaza e sui diritti dei palestinesi. Lungi dal determinarne la condanna, quella posizione lo ha aiutato a emergere. Come ha riportato il New York Times negli ultimi giorni, molti giovani volontari si sono uniti alla sua campagna proprio per la sua presa di posizione su Gaza. Ciò che un tempo sembrava un suicidio politico è diventato un simbolo di integrità morale. La vittoria di Mamdani infrange così un incantesimo durato decenni all’interno del Partito Democratico. Dimostra che sostenere l’umanità dei palestinesi non è veleno elettorale; può, anzi, essere il seme di una rinnovata autenticità politica. Altri candidati – a lungo intimoriti dalla classe dei donatori filo-israeliani – potrebbero ora sentirsi liberi di allineare i propri programmi con la coscienza dei loro elettori. Un orizzonte politico che un tempo sembrava proibito si è aperto.

Il populismo può avere una sostanza. Il messaggio economico di Mamdani era semplice ma profondo: sono i lavoratori ad aver costruito questa città e meritano di viverci dignitosamente. Il suo programma – blocco degli affitti, edilizia accessibile, ampliamento dei servizi pubblici e autobus gratuiti – parlava direttamente alle classi medie e popolari schiacciate, che da decenni si sentivano invisibili. Questo è un populismo radicato non nel risentimento, ma nella solidarietà. È una politica dell’inclusione, non del capro espiatorio, fondata sulle lotte quotidiane di inquilini, studenti e lavoratori salariati. Quel messaggio ha risuonato soprattutto tra gli elettori giovani, che si sono recati alle urne in numeri record e hanno trasformato la mappa politica della città. Il trionfo di Mamdani conferma ciò che l’ala progressista del Partito Democratico sostiene da anni: che la triangolazione e il centrismo guidato dai donatori hanno ormai fatto il loro tempo. Gli elettori non desiderano la moderazione fine a se stessa — desiderano significato, giustizia e coraggio. La sua campagna ha offerto loro tutte e tre le cose.

Arriva una nuova generazione. A soli 34 anni, Mamdani rappresenta un punto di svolta generazionale per i Democratici. Il partito dei consulenti e dei politici di carriera è stato scosso da una nuova corrente: multietnica, basata sui movimenti e dotata di una fiducia morale rinnovata. In lui i giovani vedono la prova che la politica può tornare a essere un veicolo di giustizia e non soltanto uno strumento per gestire il declino. La sua vittoria segnala che il futuro del Partito Democratico non sarà scritto nelle sale dei consigli di amministrazione delle aziende, ma nei centri comunitari, nelle sedi sindacali e negli appartamenti affollati dei quartieri della classe lavoratrice.

La strada da percorrere è ancora lunga. L’estasi, tuttavia, deve convivere con il realismo. Le stesse forze che hanno cercato di ostacolare l’ascesa di Mamdani ora lavoreranno per minarne mandato. Il presidente Trump e la rete oligarchica a lui alleata – insieme alle élites immobiliari, finanziarie e mediatiche di New York – faranno tutto ciò che è in loro potere per farlo fallire. Governare New York non è mai facile. L’inerzia burocratica, gli interessi radicati e le crisi quotidiane possono logorare anche i leader più integri. Il team di Mamdani dovrà essere tanto disciplinato e creativo al governo quanto lo è stato in campagna elettorale. Le stesse qualità che hanno alimentato la sua ascesa – trasparenza, integrità e coinvolgimento dal basso – saranno ora strumenti essenziali di sopravvivenza. Nessuno deve però pensare che la sua formula possa essere facilmente replicabile altrove. Il carisma di Mamdani è unico e la densità di attivisti, artisti e immigrati di New York gli conferisce una chimica politica difficile da riprodurre. Ciò, tuttavia, non diminuisce il valore del suo esempio: se una trasformazione può avvenire nella capitale finanziaria del mondo, può avvenire ovunque.

Un mandato per la speranza. La vittoria di Mamdani non è semplicemente la storia di una città. È una parabola sulla resilienza degli ideali democratici in un’epoca di cinismo. Restituisce la fiducia che le elezioni possano ancora riguardare le idee, che la convinzione morale possa trionfare sulla paura e che la solidarietà possa resistere più a lungo della propaganda. Gli oligarchi che hanno speso milioni per metterlo a tacere si troveranno ora di fronte a una sfida ben più grande: l’ottimismo contagioso che il suo successo ha scatenato. La speranza, un tempo derisa come ingenua, ora ha un indirizzo: il Municipio di New York City. Le parole di Debs, vecchie di un secolo, risuonano di nuovo: l’alba di un giorno migliore per l’umanità potrebbe essere ancora lontana, ma questa mattina a New York sembra un pò più vicina.

La traduzione dall’inglese è di Elisabetta Grande

Gli autori

George Bisharat

George Bisharat è professore emerito di diritto presso la UC Law di San Francisco. Commentatore assiduo dell'attualità in Medio Oriente, e in particolare del conflitto israelo-palestinese, scrive per un pubblico tanto accademico quanto generalista sui maggiori media nazionali e internazionali. È anche un rinomato musicista di armonica cromatica, conosciuto dal grande pubblico come “Big Harp George”.

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