Il Cile al voto tra occasioni perdute, incubi e speranze

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Secondo Carlos Gardel, morto a Medellin nel 1936 ma contemporaneo di ogni latinoamericano, “si vive sempre con l’anima appesa a un dolce ricordo che si rimpiange e se n’è andato”. L’ho pensato l’11 marzo 1990 mentre, nei giardini della Moneda, celebravo con altri sopravvissuti al lungo intervallo criminal-mafioso, il primo presidente eletto del nuovo Cile, Patricio Alwyn. La mattina dopo, con l’amico e complice di quell’avventura, Pietro Petrucci, partii verso Puerto Montt, 1.000 km a sud, per vedere il Pacifico e i vulcani e salutare mio padre, morto lì il 17 novembre 1973, una settimana dopo i suoi 47 anni. Da clandestino prima, da esule poi, non avevo mai potuto salutarlo fino ad allora. Dal cimitero sul cucuzzolo del monte vedemmo l’oceano, le isole, i vulcani, le montagne e il cielo, ma non trovammo la tomba. Quindi, mi limitai a salutare l’aria e in serata tornammo a Santiago dove, all’ombra del Cerro San Cristobal, annegai con del buon rosso lo schiacciante e inatteso senso di abbandono che mi aveva colpito. Non è indolore scoprire di essere davvero orfano con quasi vent’anni di ritardo anche se, secondo Gardel, “la vita è un soffio e vent’anni sono nulla”. Il Mapocho, il fiume che attraversa Santiago, mi sembrò diverso ma, in fondo mi dissi, ha assistito a tanti assassinii. E scoprii di sentirmi diverso pure io. Fuori, ricordo, era buio e piovigginava.

Dall’11 marzo 1990 al 2025, il Cile ha avuto sei presidenti (Michelle Bachelet e Sebastian Piñera sono stati rieletti). In questi 35 anni ha riacquistato le libertà politiche e si è modernizzato, ma senza risolvere i suoi vecchi problemi: un sistema economico ingiusto; una società paternalista, maschilista e autoritaria; una minoranza mapuche discriminata e maltrattata. Di fatto, ama riproporsi come un’Europa di seconda classe, aggiungendo all’offerta tipo ampi spazi liberi, vista al mare garantita, un’ampia diversità climatica e paesaggistica e un bell’assortimento di pinguini. Dico “di seconda classe” non per la sua dimensione economica giacché, secondo l’Ocse, ha il Pil pro capite più alto della regione, superiore persino a non pochi Paesi europei, ma perché nessun Stato europeo ha raggiunto, finora, la concentrazione di redditi cilena, tipica di un Paese sottosviluppato: nel 2025, il 3% delle aziende concentra oltre l’80% delle vendite totali, 115 famiglie controllano l’economia, il potere economico domina quello politico e ne approfitta per indebolire concorrenza ed equità, aumentare la diversità di redditi e opportunita, pregiudicare gravemente il sistema educativo, aggravare la segregazione urbana, ostacolare gli investimenti in formazione e innovazione, e quindi in produttività, creare barriere all’ingresso di nuovi attori economici e favorire le grandi aziende, Va da sé, poi, nemmeno una tra le 725 imprese regalate dallo Stato ad amici, soci e parenti dei militari, è stata recuperata… Problemi economici che derivano dal neoliberismo, dalle strutture oligarchiche e da un modello statale concepito per continuare ininterrottamente a concentrare la ricchezza. In questo Paese per metà milanese e per metà romeno, bauscia, cacciavit e vucumprà corrono e lavorano sempre, finché campano. Ma, scrive il Financial Times, il 65% fatica ad arrivare a fine mese.

Da gemelli diversi, i sei presidenti che si sono succeduti hanno offerto lo stesso cocktail di modernità e disuguaglianza e, pur se Michele Bachelet e Gabriel Boric hanno messo maggiore enfasi nei diritti, nessuno ha diminuito il diffuso senso di fastidio, la delusione di una popolazione che si attendeva ben altro dalla democrazia. Nelle acque agitate dalla delusione collettiva ha pescato chi voleva scalare il cielo, e fu rivolta sociale. E intende pescare chi vuole ricostruire le capanne dello zio Tom e le fosse comuni pinochetiste, prospettiva spaventosa ma possibile.

Parte del popolo non ha mai smesso di mobilitarsi contro lo stato delle cose. Lo fecero gli studenti nel 2006, nel 2011 e nel 2019; i pensionati e le organizzazioni sociali nel 2016 e nel 2017; le donne nel 2018; ogni anno le comunità colpite dall’inquinamento e dalla siccità… E tutti uniti nell’ottobre 2019. All’epoca, i ridanciani ministri del secondo governo di Sebastian Piñera prendevano malignamente in giro i poveracci.
Commentando i dati sull’inflazione, il ministro dell’economia consigliava l’acquisto dei fiori di stagione perché “costano di meno” e il ministro della salute affermava che “le code all’alba davanti ai consultori si formano perché la gente ama fare vita sociale”. Ma, il 17 ottobre, il sottosegretario di economia esagerò con gli studenti: “Se volete evitare l’aumento dei ticket del metro, alzatevi prima. Fino alle 7 del mattino le tariffe sono ridotte… Ragazzi, la vostra protesta non prende. La gente non vi considera. È più civilizzata di quanto voi pensate”. Quel pomeriggio i carabinieri lanciarono lacrimogeni dentro le stazioni della metropolitana. I gas penetrarono nei treni. Si scatenò un fuggì fuggì generale mentre gli addetti chiudevano gli ingressi. Il trasporto di superficie collassò e milioni di persone dovettero tornare a casa a piedi. In serata, il presidente Piñera ammonì: “Siamo in guerra contro un nemico potente e implacabile che non rispetta nulla e nessuno e che utilizza la violenza e la delinquenza senza ritegno, nemmeno riguardo la vita umana, essendo interessati solo a produrre più danni possibili”. E sua moglie previsò: “Siamo invasi dagli alieni”. La furfanteria del Governo scatenava il caos. A Santiago bruciarono 77 stazioni del metro e la furia s’impossessò del Paese. Una settimana dopo, oltre due milioni di persone chiesero la fine del governo a Santiago mentre centinaia di proteste paralizzavano il Paese della pazza geografia. Si urlava: “Ci avete tolto troppo, persino la paura”. La rivolta fu domata solo dal Covid-19 nel marzo 2020. Non ci erano riuscite l’esercito, il ritorno del coprifuoco, la repressione feroce e la paura. Intanto venne trovata una soluzione resa possibile perché la popolazione era segregata in casa: insieme alle elezioni presidenziali e legislative si sarebbe eletta una Commissione incaricata di redigere una nuova Costituzione. Avrebbe avuto un anno di tempo per redigerla. Poi, un referendum ne avrebbe sancito l’approvazione definitiva.

La situazione pre-insurrezionale era caratterizzata da una rivolta spontanea che – come succede in ogni ribellione – sorgeva dal passato e da questo traeva motivazioni, ragioni e metodi. Forse sarebbe potuta evolversi in rivoluzione – non esiste rivoluzione senza una precedente ribellione – ma, pur nascendo dallo stesso albero, si tratta di fenomeni ben diversi. La ribellione, così come uno sciopero o un’occupazione di spazi fisici o simbolici, è un modo di essere assieme tra uguali liberi da comandi esterni, è un metodo per stabilire legami solidali più in là dei legami familiari e mercantili, ivi incluso quello salariale. La ribellione ricorda, ribadisce, ricrea i momenti in cui viene spezzata l’umiliazione che il potere impone sui dominati, il razzismo che lo caratterizza. Ogni ribellione è un’irruzione dell’essere nel divenire della storia che non diventa necessariamente una rivoluzione. Per comprenderla, si deve osservare e considerare ciò che i corpi esprimono con il loro fare invece di occuparsi di quanto trasmettono con le parole. Ma la ribellione è eredità e genealogia mentre la rivoluzione è programma e politica tutt’altra cosa.

Nel dicembre 2021, la rivolta era ormai sedata ma restava viva nelle menti e nei corpi, quando Gabriel Boric diventò presidente col 56% dei voti. Per la stampa internazionale era “il leader più progressista e di sinistra della storia del Paese dai tempi di Salvador Allende”. Fu festeggiato dalle sinistre di mezzo mondo come colui che avrebbe riformato radicalmente la società e la politica cilena, il depositario delle ambiziose aspettative di cambiamento del Paese (https://vll.staging.19.coop/in-primo-piano/2021/12/21/la-vittoria-di-boric-in-cile-gracias-a-la-vida/). Boric s’insediò l’11 marzo 2022 portando questo fardello ma, già alla fine del suo primo anno di governo, aveva raccolto due grosse bocciature: quella della nuova Costituzione e quella della riforma fiscale che avrebbe dovuto finanziare gli ambiziosi programmi sociali. La sua parabola successiva, pur ottenendo alcuni significativi successi, mi ricorda un altro Gardel, quello di Cuesta abajo (Andare in malora): “Ora, mentre rotolo in malora, non riesco a contenere le illusioni passate. Sogno il passato che mi ha abbandonato, il tempo vecchio che mi manca e che non ritornerà”. Il largo rifiuto del testo elaborato da una Costituente dominata dai movimenti sociali consacrò la rottura tra politica e società, rese palese una società ormai senza alcun processo in corso, scoppiata, carente di ogni progetto.

Sul Governo Boric, che non considero il peggiore della serie iniziata nel 1990, si dovrà fare un’analisi seria dopo queste elezioni. Anticipo che non potrà essere un’analisi contabile, perché la corretta gestione della cosa pubblica non è stata la causa principale della sua elezione, e dovrà costruirsi sulla mancata corrispondenza tra le grandi aspettative della popolazione e il tran-tran di un governo che ha fatto scomparire la stessa idea di un progetto di trasformazione e di superamento del neoliberismo. Allende rappresenta un’epoca in cui, nel male e nel bene, le soggettività dei cileni erano fondamentali e la felicità personale si legava a qualche progetto collettivo. Il Cile di oggi è tra i Paesi a più alto tasso di rifiuto dei partiti politici e della politica stessa. Quindi, la sfida della politica è proprio quella di elaborare un progetto in grado di parlare al Paese. In questo senso, che nulla ha a che fare col disastro descritto dalla destra, lo considero un governo fallimentare, poiché ha confuso la normalità neoliberista con la normalità popolare.

Forse il 14 dicembre 2025 il Cile eleggerà un presidente fascista dichiarato: José Manuel Kast, figlio di un ufficiale delle SS e ammiratore di Pinochet. Il semplice elenco dei suoi primi obiettivi fa pensare che a votarlo può essere solo una popolazione masochista. Non proseguirà con la diminuzione degli orari di lavoro, non aumenterà i salari, diminuirà la spesa pubblica su sanità e scuole, concederà la piena libertà di uso delle armi all’esercito e ai carabinieri, taglierà le pensioni solidali colpendo soprattutto le casalinghe, licenzierà 100mila impiegati pubblici, creerà un “elenco dei vandali sociali”, libererà i pochi torturatori in carcere, espellerà 350mila “immigrati irregolari”, sospenderà la devoluzione dell’Iva sui farmaci, abolirà ogni possibilità di aborto legale, eccetera. Ma non è masochismo. È frutto della vittoria comunicativa di una destra che, controllando i media, ha convinto la popolazione che il suo principale problema non è l’insicurezza economica ma l’insicurezza che deriva dalla debolezza del Governo. Nel Cile ci sono, ha detto Kast, 1.200.000 assassinii ogni anno (sic!). E allora, perché i cileni dovrebbero volere lavorare di meno quando appena escono dal lavoro saranno assaliti e forse sgozzati?

Se i cileni potranno scappare a questo destino infausto lo scopriremo la sera di domenica 14 dicembre. Incrocio le dita invitando a votare per Jeannette Jara. Raccontano che, incazzata con Cip e Ciop, la lepre sparse dovunque del cibo avvelenato. Vi creparono tutti. Persino il cinghiale che conviveva solo coi cinghiali. Persino gli avvoltoi e gipeti che mangiano ossa. Persino i corvi opportunisti. E, dopo la lepre, ci lasciarono le penne persino gli insetti che si cibano di carcasse per sopravvivere.

Gli autori

Rodrigo Andrea Rivas

Rodrigo Andrea Rivas è un giornalista, scrittore ed economista nato a Santiago del Cile. Giovane dirigente di Unidad Popular a sostegno del governo di Salvador Allende, è in Italia dal 1974, esiliato dopo il golpe di Augusto Pinochet. Già direttore di Radio Popolare e docente universitario, ha pubblicato oltre 50 libri di politica ed economia internazionale.

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