Camminanti: la realtà messa in luce da un abbaglio

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Google, o chi altro non so, ha provveduto a inviarmi sullo schermo del computer una nuova immagine dal mondo. Immagini che compaiono e dopo qualche giorno spariscono. Ma questa mi resterà nella testa: uno specchio d’acqua blu, appena increspato di scie biancastre; sullo sfondo una morbida distesa di sabbia, grigia per l’ombra che l’abbraccia, e a destra, alla mia destra, dune scoscese, sempre di sabbia, ma color oro o quasi, perché in pieno sole: digradano ripide sull’acqua. Questo ho notato di primo acchito, ma poi ho guardato con più attenzione: la mia vista periferica aveva segnalato alla capacità di rielaborazione di cui tutti siamo dotati qualcosa di diverso e anomalo rispetto alla solita visione naturalistica delle foto gallery di Google o di chi altro me le rifornisce periodicamente: dove la sabbia lambisce l’acqua – uno stretto corridoio in bilico fra il mare o forse un grande lago e l’imponente muro friabile sconvolgente per la bellezza – si notava una striscia scura e su quella striscia scura spiccavano macchioline nere. Cos’erano credo di averlo capito con qualche difficoltà: le macchioline nere erano figure di uomini e donne, ma anche, probabilmente, di bambini indistinguibili dagli adulti a quell’altezza schiacciata dall’alto: la foto era stata scattata da un aereo o addirittura da un satellite e poi ingrandita. Non so dire.

So dire, invece, che esistono decine di milioni di esseri umani di ogni età che camminano ogni giorno dell’anno per allontanarsi da luoghi di guerre, regimi, carestie, calamità, fame e sete. Ogni giorno, anch’io, ricevo messaggi da siti che organizzano trekking nella natura incontaminata, per piacer nostro, di noi esseri umani del cosiddetto mondo civile e ricco, desiderosi di riavvicinarci a valori più importanti: la ricerca di senso nella solitudine del cammino in una foresta. I percorsi in offerta si moltiplicano: la Via degli Dei, da Bologna a Firenze, 130 chilometri su e giù per il Monte Adone, il passo della Futa, passaggi per vecchi conventi abbandonati o tuttora in attività, il cimitero tedesco con i suoi diecimila morti sui vent’anni di età, l’altra faccia di una guerra feroce alle vittime civili di quelle parti, e poi la discesa su Fiesole, Firenze, la modernità ritrovata. O mai perduta, se per modernità si intende pure il consumo di una certa idea di semplicità. Mia moglie ha affrontato questo cammino, a luglio, e ne è tornata con un passo più elastico per i suoi sessant’anni. E adesso vaglia altri cammini dello stesso genere dentro l’avventura e un po’ pure dentro il suo percorso di senso.

Green Border, film che dovremmo rivedere ogni tanto, racconta di altri boschi, filo spinato, guardie di frontiera, migranti sbattuti di qua e di là come cose, bambini e vecchi che muoiono, i sopravvissuti ridotti a cenci che si ostinano ad andare avanti in quel tetro gioco dell’oca. Perché un dittatore filo-putiniano aveva finto di accoglierli in Bielorussia per usarli come armi improprie sbattendoli contro il filo spinato dei polacchi. O più vicino a noi, Rifugio Massi, Oulx, Valle di Susa: scarpe nuove in fila su un lungo scaffale, scarpe per camminare sin oltre il confine francese, scarpe per chi ha consumato le proprie camminando sino a là da terre lontane. Quante immagini possiamo portare nella nostra memoria di una parte dell’umanità che non ha più casa né altro per sentirsi dentro questo mondo. Cammina per necessità, per ostinazione, cammina per non morire.

Siamo due mondi incompatibili come i giardini di limoni di Israele e la discarica a cielo aperto di Gaza, che più di qualche estremista vorrebbe annettersi per estendere i propri giardini e, come ennesima calamità dell’odio, fare dei palestinesi un popolo senza terra e in fuga, nuovi camminanti. Ma per dove? Il mondo dei nostri giardini di limoni e arance, ma anche di autostrade intasate, di spiagge doc a numero chiuso, di lussi per pochi e lavori sottopagati per tanti non si apre più all’accoglienza. Si para dietro la paura di quei camminanti silenziosi che sono sempre di più.

Le news dai mondi lontani raccontano di file indiane di oltre, ormai, 110 milioni di persone in cammino. Per paesi vicini e all’interno degli stessi continenti e oltre. L’Unione Europea finanzia sempre di più la security – con centinaia di milioni di euro per ogni frontiera – dei paesi confinanti con questo moderno deserto dei Tartari, senza accorgersi che il deserto è dentro di noi e che i Tartari siamo noi nel non volere vedere l’installazione di centinaia di chilometri di concertina. Nient’altro, a dispetto del nome, che filo spinato ad uso militare dotato di fitte lame “a rasoio”: squarciano gambe e braccia che provano a valicarla per i 2, 3 o 4 metri d’altezza cui viene posizionato sul limitare di boschi e montagne balcaniche, lungo le rotte dei migranti più ad est ancora o intorno a Ceuta, avamposto spagnolo e quindi europeo in Africa. Alla meno peggio la “concertina” sfregia in modo permanente chi la sfida.

Noi guardiamo quelle immagini da lontano. E può accadere pure che ne traiamo improvvise visioni di realtà. Come è appena accaduto a me cercando in internet foto ingrandite di quelle ripide dune che digradano in uno specchio d’acqua abbagliante: così ho scoperto che si tratta di un paesaggio realmente incontaminato, ricompreso in un parco nazionale brasiliano che l’Oceano lambisce attraverso fitte lagune d’acqua dolce. Insieme al deserto attorno proteggono un’oasi per pochi turisti. Soprattutto ho scoperto che le macchioline scure che vi ho intravisto non sono esseri umani camminanti in fila indiana, ma strane piccole rocce di guardia a non so cosa. Forse alla natura. Ho preso un abbaglio, a prima vista, e adesso so che è stata l’angoscia per tutti quei camminanti che cercano da migliaia di chilometri di raggiungere un indirizzo di fratelli o amici nel cuore di Berlino o di Parigi o di Londra o chissà dove, da Vancouver a Los Angeles. Pensavamo che arrivassero sin da noi, nel mondo che non ci appartiene, nascosti nei Tir o nei container, come merce di scarto. I migranti senza più nulla, nemmeno la speranza, sono sempre di più diventati camminanti. E ci dividono fra chi prova ansia per loro e chi incubi. O, più probabilmente, non vuole avere occhi per immaginarli in cammino: bambini, donne, vecchi… Ci dividono fra chi li vuole invisibili e chi non più.

Gli autori

Alberto Gaino

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