In una conferenza tenuta il 15 maggio 2008 presso l’università di Bologna, nell’ambito delle serate sui classici, Umberto Eco affermò: «Avere un nemico è importante non solo per definire la nostra identità ma anche per procurarci un ostacolo rispetto al quale misurare il nostro sistema di valori e mostrare, nell’affondarlo, il nostro valore. Pertanto, quando il nemico non ci sia, occorre costruirlo. […] Ed ecco che in questa occasione non ci interessa tanto il fenomeno quasi naturale di individuazione di un nemico che ci minaccia, quanto il processo di produzione e demonizzazione del nemico» (U. Eco, Costruire il nemico, La nave dei Teseo, 2020).
La costruzione del nemico rappresenta da sempre una classica strategia propagandistica, il cui fine è quello di unificare un gruppo contro un avversario percepito (reale o immaginario, poco importa), spesso amplificando e pilotando paure e stereotipi: il tutto per giustificare politiche aggressive. Il criminale nazista Hermann Wilhelm Göring si era perfettamente reso conto che la gente comune non ha proprie pulsioni guerresche e che l’unico modo per indurla ad accettare uno stato di guerra è quello di agire sulla sua paura. Durante i colloqui avuti con Gustave Mark Gilbert, ufficiale americano e psicologo, nel corso del processo di Norimberga, così si espresse:
È ovvio che la gente non vuole la guerra. Perché mai un povero contadino dovrebbe voler rischiare la pelle in guerra, quando il vantaggio maggiore che può trarne è quello di tornare a casa tutto intero? Certo, la gente comune non vuole la guerra: né in Russia, né in Inghilterra e neanche in Germania. È scontato. Ma, dopo tutto, sono i capi che decidono la politica dei vari Stati e, sia che si tratti di democrazie, di dittature fasciste, di parlamenti o di dittature comuniste, è sempre facile trascinarsi dietro il popolo. Che abbia voce o no, il popolo può essere sempre assoggettato al volere dei potenti. È facile. Basta dirgli che sta per essere attaccato e accusare i pacifisti di essere privi di spirito patriottico e di voler esporre il proprio paese al pericolo. Funziona sempre, in qualsiasi paese.
Tutto ciò è in linea con l’analisi compiuta dalla storica belga Anne Morelli. Nel suo libro Principes élémentaires de propagande de guerre, pubblicato nel 2001 e tradotto in numerose lingue (in italiano Principi elementari della propaganda di guerra, Futura Editrice, 2024), l’autrice individua dieci principi elementari che vengono sistematicamente utilizzati per giustificare la guerra. Essi sono i seguenti: 1) Noi non vogliamo la guerra: è l’affermazione pronunciata da ogni capo di Stato prima di dichiarala: Joachim von Ribbentrop (1893-1946), prima che la Germania invadesse la Polonia, dichiarava: “Il Führer non vuole la guerra. Si risolverà a farla a malincuore”; 2) L’avversario è l’unico responsabile dell’intero conflitto; 3) Il capo della parte avversa ha il volto del diavolo; 4) Noi difendiamo una nobile causa, non degli interessi particolari; 5) Il nemico commette consapevolmente atrocità, mentre, se noi commettiamo degli “errori”, li commettiamo in modo assolutamente involontario; 6) Il nemico usa delle armi non autorizzate; 7) Noi subiamo pochissime perdite, invece quelle del nemico sono enormi; 8) Gli artisti e gli intellettuali sostengono la nostra causa; 9) La nostra causa ha un carattere sacro; 10) Coloro che mettono in dubbio la nostra propaganda sono traditori.
La cosa singolare è che tali principi vengano impiegati indifferentemente da aggressori e aggrediti, vincitori e vinti, paesi democratici o autocratici ecc. e, naturalmente, dai media che si schierano dalla parte dei governi. Come la stessa autrice analizza nel suo libro, questi principi sono stati ampiamente utilizzati anche dall’Occidente nelle più recenti guerre che hanno segnato la nostra epoca (guerra in Jugoslavia, guerra del Golfo del 1990-1991, guerra del Kosovo e Metochia, guerra d’Afghanistan del 2001, guerra in Iraq). Nella prima edizione del suo libro del 2001, Anne Morelli precisa, con ironia, che questi principi sono «utili in caso di guerra fredda, calda o tiepida».
Nell’ambito della propaganda bellica, hanno da sempre svolto un ruolo importante le cosiddette armi segrete, vere o presunte poco importa: quello che conta è che si creda alla loro esistenza. Da un lato attribuire al nemico il possesso di micidiali armi segrete alimenta la paura e quindi l’odio e le ostilità nei suoi confronti. Dall’altro lato, far credere di avere a disposizione invincibili strumenti bellici, aumenta il consenso e la fiducia nella vittoria dei propri cittadini e può, al tempo stesso, spaventare il nemico. Gli esempi storici non mancano. Joseph Goebbels, ministro della propaganda nazista, durante le ultime fasi della seconda guerra mondiale, parlava espressamente di wunderwaffen (letteralmente “armi-miracolose”) che sarebbero state in possesso del Terzo Reich e che sarebbero state in grado di ribaltare il corso del conflitto, che cominciava a prospettarsi chiaramente negativo per i tedeschi. In realtà la maggior parte delle wunderwaffen di Goebbels era ben lontana dall’essere realizzata e le poche costruite a livello di prototipo ebbero un’influenza pressoché nulla sulle sorti del conflitto. Per contro la paura che i tedeschi potessero davvero realizzare un potente ordigno nucleare, indusse gli americani a intraprendere il progetto Manhattan che porterà davvero alla realizzazione (e al successivo utilizzo) della bomba atomica.
In epoca più recente, nel 2003 gli Stati Uniti, sotto la presidenza di George W. Bush, invasero l’Iraq accusando Saddam Hussein di possedere armi di distruzione di massa chimiche e batteriologiche, risultate poi del tutto inesistenti. Gli esperti di politica internazionale e gli storici stanno ancora discutendo se si sia trattato di un errore di valutazione dell’intelligence americana, oppure di una menzogna deliberata da parte dell’amministrazione Bush per giustificare l’attacco all’Iraq. In ogni caso, il 5 febbraio del 2003, un mese e mezzo prima dell’invasione, l’allora segretario di Stato Colin Powell si presentò davanti al Consiglio di sicurezza dell’ONU con una fialetta piena di un liquido giallastro in mano, affermando che gli Stati Uniti possedevano le prove dell’esistenza delle armi di distruzione di massa da parte dell’Iraq.
Anche l’attuale situazione europea, generata dal conflitto in corso in Ucraina, ha originato una evidente propaganda, spesso incautamente auto-contraddittoria (https://tamagozine.org/2025/09/28/la-salute-di-putin-e-la-vittoria-imminente-come-funziona-la-propaganda-orwelliana/ ), con relativa costruzione del nemico. Il nemico assoluto è naturalmente la Russia, dipinta come minaccia esistenziale per la nostra civiltà, guidata dal despota assoluto Vladimir Putin. Dal 24 febbraio 2022, i media occidentali hanno intensificato una narrazione che identifica la Russia come aggressore univoco, criminalizzando ogni voce critica con relativa accusa di filo-putinismo, ogni tentativo di trattativa diplomatica e trasformando gli esistenti rapporti commerciali pregressi con la Russia in dichiarata ostilità. Questa russofobia dilagante si estende ad ambiti culturali totalmente estranei al conflitto e ha visto tra le sue vittime artisti russi di valore, ai quali è stato impedito di esibirsi, corsi universitari e iniziative culturali cancellate, liste di giornalisti e intellettuali considerati filo-putiniani ecc. Tutto ciò, ovviamente, per giustificare i massicci aiuti militari all’Ucraina e i progetti di insensato e mastodontico riarmo previsti per i prossimi anni (https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/03/22/come-si-e-arrivati-a-identificare-il-nemico-nella-russia-e-a-preparare-gli-europei-alla-guerra/7487939). È piuttosto inquietante che oggetto di criminalizzazione siano anche tutti coloro che cercano semplicemente di comprendere in modo più approfondito le vere cause del conflitto in Ucraina e le sue dinamiche. Chiunque dissenta dalla narrazione mainstream, secondo la quale la vera causa sarebbero le mire espansionistiche di Putin, viene tacitato di filo-putinismo e/o addirittura accusato di essere al soldo del despota russo. Putin deve essere accusato di imperialismo e genocidio e ogni analisi che consideri la complessità storica del problema viene rigettata come propaganda a favore del nemico. Naturalmente, da parte sua anche la Russia attua massicciamente la sua propaganda in chiave antioccidentale (si veda, ad esempio: https://www.wired.it/article/propaganda-russia-chatbot-intelligenza-artificiale-europa-isd/).
Chiunque non sia offuscato dall’ideologia non può non rendersi conto che la demonizzazione del nemico russo e la relativa propaganda russofobica è funzionale alla corsa al riarmo, con spese record, che qualcuno vuole imporre all’Europa. Riarmo che difficilmente sarebbe accettato dalla popolazione, visto che inevitabilmente si ripercuoterà con pesanti tagli sulla spesa sociale, incidendo negativamente sulla sua qualità della vita di tutti noi. In quest’ottica vanno visti i diversi episodi di probabile false flag, o comunque qualcosa di molto simile, verificatisi dall’inizio del conflitto ucraino. Ad esempio, l’attacco ai gasdotti Nord Stream del settembre 2022 era stato inizialmente attribuito da diverse parti a una responsabilità russa, con l’ipotesi, francamente poco plausibile, di un “auto-sabotaggio” volto a destabilizzare l’Europa. Successivamente, indagini della polizia e della procura tedesca hanno portato all’emissione di mandati di arresto contro sospetti ucraini e, secondo alcuni rapporti (fra cui uno del Wall Street Journal), un’unità d’élite ucraina avrebbe operato sotto la supervisione del comandante dell’epoca, Valerii Zaluzhnyi. Alcuni sospetti sono stati individuati in Polonia e in Italia, mentre le autorità ucraine continuano a negare ogni coinvolgimento ufficiale. Pur non esistendo ancora un verdetto conclusivo universalmente accettato sugli autori dell’attacco, le indagini più recenti puntano quindi maggiormente sull’ipotesi di un coinvolgimento ucraino rispetto a quello russa. Un altro esempio è l’incidente del 15 novembre 2022 a Przewodów (Polonia), dove un missile colpì un’installazione agricola. Inizialmente si parlò di un ordigno “russo” o di droni russi, e vi furono timori sulle possibili implicazioni per la sicurezza NATO. Tuttavia, successive indagini polacche attribuirono l’evento a un missile antiaereo di provenienza ucraina, probabilmente lanciato durante un’azione di difesa, escludendo un attacco intenzionale dalla Russia. Le autorità ucraine non hanno confermato ufficialmente il coinvolgimento, e l’incidente è dunque trattato come un tragico errore durante operazioni belliche, non come un’aggressione mirata contro la Polonia. Molte perplessità ha pure destato il presunto incidente del 31 agosto 2025 che coinvolse l’aereo di Ursula von der Leyen durante l’avvicinamento all’aeroporto di Plovdiv. Inizialmente buona parte dei media – citando fonti di istituzioni europee – attribuirono la perdita del segnale GPS a possibili interferenze russe, evocando l’ipotesi di un attacco informatico (jamming). Successivamente, tuttavia, le autorità bulgare, incluso il Governo, dichiararono che non vi era alcuna evidenza di un jamming prolungato o rilevabile da terra. Il volo risulta essere atterrato con un ritardo minimo, e i dati disponibili non confermavano un’interruzione grave delle comunicazioni GPS. Alcuni esperti hanno suggerito che l’anomalia possa essere stata di natura tecnica o interna al velivolo, anche se non esiste al momento una versione ufficiale definitiva e condivisa. Un esempio significativo di come opera l’“informazione” si è, poi, verificato il 1 dicembre 2025, quando l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, capo militare della Nato, ha parlato di eventuali attacchi preventivi da parte dell’alleanza alla Russia, provocando la risposta di Putin: «Se l’Europa vuole scatenare una guerra, noi siamo pronti adesso». Il 3 dicembre, la maggior parte delle prime pagine dei quotidiani titolava: “Putin minaccia l’Europa”.
Gli esempi potrebbero continuare e, a questo punto, nasce spontanea una domanda: a chi giova la creazione di questo clima di isteria collettiva, alimentata da una palese propaganda? Giova evidentemente a coloro che hanno tutto da guadagnare da un clima bellicista e guerrafondaio. Prima di tutto l’apparato industriale militare che, mai come oggi, vede lucrose prospettive di guadagno. Alcuni dati lo confermano. Dall’inizio del conflitto ucraino le vendite dei 100 maggiori produttori di armi sono aumentate del 5,9% nel 2024 rispetto al 2023, raggiungendo circa 679 miliardi di dollari, il livello più alto mai registrato dal SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute). In Europa, il fatturato delle principali aziende è cresciuto del 13%, raggiungendo la cifra di 151 miliardi di dollari, grazie alla guerra in Ucraina e al riarmo anti-russo. Esempi includono la ceca Czechoslovak Group (+196%, con 3,6 miliardi di dollari) grazie a forniture di proiettili per l’Ucraina, e l’ucraina JSC Ukrainian Defense Industry (+41%, con 3 miliardi). L’impennata degli ordini ricevuti ha spinto molte aziende a espandere la produzione, con effetti positivi impliciti sui titoli di borsa. Ad esempio, aziende come Rheinmetall e Thales hanno ampiamente beneficiato della domanda nonostante sfide come la dipendenza da minerali critici.
Purtroppo la propaganda viene esplicitamente enunciata, con scarso senso del pudore, nei programmi dell’Unione Europea, con particolare riferimento al settore dell’educazione dei giovani: il che appare particolarmente inquietante. Nel documento “Relazione annuale 2024 sulla attuazione della politica di sicurezza e di difesa comune” (https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/A-10-2025-0011_IT.html), approvato dal Parlamento europeo il 2 aprile 2025, vengono fornite indicazioni su come preparare le opinioni pubbliche alla guerra, al fine di «sviluppare una comprensione condivisa e un allineamento delle percezioni delle minacce in tutta Europa». Il documento «invita l’Ue e i suoi Stati membri a mettere a punto programmi educativi e di sensibilizzazione, in particolare per i giovani, volti a migliorare le conoscenze e a facilitare i dibattiti sulla sicurezza, la difesa e l’importanza delle forze armate». Invita inoltre a promuove «la resilienza psicologica degli individui e la preparazione delle famiglie», anche attraverso «cooperazione tra le istituzioni di difesa e le università degli Stati membri dell’Ue quali corsi militari, esercitazioni e attività di formazione con giochi di ruolo per studenti civili», oltre che mettere a punto strategie che aumentino «l’attrattiva professionale» per il reclutamento militare, fino alla promozione di un programma “Erasmus militare” per giovani ufficiali. Di fronte a simili inquietanti prospettive, a chiunque abbia qualche ruolo nell’educazione dei giovani (genitori, insegnanti, educatori, ecc.) e abbia a cuore il loro futuro non resta che impegnarsi a fondo nella promozione di un solido senso critico e nell’educazione alla disobbedienza civile e alla diserzione (https://vll.staging.19.coop/controcanto/2025/03/17/il-coraggio-di-disertare/).
