La cooperazione sociale, una possibilità contro il liberismo

Download PDF

Sono 14.000 le cooperative sociali in Italia, un numero cresciuto costantemente fino al 2017, quando ha iniziato a declinare la costituzione di nuove. Alla diminuzione si contrappone però una crescita del fatturato aggregato, che nel 2022 era pari a 17,8 miliardi di euro, oltre 5 miliardi in più rispetto a dieci anni prima. Anche i lavoratori sono cresciuti di circa 100.000 unità dal 2015 al 2022, quando erano stimati in circa 491.000. Le cooperative sociali erano, nel 2022, per il 51% di tipo A (che si occupano di gestione di servizi socio-sanitari e educativi), per il 27% di tipo B (che si occupano di inserimento lavorativo di persone svantaggiate), per il 22% a oggetto plurimo. Se si considerano i fatturati aggregati, il 64% è prodotto da cooperative di tipo A, il 17% da cooperative di tipo B e il 19% da cooperative a oggetto plurimo. Queste ultime sono in forte crescita: dieci anni fa erano residuali, oggi rappresentano il 40% delle nuove costituzioni. Nel 2022 la metà delle cooperative sociali ha sede nell’Italia del Sud e insulare, il 30% al Nord, il 20% al Centro; se si guarda ai fatturati aggregati, il 63% è prodotto da cooperative sociali del Nord, il 21% da cooperative sociali del Centro e il 16% da cooperative sociali del Mezzogiorno.

Partire dai numeri è importante perché serve a sottolineare come la cooperazione sociale rappresenti un’importante realtà economica del Paese, non solo per i suoi numeri ma perché essa sviluppa – o dovrebbe sviluppare – un modello economico alternativo a quello liberista, in cui al centro dell’impresa ci sono le socie e i soci, le lavoratrici e i lavoratori e in cui il fare impresa non è finalizzato al profitto ma alla produzione di lavoro e al miglioramento del benessere collettivo. Lo dico con convinzione ma allo stesso tempo con la consapevolezza che di fronte alle derive che hanno attraversato il fare di molte cooperative o all’uso spregiudicato e incoerente della forma cooperativa tali affermazioni possono risultare ingenue o “di parte”, visto che chi scrive fa il cooperatore da più di 30 anni. Ma è importante pur con la necessaria sincerità nel non nascondere derive e criticità non scivolare in generalizzazioni.

Non vi è dubbio, fatte salve le responsabilità interne al nostro mondo, che le politiche pubbliche degli ultimi 30 anni hanno via via prosciugato il terreno culturale, politico e di welfare in cui la cooperazione sociale si era sviluppata. Lo Stato è andato rinunciando, in modo costante, alla propria responsabilità di essere garante dell’esigibilità dei diritti delle persone. Piegandosi alle esigenze del mercato, mettendo a profitto larga parte dei disagi e della cura della salute delle persone, ritagliando per sé un ruolo meramente contenitivo dei disagi e delle contraddizioni, proponendo servizi tesi più a contenere le persone piuttosto che pensati per favorirne capacitazione e percorsi di autonomia, scaricando sulle famiglie – e quindi sulle donne – una parte importante della cura di anziani, malati, bambini e bambine. Uno Stato rinunciatario che, in coerenza con tale impostazione, ha trasformato un’integrazione con il privato sociale pensata per allargare la funzione pubblica a ambiti dove invece il pubblico si è posizionato su due poli opposti: o quello della delega piena della propria responsabilità pubblica (in un’integrazione che in questo caso non allarga ma restringe la funzione pubblica), o quella del considerare la cooperazione non più co-attore di politiche pubbliche ma come soggetto meramente prestazionale a cui affidare “pezzi” di intervento predefiniti e a basso costo. Una deriva che ha portato molte cooperative a colludere con meccanismi di contenimento delle persone e ad avallare una sorta di privatizzazione – spesso al al ribasso – di ambiti di welfare. Per altro finendo per svilire il proprio lavoro portandolo dall’ambito della tutela e della promozione dei diritti delle persone a quello del loro contenimento. Più ammortizzatore sociale che attore di cambiamento. Mero gestore di politiche altrui pensate per contenere gli scarti considerati fisiologici dal liberismo.

In questo processo in molti casi le cooperative non solo hanno perso il legame con le loro origini e con la prospettiva in cui erano nate e si erano sviluppate ma hanno finito per disinvestire sulla cura della loro risorsa più preziosa: i soci e le socie, i lavoratori e le lavoratrici. E quando questo accade si finisce per perdere visione e originalità, scivolando in una sorta di scimmiottamento del profit, che significa condannarsi alla residualità anche sul mercato. Si finisce per ritagliarsi una fetta povera della messa in produzione della sofferenza.

Ed è qui che torna il tema di evitare le generalizzazioni. Perché se da un lato queste derive non vanno negate ma anzi riconosciute per essere affrontate e arginate è importante mettere al centro dell’attenzione anche il tanto di buono, in termini di lavoro, innovazione, inserimento, culturale che le cooperative producono e realizzano ogni giorno in tante parti del Paese. Soprattutto nei margini sociali, economici, geografici del paese, attivando percorsi di inclusione, di rigenerazione delle relazioni e delle persone. Spesso agendo come spacciatori di opportunità e alternative che riaccendono aspirazioni e talenti in cui anche la speranza di cambiare non è più data.

Allora è evidente come oggi si debba davvero investire per la ridefinizione di un “noi collettivo” che consenta, in modo non nostalgico ma adeguato all’oggi, alla cooperazione di riconnettersi con le proprie origini. Per farlo forse si può partire da alcuni indicatori di fondo che con Gea Scancarello, nel libro Non facciamo del bene, abbiano così provato a definire:

Primo: la cooperazione sociale è capace di stare in equilibrio tra mercato e solidarietà, tra mission ed esigenze di impresa? Il compito è arduo, soprattutto in un quadro di costante riduzione delle risorse pubbliche che schiaccia le cooperative in un ambito di competizione al ribasso. Ma quell’equilibrio è un fattore fondamentale, perché rappresenta l’originalità stessa delle cooperative, e determina proprio la capacità di stare sul mercato in modo originale e alternativo al liberismo. Secondo. Il lavoro della cooperazione sa curare allo stesso tempo le persone e le comunità in cui esse vivono? Garantire diritti ed emancipazione delle persone fragili, o che fanno più fatica, è quasi impossibile se si agisce in comunità ostili e diffidenti, che considerano nemica la cooperazione perché percepita troppo vicina a quelli che loro ritengono nemici. E, ancora, non si possono curare le ferite delle persone se i contesti in cui vivono sono strappati e lacerati, senza un’azione di rammendo che tenga conto di entrambi gli ambiti. Terzo: c’è coerenza tra i modelli di democrazia proposti alle comunità e quelli praticati all’interno delle cooperative stesse? Queste devono essere luoghi autenticamente democratici, a forte circolarità delle informazioni, con il massimo coinvolgimento nei luoghi decisionali, con una grande attenzione alle questioni di genere e generazionali, nella consapevolezza che il capitale più prezioso delle cooperative sono i soci e le socie, le lavoratrici e i lavoratori. Quarto: la cooperazione restituisce la voce, il protagonismo e il potere delle persone con cui lavora?

Sono quattro domande cruciali, indicazioni fondamentali per ritrovare senso e prospettiva, per consentire alla cooperazione sociale di essere “intrapresa”, “impresa intraprendente”: da un lato, perché capace di far posto nel mondo a chi proprio non ce l’ha in quanto, nell’ordine sociale che governa, incompatibile, inutile, fastidioso, incongruo, d’altro lato, perché in grado di creare significative alleanze tra pubblico e privato, necessarie per restituire alle persone diritti, potere e dignità.

La cooperazione sociale, nonostante le derive che l’hanno attraversata anche per proprie evidenti responsabilità, è un’importante risorsa per praticare un’impresa alternativa al liberismo, a cominciare dal convincere che l’alternativa c’è, al contrario di quelli che ci dicono da anni che non ci sono altre strade se non quelle di considerare disuguaglianze e povertà come normali, come prezzo inevitabile da pagare allo sviluppo. La cooperazione lo può fare e in molte parti già lo fa ma per farlo con più forza e meglio deve tornare ad abitare con forza e consapevolezza la dimensione politica e culturale del proprio fare. La cooperazione deve avventurarsi nella politica nel suo senso più alto, con fantasia, con stupore, con creatività. Ciò significa rigettare la mera funzione di gestori di politiche ideate lontano, cioè di curatori fallimentari dell’esistente. Significa prendere posizione, e costruire posizioni. Significa costruire le condizioni per ritrovare la strada di un lavoro sociale che torni a non accontentarsi del probabile per immaginare il possibile, e voglia provare a costruire l’impossibile.

Gli autori

Andrea Morniroli

Andrea Morniroli, da 30 anni impegnato nelle politiche di welfare a Napoli, è socio della cooperativa Dedalus, in cui si occupa principalmente di migranti e di contrasto della povertà. È stato assessore alle politiche sociali del comune di Giugliano in Campania. È portavoce della Piattaforma Nazionale Anti-tratta ed è co-coordinatore del Forum Disuguaglianze Diversità.

Guarda gli altri post di: