“No kings” a Chicago: prove di sciopero generale

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Gli Stati Uniti non sono terra di scioperi generali. L’unica ondata di scioperi che rassomigli loro furono le diffuse mobilitazioni di 5 milioni di lavoratrici e lavoratori nel 1946, al termine del periodo di blocco degli scioperi operante durante la seconda guerra mondiale. La risposta della destra fu il Taft-Hartley Act del 1947, una legislazione, tuttora in vigore, che vietava molti tipi di iniziative sindacali, tra cui gli scioperi politici. Ma, nell’ambito delle iniziative nazionali “No Kings” del 18 ottobre, che hanno visto negli USA 7 milioni di persone in piazza per la democrazia, in un discorso tenuto al termine del corteo di Chicago di 250.000 persone, il sindaco di quella città, Brandon Johnson, ha esortato a metter da parte le differenze e a unirsi in una grande iniziativa di massa. Un vero e proprio sciopero generale, contro quella che ha definito la “tirannia” di Trump e l’avidità aziendale delle corporations, per contrastare “la guerra ai lavoratori” che avviene coi tagli alla coperture sanitaria Medicaid e ai “buoni pasto” e coi licenziamenti dei dipendenti federali.

Johnson è il prototipo della persona che Trump odia: è un nero progressista. Ed è stato un dipendente pubblico. Già insegnante, organizzatore del Sindacato Chicago Teachers Union e della Camera del Lavoro cittadina, Johnson vinse nel 2023 col 52% dei voti il ballottaggio contro Paul Vallas, ex Direttore del Bilancio e poi Provveditore scolastico, non solo a Chicago (in questa funzione chiudeva le scuole con risultati insufficienti, affidandole a operatori privati). Vallas, rappresentante neoliberista dei poteri forti e anch’egli dell’area del Partito Democratico, al secondo turno era appoggiato anche da settori della destra con cui era da tempo contiguo e incarnava la continuazione di una politica “securitaria” a senso unico, di divisione razziale, di privatizzazione dei beni pubblici e di segmentazione della città per reddito (Chicago è una delle città più segregate degli USA).

Johnson invece ha valorizzato la partecipazione dei cittadini al governo della città, che è la terza per numero di abitanti negli USA. La coalizione progressista che lo ha sostenuto comprende sindacati ed espressioni della società politicamente attiva. Promise di affrontare pure il tema scottante del potere della polizia (che succhiava ben il 40% del budget cittadino) e delle sue violenze razziste, con una supervisione comunitaria e una democratizzazione del Corpo. Il programma di Johnson, di diritti democratici, sociali e ambientali, intendeva affrontare il problema della sicurezza nei quartieri di difficile vivibilità, non con gli abusi e il razzismo della polizia ma con nuovi alloggi a prezzi accessibili, posti di lavoro per i giovani e politiche di inclusione sociale. E oggi ripropone una tassa sulle grandi imprese per destinarne i proventi alle spese sociali della città.

La polizia di Chicago, ma non è certo la sola a livello nazionale, è stata negli anni protagonista di repressioni varie dei movimenti: nel 1937, col massacro della Republic Steel, quando il corteo del sindacato dei lavoratori dell’acciaio, in sciopero per il contratto, fu affrontato con spari e bastonature procurando 10 morti e 28 feriti gravi. E nel 1968, quando 28.000 poliziotti (più di quanti combatterono la guerra d’indipendenza americana dall’Inghilterra) furono impiegati con estrema violenza, dall’allora sindaco cittadino, contro le poche migliaia di manifestanti anti-guerra del Vietnam, in occasione della convenzione nazionale del Partito Democratico. Il processo, durato per sei mesi nel 1969/970 fu contro otto rappresentanti del Movimento. Fu tristemente noto per l’assoluta parzialità del giudice e per il fatto che un esponente delle Pantere Nere (Bobby Seale) fu legato e imbavagliato in aula. Del processo, poi cassato per evidente incostituzionalità, parla anche il film The Trial of the Chicago Seven. La polizia di Chicago era stata anche protagonista nel 1886 di un attacco allo sciopero cittadino per le otto ore di lavoro, la cui seguente manifestazione a Haymarket, funestata da una bomba di un provocatore, mai smascherato, e gli spari dei poliziotti procurarono 11 morti. Il successivo processo portò all’impiccagione di quattro leader anarchici, scelti tra gli organizzatori, e il Primo Maggio divenne la giornata internazionale del lavoro (non nelle dittature e neanche negli Stati Uniti, che festeggiano una festa del lavoro, non una giornata di lotta, recuperata dal Canada). Da allora Chicago è stata un centro propulsore del sindacalismo statunitense: dallo sciopero del 1894 delle ferrovie Pullman alla fondazione nel 1905 dell’Industrial Workers of the World, alla marcia per il lavoro del 1934 e alle 60 occupazioni di fabbriche in soli 15 giorni del 1937; dalle lotte studentesche del 1969 contro Il “rinnovamento urbano” che espelleva i poveri dalla città, allo sciopero degli insegnanti organizzati dal Chicago Teacher’s Union del 2012 e del 2019; dalla vittoria del movimento contro le candidature della città a sede delle Olimpiadi e poi del G8 alle iniziative odierne del sindacato informale Amazonians United nella multinazionale della logistica.

Dunque Chicago è il posto giusto, sia per le storiche variegate esperienze di organizzazione dei lavoratori, sia per la conoscenza che ha delle repressioni poliziesche, per lanciare un’iniziativa nazionale di mobilitazione continuativa contro Trump.

Quella che è definita “retrocessione della democrazia”, progressivi indebolimenti, indotti dai governi, delle libertà individuali e riduzioni o eliminazione dei controlli sul potere esercitati da istituzioni indipendenti, sia interne allo Stato che non istituzionali, è ciò che accade oggi negli Stati Uniti. Agenzie federali, stampa e università indipendenti, sistema federale, tutte assieme avevano un minimo di possibilità di contemperare il ruolo del presidente. Ora questo sistema sembra andare in pezzi con l’intimidazione della stampa e degli atenei, l’annichilimento delle funzioni delle agenzie federali e il licenziamento a tale scopo di migliaia di loro dipendenti, l’utilizzo della polizia di frontiera e dell’esercito in funzioni di ordine pubblico, l’attacco al diritto di opinione. Nell’adunata di tutti i generali statunitensi dislocati a livello mondiale, organizzata dal Ministero, che era denominato “della Difesa” e che ora è “della Guerra”, è stata evidente l’intenzione di Trump di trasferire all’interno del Paese le guerre esterne, prodotte in gran numero dagli USA negli ultimi 70 anni. Trump ha dichiarato che “l’America è in invasione dall’interno” e ha detto ai generali che dovrebbero “usare le città americane come terreni di addestramento”. Sta in sostanza andando in guerra contro gli statunitensi che non la pensano come lui, quelli che definisce il “nemico domestico”. Col memorandum NSPM-7 sulla politica di sicurezza nazionale, intitolato “Contro il terrorismo domestico e la violenza politica organizzata” il governo imposta nuove politiche delle forze armate e dell’ordine pubblico (che con Trump tendono a diventare cose collegate); e anche dell’intelligence. Lo scopo del memorandum è di fornire un quadro utilizzabile per individuare “indicatori” di propensione di futura violenza politica. Vi sono elencate come fattispecie le idee di antiamericanismo, anticapitalismo, anti-cristianesimo e di sostegno al rovesciamento del governo degli Stati Uniti, le “opinioni di estremismo” in merito alle migrazioni, alla razza, al genere e quelle di ostilità verso coloro che hanno “opinioni tradizionali americane” sulla famiglia, sulla religione, sulla moralità.

Durante il suo discorso del 18 ottobre, Johnson ha ricordato che i suoi antenati si riunirono per un obiettivo comune: la liberazione dei neri dallo schiavismo e la realizzazione dell’Underground Railroad, la strada clandestina per fuggire dalle piantagioni. E ha auspicato che la forza dell’unità e della liberazione possa riprodursi oggi, contro l’autoritarismo dell’amministrazione di Trump. Quel Trump che aveva minacciato di arresto, lui e il governatore dell’Illinois, J.B. Pritzker, per aver cercato di ostacolare i raid, nello specifico di Chicago denominati “Operazione Midway Blitz”, della polizia dell’immigrazione ICE, che è ormai installata in alcune grandi città, governate dai Democratici, con la scusa, presto svanita, della delinquenza che vi regnerebbe. E che opera, in genere mascherata, rapendo, imprigionando senza diritti in prigioni private, espellendo dagli USA, immigrati senza alcun precedente penale ma con documenti scaduti. Ad essa si aggiungono militi della Guardia Nazionale di Stati governati dai Repubblicani, materiarializzando un ulteriore allargamento della faglia di divisione interna agli USA, tale ormai da prefigurare una rottura della nazione, poiché ormai i diritti, di aborto, al lavoro sindacalizzato, alla difesa dell’ambiente, alla salute, e ormai anche quello di opinione, sono profondamente differenti tra gli Stati dell’Unione.

Johnson concludeva il comizio con queste considerazioni: “Chiedo ai neri, ai bianchi, ai marroni, agli asiatici, agli immigrati, ai gay, di tutto il paese di alzarsi in piedi. Faremo pagare (ai ricchissimi) la loro giusta quota di tasse per finanziare la nostra scuola, i posti di lavoro, l’assistenza sanitaria, i trasporti. La democrazia continuerà a vivere grazie a questa generazione. Siete pronti a portarla in tribunale e in strada? Noi di Chicago non abbiamo paura di alzarci in piedi. Oggi stiamo resistendo agli attacchi di Donald Trump alla democrazia, e lui lo sa”. Chicago, sembra dire Johnson, è un posto conosciuto per la libertà, “A land that’s known as freedom“, come dice la canzone dedicatale da Crosby Stills Nash & Young dopo la feroce repressione della manifestazione del 1968. L’auspicio della canzone è valido ancor’oggi: “Noi possiamo cambiare il mondo, rimetterlo in ordine (perché) sta morendo. Vieni a Chicago per una manifestazione, se credi nella giustizia e nella libertà”.

Ma è l’intera nazione che ha urgente necessità di dare continuità a iniziative dal basso che contrastino la deriva autoritaria, che qualcuno definisce ormai fascista, superare la paura e l’impotenza, proseguire la lotta con iniziative che difendano i più deboli e i più esposti e rivendichino anche una profonda trasformazione di una società che è governata ancor più da oligarchi.

Gli autori

Ezio Boero

Ezio Boero, nato a Torino nel 1954, si è laureato in Scienze politiche con una tesi su “Politica dei trasporti e sviluppo urbano: il caso torinese”, ha fatto attività politica, sindacale e ambientalista. Da ultimo ha pubblicato “Storia sociale e del lavoro degli Stati Uniti”, StreeLib, 2019 (aggiornato nel 2023).

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