Retorica e realtà della guerra

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In questi tempi bui in cui la guerra torna a bussare alle porte, ricordare la Resistenza non deve essere solo un nostalgico rituale ma un atto politico che parla al presente e ci aiuta a riflettere. La concezione partigiana della resistenza armata – quella stessa concezione che rese legittimo resistere con le armi all’occupante nazifascista attraverso la guerriglia – resta oggi potente e attuale. Un insegnamento a cui tornare, quando di guerra e di riarmo si parla e si pratica con troppa facilità. Come scrive Marco Revelli con riferimento alle memorie del padre Nuto: «Solo la memoria di chi l’ha vissuta davvero può aiutarci a rifiutare la guerra come male universale, la vera catastrofe irrimediabile» (https://vll.staging.19.coop/controcanto/2022/03/07/memoria-antidoto-alla-guerra/ ). Ascoltiamo Nuto Revelli, attraverso suo figlio Marco, nell’articolo citato: «Non avrebbe cessato mai di ripetermelo, tra le mura domestiche, e di ripeterlo ai tanti studenti incontrati nelle scuole, che la guerra è il male. Il male assoluto, o, forse meglio, universale. Ogni guerra, anche la più “giusta”, persino la guerra partigiana, che pur ebbe per lui un effetto catartico, di riscatto dei tanti morti lasciati nella steppa e dalla sensazione umiliante di sentirsi “un vinto”, persino quella – mi ripeteva – porta in sé un’ombra, ti lascia dentro cicatrici che fanno male. Perché la guerra trasforma gli uomini. Tira fuori il peggio che hanno dentro. Usava l’aggettivo “bestiale”, come antitesi dell’“umano”. Bisogna evitarla ad ogni costo, perché una volta scoppiata, il suo effetto di perversione non lo fermi più, negli altri, e anche in te stesso…».

La guerra, quindi, come male universale. La guerra come il male in Sant’Agostino, come privatio boni, assenza di bene. Un buco nero che crea un universo capace di catturare e annullare anche la più piccola traccia di luce. Una caratterizzazione, questa, che ci aiuta a capire perché non esiste guerra senza crimini di guerra. Ogni guerra, a dispetto delle narrazioni epiche o delle “regole d’ingaggio”, produce inevitabilmente violazioni del diritto, della morale e dell’umanità. I crimini di guerra non sono una possibilità, un’eventualità che può o meno realizzarsi. Non sono un’eccezione, ma una regola invariante. Decidere di optare per la guerra, per questo, si accompagna alla certezza dei crimini di guerra. Un poco come scegliere di camminare salendo verso l’alto implica necessariamente un cambiamento della pressione atmosferica: non puoi avere uno senza l’altro. I partigiani lo sapevano bene.

Quali sono le dimensioni che qualificano la guerra come male universale? La prima causa della guerra come male universale è la costruzione dell’altro come “meno che umano”. Quando il nemico è rappresentato come barbaro, invasore, terrorista o addirittura “animale”, le restrizioni etiche cadono. Da lì a bombardare civili, torturare prigionieri o distruggere infrastrutture essenziali il passo è breve. La seconda caratteristica della guerra come male universale è l’eccezione che diventa sistema. Ogni guerra moderna afferma di rispettare il diritto internazionale: Convenzione di Ginevra, diritto umanitario, protezione dei civili. Ma nella pratica, gli eserciti creano eccezioni tattiche (“danno collaterale”, “errore di targeting”) che diventano strategia sistemica. Terzo punto, la “nebbia della guerra” giustifica l’impunità. La guerra genera caos, assenza di testimoni diretti o confusione tra testimoni veri e presunti, propaganda. In questo contesto, distinguere il lecito dall’illecito è difficile, e spesso irrilevante per i comandanti sul campo e per l’opinione pubblica. Infine, la logica binaria: “noi buoni, loro criminali”. Le guerre sono raccontate come scontri tra civiltà e barbarie, tra il bene e il male. Ma nessuno che sta dalla parte dei “buoni” ammette i propri crimini, né li previene davvero. La guerra diventa così un terreno fertile per la menzogna, la censura e il rovesciamento morale. Per questo, chi parla di “guerra giusta”, “guerra chirurgica”, “guerra umanitaria” si mente o si illude. La guerra non è solo il terreno del “conflitto armato”: è la sospensione delle regole, l’eccezione permanente, la negazione dell’altro. E in quella sospensione la violazione della dignità umana non è un incidente: è una necessità operativa.

I partigiani, come appunto racconta Nuto Revelli, lo sapevano e, per questo, non esitavano a definire la guerra come male universale. Però l’hanno praticata: contro un altro male universale puoi ricorrere alle armi. E questo male universale era il nazifascismo e la sua concezione della guerra. Nella concezione fascista, la guerra è intesa come il “destino sacro della Nazione”. Idea esaltata dalla Dottrina del Fascismo dell’Enciclopedia Italiana del 1932, firmata da Giovanni Gentile e Benito Mussolini (ma scritta da Giovanni Gentile). Vi si afferma che la guerra è una “fede energica, violenta” necessaria alla rigenerazione spirituale e morale del popolo italiano. La retorica bellicista fu ripresa dai “nuovi chierici” dell’epoca contemporanea, che adoperarono un linguaggio militarista e messianico: la guerra è rappresentata come inevitabile, rigenerativa, purificatrice. Oggi come allora sostenere questa retorica è imperdonabile. E fascista. La mistica fascista integrò spirito volontaristico, attivismo eroico, culto della romanità e del Duce. La guerra divenne rito politico-spirituale di sacralizzazione nazionale, in contrasto all’individualismo borghese e al razionalismo liberal-democratico. Il risultato fu un paradigma in cui scopo, disciplina, violenza e autorità convergono in un’unica missione collettiva: la guerra non come scelta necessaria ma come vocazione identitaria. La concezione fascista della guerra non si limitava così a sostenere l’impiego delle armi: le interpretava come rito spirituale di rinascita nazionale, legittimato da una mistica autoritaria, di culti politici e devozione al Duce.

Cosa ci insegna, oggi, questa contrapposizione tra la concezione partigiana della guerra come male assoluto e la mistica fascista della guerra come destino e rito collettivo della nazione? Qui la mia tesi principale. La concezione fascista della guerra come destino sacro e missione è rientrata nel dibattito pubblico travestita da concezione partigiana della guerra. Cioè come necessità di affrontare, con le armi e la guerra, il male assoluto. Quindi a partire dalla costruzione ideologica del nemico come male assoluto e universale. La guerra è presentata dai nuovi chierici schierati come “male necessario” contro un “male universale, che prende di volta in volta le sembianze del nemico di turno”.

Questa narrativa non si limita a spiegare i fatti, ma li struttura moralmente: costruisce il nemico come incarnazione del male. Gli editoriali dei giornali mainstream e la narrazione mediatica non servono a capire, distinguere, analizzare. Lo scopo è creare effetti, nutrire appartenenze, individuare confini tra chi “con noi” e chi è “contro di noi”. In questo schema binario (noi/democrazia vs loro/totalitarismo, noi civiltà dei buoni vs loro inciviltà), la guerra diventa non solo legittima, ma inevitabile. Appunto la “guerra santa” come destino delle nazioni giuste, contro quelle che non lo sono. La guerra come scontro tra civiltà. Così l’uso propagandistico della storia è diventato un vezzo mediatico, giocato sulla cancellazione delle specificità di contesto e sull’eticizzazione simbolica di fatti storici tra loro diversi ricondotti a un unico, semplificato, effetto emotivo. I rischi di questa narrazione sono molti. Semplifica i conflitti complessi, riducendoli a favole morali, elimina lo spazio politico e diplomatico, mette tra parentesi la concatenazione della cause che hanno generato il conflitto, abbatte il principio di responsabilità. La retorica del “male assoluto” giustifica tutto ciò che segue: riarmo massiccio, escalation militare, sospensione dei diritti civili, censura, propaganda.

Infine, un effetto paradossale: la narrazione noi/loro o bene/male indebolisce la memoria storica della Seconda guerra mondiale, rendendo ogni nemico equivalente al male assoluto combattuto dai partigiani con le armi. È un uso inflazionato che toglie significato all’esperienza storica del male assoluto. Costruire il nemico come male assoluto legittima la guerra… ma ci acceca. La retorica della guerra come lotta necessaria contro un “male universale” non è neutrale e va quindi rifiutata. Scegliere questa strada, infatti, distrugge le condizioni stesse della politica; cancella la possibilità di soluzione non violenta dei conflitti; produce cicli di vendetta e militarizzazione. La memoria della concezione partigiana del ricorso alle armi non dovrebbe servire a ripetere la guerra, ma a riconoscere quando si sta costruendo ideologicamente il nemico per farla apparire necessaria e inevitabile. Se ciò non accade, come detto, la concezione fascista della guerra come destino e missione dei popoli (e delle civiltà superiori contro quelle inferiori) diventa la retorica dominante, travestita dall’idea che “va bene così” perché – come i partigiani – stiamo combattendo il male universale.

Ciò comporta una seconda conseguenza. Questa concezione della guerra – come male necessario contro un male assoluto costruito ad arte – porta alla militarizzazione della società. Qualche mese fa, il capo dell’esercito inglese, il generale Sir Patrick Sanders, ha descritto il popolo britannico come parte di una “generazione prebellica” che potrebbe doversi preparare a combattere una guerra contro una Russia sempre più aggressiva. Sostiene Sanders: «L’Ucraina dimostra brutalmente che gli eserciti regolari iniziano le guerre; gli eserciti composti da cittadini li vincono». Il capo di stato maggiore ha poi richiamato l’esempio della Svezia, che ha introdotto una forma di servizio nazionale in vista dell’adesione alla NATO. Dopo il clamore suscitato da queste dichiarazioni, pochi giorni dopo, il ministro della Difesa danese, Troels Lund Poulsen, in un’intervista al quotidiano Jyllands-Posten, ha dichiarato che la Danimarca dovrebbe accelerare gli investimenti nella difesa poiché la Russia si riarma più velocemente del previsto e potrebbe attaccare un Paese della Nato entro tre o cinque anni. Il riarmo europeo è giustificato allo stesso modo.

L’articolo di prima pagina del Financial Times del 13 agosto 2025 riporta che è in atto l’espansione accelerata delle fabbriche di armamenti in Europa. Le fabbriche europee di armi stanno triplicando la capacità produttiva, sette milioni di metri quadrati di nuovi sviluppi industriali sono in costruzione, con particolare crescita nella produzione di missili, munizioni e sistemi satellitari, l’espansione è sostenuta da progetti congiunti pubblico–privati e dalla collaborazione con agenzie spaziali, il rafforzamento industriale è descritto come il più rapido dalla Guerra Fredda.

Anche in Italia, non è per nulla raro o strano ascoltare esponenti delle classi dirigenti che parlano con noncuranza della guerra come esito più o meno scontato del prossimo futuro; aggiungendo che è cosa buona e giusta che le Università rafforzino la loro collaborazione con l’industria militare; per poi chiosare che la guerra è la via maestra per la pace. Il tutto, condito dalla retorica del “sacro dovere di difendere la Patria” come principio costituzionale. O dell’inevitabile scontro tra civiltà, con chiari e netti confini tra bene e male. Appunto. In alcuni casi, senza timore del ridicolo, si paragona la guerra al Signore degli Anelli, con tanto di Orchi, Gandalf e Mordor. Nel senso comune, colonizzato da decenni di immaginario hollywoodiano e di fantasy popolare, il messaggio della guerra necessaria contro il nemico come male universale trova terreno fertile.

La responsabilità delle classi dirigenti, dei media e degli intellettuali che appoggiano questa retorica bellicista è gravissima. Imperdonabile. E fascista. Appunto, in piena continuità con la concezione fascista della guerra. La situazione attuale richiama quindi un assorbimento della retorica fascista della guerra e del suo vocabolario non solo grave e imperdonabile, ma anche tragicamente ridicolo perché, alla prova dei fatti, la scarsa legittimità e la bassissima fiducia che le persone nutrono verso le istituzioni e la classe politica rende del tutto illusorio pensare a una militarizzazione efficace e indolore della società. La retorica della guerra – nelle nostre società – funziona solo se si accompagna al sacrificio dei figli degli altri o alla compressione dei diritti e spazi democratici. La guerra, a chi la propone come male necessaria, piace solo guardarla per sentirsi dalla parte “giusta” e guardarsi allo specchio, intriso di falsa coscienza. In realtà, il desiderio di morte, di dissolvimento potremmo dire, che promana dalla politica e dai suoi apparati è il segno di un’egemonia in crisi. Il Re è nudo, ma chi lo dice apertamente viene accusato di tradimento, di anti-occidentalismo o peggio, di essere a favore di Putin o di Hamas.

Nel XIX secolo Herbert Spencer, filosofo e sociologo britannico, elaborò una teoria del cambiamento sociale basata su principi analoghi a quelli dell’evoluzione biologica. Nel suo piuttosto rozzo e semplicistico schema, Spencer distingueva due principali tipi di società che si escludevano reciprocamente: la società militare, caratterizzata dal controllo gerarchico, dalla centralizzazione del potere e dalla subordinazione dell’individuo allo Stato per fini bellici e la società industriale, che rappresenta uno stadio più avanzato, fondato sul libero mercato e sulla specializzazione economica. Nel contempo, egli aveva però avvertito che le guerre e le crisi economiche potevano causare regressioni verso strutture militari. Ciò che non aveva considerato è che tale regressione non avviene contro le istituzioni del capitalismo, ma è da queste sostenuta e accompagnata. Oggi lo vediamo molto chiaramente. Dalla guerra, all’economia di guerra, alla militarizzazione della società il passo è molto breve. Vanno in questa direzione l’andare in deroga al patto di stabilità e crescita per incrementare le spese pubbliche nella difesa degli Stati membri, il voler piegare gli investimenti tecnologici e quelli sull’intelligenza artificiale all’industria militare e “per la difesa”, la diffusione di corsi regionali per le “emergenze radiologiche e nucleari”, la repressione delle proteste e del conflitto sociale tramite l’istituzione di “zone rosse” nelle città, l’estensione dei poteri delle agenzie di intelligence verso Università ed Enti di ricerca, con l’introduzione di obblighi di collaborazione e di deroghe alla riservatezza. Il passo di marcia verso la società militare non diminuisce la rilevanza della minaccia bellica, anzi aumenta le probabilità di normalizzare la guerra, di renderla non solo più probabile, ma di ricostruirne la legittimità culturale fin dentro il senso comune quotidiano. È, questo, un notevolissimo cambio di fase, una svolta non solo simbolica ma sostanziale, che ci mette di fronte alla realtà del regresso storico.

È il testo della relazione svolta il 23 agosto nella serata commemorativa della battaglia di Pertuso organizzata dall’Anpi in Val Borbera

Gli autori

Filippo Barbera

Filippo Barbera è professore ordinario di sociologia economica e del lavoro presso il Dipartimento CPS dell’Università di Torino e fellow presso il Collegio Carlo Alberto. Si occupa di innovazione sociale, economia fondamentale e sviluppo delle aree marginali. Tra le sue pubblicazioni più recenti, “Economia Fondamentale”, Einaudi, 2019 (come Collettivo per l’economia fondamentale) e “Metromontagna” (a cura di, con Antonio De Rossi, Donzelli, 2021). Fa parte del Forum Diseguaglianze e Diversità e del Direttivo dell’associazione “Riabitare l’Italia”.

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