Non molto tempo fa ho letto una notizia che avrebbe dovuto suscitare un dibattito di risonanza assoluta nella Chiesa Cattolica Italiana: nel nostro paese, le donne che si dichiarano non credenti hanno superato le credenti, per la prima volta dall’introdursi di simili sondaggi. Parlo da cattolico, consapevole della frattura tra mondo femminile e chiesa già in corso da tempo: fossi un membro della Conferenza Episcopale avrei subito richiesto un convegno sul dato, che convocasse più voci femminili possibili. Per un motivo molto semplice: senza le donne la chiesa cattolica muore. Ogni chiesa.
Il dato storico è pesantissimo e doloroso. Escluse da sempre dal ministero presbiterale, ridotte a un ruolo subalterno dal rigurgito maschilista della chiesa nascente (frutto del contesto culturale: e no, non ho il tempo di illustrare la tesi, ma Paolo di Tarso non c’entra più di tanto), sono state vittime di abusi reiterati. Non solo quelli – di gravità assoluta – sessuali: se ci siamo indignati, nella dimensione ecclesiale non adeguatamente, per quelli sui minori (le bambine credo siano in maggioranza, peraltro), abbiamo rimosso anche altro. Il sopruso della parola negata, dell’autorità e delle competenze impedite, l’abuso psicologico della subalternità introiettata. Non siamo stati dissimili dalle società di cui siamo stati parte: mi sento di dire, né più, né meno. Ma con un’aggravante terribile: il Vangelo va in tutt’altra direzione. In realtà neanche il resto della Sacra Scrittura, che ha sicuramente delle sacche di maschilismo assolutamente da stigmatizzare con una esegesi autentica (non forzata o arbitraria, come taluni sostengono: il Dio dei Testamenti non è misogino, se interpreto in maniera veritiera), autorizza a quanto accaduto. Se è vero che nella storia vissuta dal popolo di Dio ci sono stati elementi felicemente discordanti, nelle vicende interpersonali, nella vita ordinaria delle comunità, nel rapporto fecondo tra il presbiterio e le componenti femminili, il peso del nostro passato ecclesiale di maschi alfa è assai pesante. Bisogna prenderne atto e non solo con le solite dichiarazioni di stima, di indignazione per gli abusi, di proponimenti di spazi da concedere. Il pontificato di Jorge Maria Bergoglio ha aperto delle feritoie, ma c’è una lunga da strada da percorrere, e in fretta. Perché è giusto e perché bisogna salvare la Chiesa. Dalle proprie anime peggiori, per valorizzare finalmente le risorse migliori: non solo quelle femminili propriamente intese, ma anche quelle dimensioni di autentica reciprocità tra i generi, che ci sono state, anche se nascoste, e sono di valore assoluto. Una strada su cui andare con coraggio, determinazione, onestà. Per esempio, mi aspetto da tempo un pronunciamento diretto e forte della Chiesa cattolica sul femminicidio: di condanna, assunzione delle proprie responsabilità riguardo alla difesa delle strutture teologiche a difesa del maschilismo, di apertura di luoghi per il sostegno e la tutela delle vittime. Di questi ultimi ce ne sono: ma da promuovere e moltiplicare. Soprattutto – su questo e su altro – bisogna ascoltare le donne. Lasciando da parte un paternalismo che ci fa ancora teorizzare che le dobbiamo difendere noi maschi: lo devono fare loro stesse dicendoci come svolgere il nostro ruolo in tal senso, a partire da modelli educativi che sradichino le tendenze al dominio maschile.
Ripeto: il Vangelo dice tutt’altro. In ciò le gerarchie maschili hanno tradito atrocemente il nostro Signore Gesù. Tutta la sua esistenza è stata tessuta di un rapporto significativo, fecondo e liberante con la realtà femminile. Proprio perché, come sostiene, tra le altre, la teologa riformata e psicoterapeuta Hanna Wolff nel suo Gesù, la maschilità esemplare. La figura di Gesù secondo la psicologia del profondo, il Cristo è un essere umano di sesso maschile radicalmente risolto nella sua identità relazionale, in primis con il femminile, la sua comunità non può non essere sensibile e positiva nei confronti delle donne. Come chiarisce adeguatamente il Vangelo di Luca. È il Vangelo dell’anno liturgico in corso: in questa Pasqua l’annuncio della Resurrezione compete alle sue parole (Luca 24,1-12): «Il primo giorno della settimana, di buon mattino, le donne si recarono al sepolcro, portando gli aromi che avevano preparato. Ma trovarono la pietra rotolata via dal sepolcro. Una volta entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù. E avvenne che, mentre se ne stavano perplesse per questa cosa, ecco, due uomini si presentarono a loro in una veste splendente. Mentre erano impaurite e se ne stavano con il capo chinato verso terra, quelli dissero loro: “Perché cercate il vivente tra i morti? Non è qui, ma è stato risuscitato: ricordatevi come vi parlò mentre era ancora in Galilea, quando diceva che bisognava che il Figlio dell’uomo fosse consegnato nelle mani di peccatori, fosse crocifisso e risorgesse il terzo giorno”. Esse si ricordarono delle sue parole. Una volta ritornate dal sepolcro, annunciarono tutte queste cose agli Undici e a tutti gli altri. Erano Maria di Màgdala, Giovanna e Maria di Giacomo e le altre che erano con loro. Raccontavano queste cose agli apostoli, ma queste parole apparvero loro come un vaneggiamento e non credevano ad esse. Pietro però, balzato in piedi, corse al sepolcro, si chinò, vide solo i teli e tornò indietro, meravigliandosi dentro di sé per l’accaduto».
Le stesse donne che erano presso la croce di Gesù e hanno avuto il coraggio di rimanervi – al contrario della quasi totalità degli Apostoli che sono fuggiti – assistendo così alla sua agonia con la madre Maria, non desistono dalla loro tenerezza per quel Maestro che le ha accolte nella predicazione e nella comunità, spendendo parola per tutelarne la dignità e il valore. Gesù muore fuori dalle mura della città, espulso dalla collettività: così come le donne stanno alla porta delle decisioni sociali, fuori dalle dinamiche di governo, private di autorità anche quando si è trattato di decidere la sorte di Gesù stesso. Solidale nella sua vita con ogni persona marginalizzata o sminuita, Egli lo è fino alla fine: e le donne – i loro nomi annotati con la solennità della cronaca storica: Maria, Giovanna e Maria – sono con lui, nella piena consapevolezza della forza liberante dell’insegnamento ricevuto, in piena condizione paritaria. Assistono a una morte che le riguarda, riguarda la loro vita minacciata dagli stessi poteri – quello fondamentalista farisaico e quello dell’Impero, maschilisti e classisti – che hanno ucciso Gesù, e pongono un gesto di vicinanza e di compassione nella volontà di preparare il corpo del Nazareno per la sepoltura. È un atto di resistenza gentile, la cultura della cura contro quella del dominio e dell’annientamento della dissidenza. È il dato di una morte subita insieme, del potere di quella violenza che non solo toglie vita, ma ha il potere di rimuovere i segni dell’esistenza stessa, nella scomparsa delle fisicità amate, nella negazione dell’inumazione, perché non vi sia un luogo in cui pregare e ricordare un corpo sepolto. Penso a quella icona fondamentale della democrazia che sono le Madri e le Nonne (le Sorelle, le Compagne, le Figlie…) di Plaza de Maio a Buenos Aires: a come la loro resistenza ha contribuito a stroncare il regime di Videla. Penso a tutte le donne che hanno lottato per la decenza di vita e libertà, la protezione dei propri amori, la giustizia: a quante di loro sono state imprigionate, violentate, uccise. Per questo le discepole di Gesù sono spaventate, chinano la testa: un altro segno di verità per i poveri negato nella violenza, rimosso nella menzogna.
Ma il sepolcro non è vuoto nell’assenza assoluta: è il MA salvifico del Vangelo. Quello sovversivo della Resurrezione: chi è solidale nel patire e nel morire lo sarà anche nella speranza. Sarà compito di queste donne il ricordare e l’annunciare: il testimoniare – contro la giuridica del tempo che negava il valore delle loro deposizioni, contro le autorità della loro stessa comunità, che pensano a un vaneggiamento – la forza della tenerezza, della fragilità, del generare nello spirito e nella carne, della verità di ciò che è silenziato e declassificato. Contro ogni potere del disprezzo, della forza economica e militare, del classismo, del suprematismo etnico e di genere. Gesù è altrove da tutto questo, da quello che ha inteso distruggerlo: non è qui negli schemi della negazione dell’umano, è oltre. Ciò va fatto oggetto di memoria e pratica, di quanto si spera e agisce. Eugen Drewermann (un teologo cattolico dissidente), nel suo Il messaggio delle donne. Il sapere dell’amore ha operato una sintesi potente: «Finché condanniamo al silenzio il mondo delle donne, il venerdì santo resterà il nostro destino». Nessuna speranza di vita per la chiesa, quindi, nessuna domenica di vita ulteriore.
Sto scrivendo il 9 aprile: in questa data, nel 1945, veniva giustiziato nel campo di concentramento di Flossenbürg, per ordine diretto di Hitler, il teologo e pastore protestante Dietrich Bonhoeffer. Prima di salire sul patibolo disse: «È la fine, per me è l’inizio della vita». La sua resistenza al nazismo non si traduce nella resa, che è invece la consegna di sé all’abbraccio del Cristo: profetizzando e sancendo la fine dei suoi carnefici, l’inizio della vita definitiva e eterna nella Resurrezione. Ci creda chi vuole in quella di Gesù Cristo: ma tutte e tutti si interroghino sulla speranza nella generatività dell’amore, destinato a super/vivere oltre ogni Potere umano. Per resistere alla morte, cambiare l’esistere, rialzare sempre lo sguardo in avanti. Verso la luce.
La citazione da Luca è tratta dalla nuova traduzione del Nuovo Testamento concordata tra i cristiani cattolici, protestanti, ortodossi. Una traduzione che è buon segno: annotiamo pure che il 20 aprile è giorno di Pasqua per tutte le comunità, quelle di rito ortodosso incluse. Buona memoria di Resurrezione, quindi.
