Perché occuparsi di università quando il ritorno della guerra e del fascismo segna un’urgenza tale da chiamare a raccolta tutte le energie di chi ancora crede nella pace e nella giustizia sociale? La risposta è nell’ultimo libro di Tomaso Montanari, Libera università (Einaudi, 2025), un accorato appello a difesa dell’autonomia dell’ultimo luogo in cui è ancora viva la possibilità – sempre che la si voglia coltivare – di un pensiero critico sull’esistente: «non un luogo di perpetuazione del mondo com’è, ma un laboratorio di insorgenza critica che forgi strumenti per cambiarlo, il mondo» (p. IX).
Al centro del libro (e, in particolare, del secondo capitolo) è l’autonomia, e quindi la libertà, dell’università e della possibilità di pensiero critico che reca con sé. Quell’autonomia, oggetto di altalenanti vicende storiche e oggi sancita nell’art. 33 Costituzione, i cui commi iniziale e finale proclamano la libertà scientifica, artistica e accademica – in modo che non sia «temperata, bilanciata, limitata da alcun altro valore» (p. 45) – e riconoscono (non creano: riconoscono) l’autonomia universitaria quale condizione insopprimibile proprio della libertà della scienza e dell’arte: libertà che si lega, a sua volta, all’art. 9 Costituzione, che afferma lo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica e tecnica quale principio costituzionale fondamentale. I costituenti avevano diretta esperienza dell’università fascista, in cui la sopraffazione del potere era giunta dapprima a estromettere i docenti stranieri (un passo «gravissimo, perché si imponeva di guardare ai professori non per il loro sapere e per il loro valore intellettuale, ma per la loro appartenenza nazionale»: p. 78), poi a imporre il giuramento di fedeltà al regime e infine a espellere studenti e professori ebrei. Un’università in cui la nomina dei rettori era prerogativa del Governo, e in cui i docenti s’impegnavano, giurando, a «formare cittadini operosi, probi e devoti alla Patria e al Regime Fascista». Tutto il contrario dell’università delineata nella Costituzione, il cui obiettivo è – dovrebbe essere – formare cittadini capaci di pensiero critico e disobbediente, perché, come argomentò Einaudi avversando il giuramento, «l’unica garanzia della verità e del progresso scientifico è la libertà di tutto negare; la vittoria del vero sul falso nascendo esclusivamente dalla possibilità di affermare il contrario di ciò che è universalmente ritenuto vero» (p. 41).
È sufficiente pensare all’isteria mediatica e politica che ha accompagnato le recenti proteste studentesche per la Palestina per rendersi conto di quanto siamo oggi lontani dal disegno costituzionale. Il catalogo delle minacce che incombono sull’università – su cui Montanari si sofferma nel primo capitolo del libro – è impressionante: l’istituzione di un gruppo di lavoro per la «revisione dell’ordinamento della formazione superiore» presieduto da Galli della Loggia, fautore del ritorno alla nomina governativa dei rettori; la delega al Governo alla riforma dell’intero sistema universitario italiano; la creazione di una commissione ministeriale per la riforma dell’attuale legge sull’università, «esplicitamente lottizzata dalle forze di maggioranza, e popolata da una specie di museo delle cere delle più retrive concezioni dell’università» (p. 14); il cospicuo taglio al finanziamento per circa un miliardo di euro sui miseri nove oggi destinati all’istruzione universitaria (in un quadro in cui, tolta la Romania, il sistema italiano è già oggi il meno finanziato dell’Unione europea e dell’Ocse); l’approvazione di un disegno di legge esplicitamente dedicato alla riorganizzazione degli incarichi di ricerca e collaborazione alla didattica tra la laurea e l’entrata in ruolo, in modo da ulteriormente precarizzare e frammentare, e indebolire, l’enorme massa di precari su cui si regge l’università italiana; la previsione, inserita nel disegno di legge “sicurezza”, di forme di collaborazione con i servizi segreti in deroga alla normativa sulla riservatezza.
La destinazione verso cui porta questo insieme spaventoso di misure governative è evidente: l’Ungheria di Orban, presa a modello anche dalla nuova amministrazione statunitense, al fine di assoggettare definitivamente l’intero sistema universitario – un sistema esplicitamente individuato come «nemico» (p. 26) – al potere del Governo. Lo scopo è portare a compimento l’indebolimento della libertà accademica, già profondamente colpita dal modello aziendalistico e punitivo voluto dal quarto Governo Berlusconi e basato su «rettori onnipotenti come amministratori delegati, senati accademici depotenziati rispetto ai consigli di amministrazione, dipartimenti meno autonomi, studenti considerati come clienti (o utilizzatori finali), culto della competitività, del merito e della cosiddetta eccellenza» (p. 49). Con in più, l’oppressione di un sistema di valutazione elefantiaco e ottuso, incentrato su un’agenzia governativa dotata di poteri di condizionamento enormi e difficilmente riconducibili al dettato costituzionale, istituita al tempo del secondo Governo Prodi (ennesima dimostrazione della profonda sudditanza culturale verso il neoliberismo della sedicente sinistra di questi ultimi decenni).
Perché, dunque, occuparsi di università nella tempesta del tempo presente? Perché, come spiegava Umberto Eco in un mirabile discorso ripreso da Montanari, al giorno d’oggi gli atenei – il «contrario del nazionalismo» (p. 75) – «sono ancora fra i pochi luoghi in cui è possibile un confronto razionale fra diverse visioni del mondo», alla ricerca di «idee migliori per un mondo migliore, il rafforzamento e la difesa di valori fondativi universali». Le università sono «una Forza di Pace», perché costituiscono «l’unico luogo in cui si può applicare correttamente un approccio unificato alla diversità» (p. 64). Naturalmente, ciò richiede l’impegno, anzitutto, di chi nell’università vive e lavora: docenti e studenti che devono sentire su di loro la responsabilità civica di farsi (in molti casi: di tornare a farsi) promotori del sapere e del pensiero critico in modo da «non essere al servizio del presente così com’è, ma essere il laboratorio di un mondo più avanzato, più libero, più sostenibile: più giusto» (p. 69), al fine di contribuire a quel disegno di progresso spirituale della società che l’art. 4 Costituzione affida loro come compito essenziale.
È un compito poderoso e difficile, perché (ri)costitutivo della pace e della democrazia che oggi ci si stanno sgretolando tra le mani. Ancora Eco ricordava che «l’università rappresenta da sempre un pericolo per ogni genere di dittatura»; per questo – aggiunge Montanari – «l’odio per le università e per la loro autonomia è parte di un odio più grande, quello contro la democrazia», sicché «quando un governo attacca l’università con l’intensità e la sistematicità di quello italiano di oggi, non si può stare tranquilli a guardare» (p. 101). Di certo, Montanari – rettore dell’Università per stranieri di Siena e intellettuale pubblico generosamente impegnato nella difesa dei valori costituzionali – non se n’è stato tranquillo a guardare: il suo è un libro che spiega, con forza e chiarezza, perché l’università «deve rimanere non controllabile: per rappresentare un limite, e un salutare pericolo, per ogni potere che abbia la tentazione di calpestare l’equilibrio della democrazia, diventando totale: anzi, totalitario» (p. 104). Esattamente il pericolo che, con il ritorno della guerra e del fascismo, incombe oggi su noi tutti.
