Noi, Sanremo e la politica

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Non ritengo Sanremo un evento così dirimente per capire ciò che è l’Italia. Ma non gli rivolgo alcun pregiudizio, avendo a cuore sia la lezione di Gramsci che quella di Pasolini. Per quanto possa dissimulare abbastanza, so di appartenere a una élite. Un’élite di cui fanno parte coloro che hanno come compito specifico quello di provare a comprendere dove va il mondo, ma che non riescono ad adattarsi del tutto al mondo che cercano di penetrare con lo sguardo. È il paradosso dell’osservatore applicato alle scienze umane e sociali. Più semplicemente: la vita pensata non è mai la vita vissuta, anche se dovrebbe aiutarci a viverla meglio. Sarà per questo mio elitismo mascherato, che la musica che mi appassiona non la ritrovo nel contesto sanremese, se non per un paio d’eccezioni ogni anno. Ma appunto: questo è un problema mio, non di Sanremo. Ora, anche Sanremo è in effetti uno sguardo parziale sull’Italia: Tony Effe è un personaggio – musicista no, non riesco a definirlo tale – che è ascoltatissimo tra le nuove generazioni, mentre a Sanremo sprofonda nell’insignificanza, non dopo averci dato ennesime dimostrazioni di volgarità e ostentazioni della ricchezza. Mettiamola così: mi interessa Sanremo un po’ meno di quanto mi interessi il calcio, forse per una differenza biograficamente determinante: a calcio ci ho giocato, se mi mettessi a cantare verrebbero giù tutti i vetri delle nostre città. Ma come col calcio, riconosco con Sanremo un potere di diffrazione: osservandolo meglio riesco forse a intuire alcune tendenze sociali, alcune forme di significazione collettiva che altrimenti non intercetterei mai e che rimarrebbero nel buio, almeno per me.

Una lunga introduzione metodologica per giustificare l’oggetto di questa mia riflessione: vale a dire una questione su cui l’Italia intera sembra essersi impegnata in questi ultimi giorni. Chi con cinismo giudicante, chi con tono indulgente, tutti hanno notato la curiosa circostanza per cui nell’edizione di quest’anno non vi fosse neanche una canzone di contenuto politico. A parte la splendida canzone di Willie Peyote: la cui raffinatezza dissimulava il carico politico e che, comunque, non è un autore da Sanremo per cura dei testi, complessità degli arrangiamenti, capacità di stare dentro un registro totalmente sarcastico.

Ecco, la questione a cui vorrei dare una risposta che spero spiazzante è precisamente questa: ma come è possibile che, in tempi così crudeli, il mondo sia rimasto completamente fuori dalla messa in scena sanremese? Per usare un’immagine che forse farà esasperare qualcuno – perché non sempre va bene ridere delle tragedie – il periodo storico che stiamo vivendo somiglia molto alla celebre scena del film The Blues Brothers in cui il mitico Jack si giustifica con la sua donna: «Ero rimasto senza benzina. Avevo una gomma a terra. Non avevo i soldi per prendere il taxi. La tintoria non mi aveva portato il tight. C’era il funerale di mia madre! Era crollata la casa! C’è stato un terremoto! Una tremenda inondazione! Le cavallette! Non è stata colpa mia!». Tra guerre, democrazie in crisi, violenze generalizzate, leggi liberticide, psicopatici ai governi l’attualità politica sembra concederci tutti gli alibi possibili. Mancano davvero soltanto le cavallette, ma ormai non nutro molti dubbi sul fatto che arriveranno anche loro. Avendo seguito un po’ la discussione, mi pare che le ipotesi di risposta prevalenti siano due.

La prima è quella “ideologico-complottista”. A Sanremo non si fa alcun riferimento alla politica perché questo è il nuovo corso della Rai meloniana: la realtà non esiste, è solo quella che si comunica. Dunque la normalizzazione sarebbe non il segno di un’indifferenza culturale ma di una vera e propria censura comunicativa, di cui il grande sacerdote è tal Carlo Conti. Le questioni politiche sono rimaste fuori non perché non interessino a chi scrive o ascolta la musica nazional-popolare, ma perché sono state messe intenzionalmente a tacere. La politica non c’è stata perché c’è stato il bavaglio. Una risposta che contiene una parte innegabile di verità, ma che ha il difetto di essere troppo ottimista: ci conforta immaginare che, se solo potessero, tutti i giovani di oggi starebbero a parlare preoccupati delle guerre e non lo fanno solo perché non glielo consentono. Mi pare un po’ troppo semplice, diciamo così.

La seconda risposta è quella “sociologica-generazionale”. Che a Sanremo si ignori la politica – nonostante i giorni durissimi che ci tocca vivere – è l’ennesima conferma che il Novecento è definitivamente tramontato. Le strategie collettive di senso non passano più attraverso la politicizzazione delle vite. Non ci fidiamo più, cerchiamo altrove le nostre felicità private e pubbliche. Nel diventare padri (Brunori Sas), nel diventare figli (per evocare la canzone più oscena e volgare del festival, quella di Cristicchi), nell’accettare di essere semplicemente noi stessi (Lucio Corsi). Nulla di nuovo sotto il sole: sono decenni che gli scienziati sociali ci avvertono del tramonto della politica e della rivincita del privato come spazio dentro cui costruire legami forti e capaci di rimotivare le nostre esistenze abbandonate dalle grandi utopie novecentesche. Dunque il mondo non appare nelle canzoni di Sanremo perché in effetti non interessa più a nessuno, se non ai quattro anziani che ancora scrivono, leggono e non sono riusciti del tutto a disintossicarsi dalla malattia mortale e senile della modernità, la politica (nessuno si senta chiamato in causa: sto facendo riferimento a me stesso, il richiamo alla senilità non permette equivoci). Ecco, qui mi sento di dissentire.

E arrivo al cuore della mia risposta. Per farlo, permettetemi un altro detour attraverso la cultura pop di questi mesi. In cui è apparsa una serie tv italiana di grandissimo successo. Magari mi stessi riferendo a M – Il figlio del secolo. Troppo colta e di nicchia. Un successo, ma non un successo popolare. Ecco, mentre noi studiavamo Mussolini tramite le smorfie del suo alter-ego Luca Marinelli un’intera generazione italiana si è commossa di fronte a una serie tv dedicata a un gruppo musicale di fine anni ottanta, gli 883. Io – che appartengo a quella generazione ma alla fine degli anni ottanta ero persino più disadattato di adesso – sono stato costretto a vederla sotto la spinta di quei rari amici che mi trattano da persona normale e che dunque pretendono da me che non snobbi ciò che vale per tutti. È stata una visione molto istruttiva. Ciò che si ritrova in quella serie tv è la ricostruzione minuziosa della trasformazione della funzione culturale della musica popolare. La generazione dei cantautori viene sostituita dal sogno individualistico delle radio commerciali e della Milano da bere (o ormai bevuta). L’autorealizzazione individuale, il rinculo nel mondo dei sentimenti, il sogno della città contrapposto alla noia della provincia. Gli 883 rappresentano alla perfezione questa de-politicizzazione della musica. Che però è accaduta trent’anni fa, mica adesso. Dunque non può essere una lente con cui giudicare la musica del nostro tempo e, per estensione, il nostro tempo.

Infatti c’è una grande e decisiva differenza tra la depoliticizzazione attraversata dalla mia generazione e da quella immediatamente successiva – diciamo a cavallo del nuovo millennio – e quella di adesso che Sanremo esibisce nel suo ignorare le tragedie politiche del presente. Nelle canzoni degli 883 – mi si permetta se uso ancora loro come metro di paragone ma gli esempi potrebbero essere tantissimi (se dovessimo complicare ulteriormente la questione, forse dovremmo occuparci del percorso di Giovanni Lindo Ferretti, che non è poi così diverso) – l’amore sostituisce la politica come strumento di orientamento e di emancipazione. Non è la stagione della fine dei sogni, è la stagione della loro privatizzazione. Il “ritorno a casa” è una versione di utopia minore e molto borghese, ma conserva ancora l’entusiasmo di una vita che si pensa al futuro nella forma di “vita migliore”. Certo, un piccolissimo residuo di utopia che concerneva ormai soltanto noi stessi e quelle poche persone che ci stavano accanto. Ma per quanto deteriorate, le passioni che la musica trasmetteva non erano soltanto tristi. Non erano ancora passioni tristi e non erano più passioni comuni.

Se provate ad ascoltare buona parte delle canzoni sanremesi (a partire da quella che ha inaspettatamente vinto e che vivrà solo un giorno come le rose, senza avere alcuna bellezza da spartire con esse), scoprirete che c’è un soggetto poetico ricorrente: l’amore. Ma non è un amore felice, è un amore già rimpianto persino quando ancora non è cominciato. Un amore tradito, finito, spezzato, non corrisposto, falsificato, ricordato con disincanto, impazienza, nostalgia. Ecco il punto. Niente più è il segno di una vita migliore, ma tutto è raccontato nel segno della minaccia di una vita peggiore. Tramontata l’utopia novecentesca della politica, nelle piccole narrazioni che ci restano non possiamo più affidarci nemmeno alla magra consolazione del privato. Perché anch’esso è ormai sgarrupato, macerato, incerto, slegato, più motivo di nevrosi e paure che di sogni e di fiducia. Non sono più passioni comuni e sono ormai solo passioni tristi.

Ora, vi starete chiedendo per quale motivo questo tratto così cupo dovrebbe rappresentare una risposta alla questione su come sia possibile che nemmeno una canzone di Sanremo si occupi di politica. A me pare che questo tratto possa essere interpretato come un vero e proprio sintomo del nostro tempo. I sintomi, come è noto, hanno due funzioni fondamentali. La prima è quella di permetterci di sopravvivere depistando l’energia pulsionale, portandola fuori sotto falsi nomi e seguendo false strade. La seconda funzione è però quella di mostrare quest’energia pulsionale repressa, di rendere finalmente presente ciò che produce il mondo senza farsi vedere. Di cosa è sintomo, questo racconto collettivo che non riesce nemmeno più a fidarsi dell’amore e che costringe i ventenni e i trentenni di oggi a raccontare di sé senza più alcuna utopia minore, ma solo nella paura incessante ed esemplare che tutto finisca in macerie? A me pare chiaro: è sintomo di un mondo dominato dal tragico, in cui facciamo i conti ogni giorno con una violenza fondatrice. Che fonda e sottomette l’ordine politico tramite la guerra; che fonda l’ordine biografico tramite la violenza del lavoro impoverito; che fonda l’ordine sentimentale tramite il dovere esibizionistico e narcisistico dei social.

Insomma, se quanto ho provato a descrivere ha una qualche briciola di consistenza, forse le cose non sono affatto come appaiono. Forse il Sanremo 2025 è uno dei festival più politici che ci siano mai stati. Perché certifica che nemmeno più il nostro privato è un riparo dalle tragedie del mondo che viviamo. E che tutto – il nostro linguaggio, i nostri sentimenti, il nostro immaginario collettivo – è ormai dominato da una disperazione che non è impolitica, ma più che politica: nessuno può più salvarci dal male che avanza, nemmeno più noi stessi. Far fronte a questa disperazione è un compito intimo e necessario. Ma è tale perché è ancora un compito politico: riguarda tutti, soprattutto quelle generazioni che attraverso la loro musica ci consegnano un grido di dolore così forte e così indecente. Sanremo è poco più che un tic del mondo. Tocca a noi saper interpretare gli eventi come dei sintomi.

Gli autori

Sergio Labate

Sergio Labate è professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. Tra i sui temi di ricerca ci sono il lessico della speranza e dell’utopia nell’età secolarizzata, la filosofia del lavoro, le passioni come fonti dei legami sociali, la difesa della democrazia costituzionale nell’epoca del suo disincanto generalizzato. È stato presidente di “Libertà e Giustizia”. Tra le sue pubblicazioni: “La regola della speranza. Dialettiche dello sperare” (Cittadella, 2012), “Passioni e politica” (scritto insieme a Paul Ginsborg, Einaudi, 2016), “La virtù democratica. Un rimedio al populismo” (Salerno editrice, 2019). Ha recentemente pubblicato il volume: "Lavoro e modernità. Un saggio filosofico" (Ets, 2025).

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3 Comments on “Noi, Sanremo e la politica”

  1. L’elemento caratterizzante da commentare – nell’annuale saga pseudo musicale, il “pornofonico” tormentone della sub cultura imposta alle masse – sarebbe la soffocante propaganda che lo ha preceduto, che continua. Una operazione mediatica pervasiva, avvolgente, invadente, ostentata a dismisura. Un’operazione propagandistica magistrale, come insegnato dal manuale “Propaganda” di Edward Bernays [1928]. Propaganda gia’ collaudatissima dal regime attuale “senza alternative” [Reagan/Thatcher dixit]. Andrebbe sottolineata la potenza mediatica capace di inculcare come cosa buona e giusta ogni assurda proposta , ogni arretramento culturale, sociale, relazionale, eocnomico. Propaganda per S. Remo identica nella struttura alla strategia propagandistica posta in essere con successo di Hitler [vedi Mein Kampf], Gobbles, Prodi, Meloni, Reagan, insomma da tutti i politici maggiorodomi dei potentati economici ed oligarchie vecchie e nuove. Pulp fiction, superstizione, propaganda per la celebrazione dle nulla. Nelle teste vuote – la scuola dove e’? ci si infila di tutto. Fatto. Back to basics, middle ages…

  2. …nel diventare figli (per evocare la canzone più oscena e volgare del festival, quella di Cristicchi). Non ho proprio capito la stroncatura così severa della canzone di Cristicchi.
    Le sarei grato di qualche chiarimento. Grazie.

  3. Mamma mia che stroncatura! Cavoli, esiste solo come genere musicale la canzone politica di protesta?

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