La morte del pianeta e i pifferai magici

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In un sistema mondiale ormai dominato dal turbocapitalismo e dalla sovranità assoluta del mercato, viene il sospetto che per non dover smentire il totem delle crescita infinita si stia applicando l’obsolescenza programmata non più solamente alle merci ma anche agli uomini, ai territori e agli Stati. Lo strumento per dare attuazione a questo piano criminale che, unico, garantisce l’illusoria prospettiva di una crescita senza limiti, diventa allora la guerra. Con la quale, si sa, aumenta il PIL e, soprattutto, si aprono le prospettive della ricostruzione per la quale già ora in Ucraina, come in Palestina, ci sono code di uomini d’affari con le valigette colme di progetti e, presumibilmente, di denari per favorirne l’approvazione. La stessa cosa la potremmo ribaltare sulle questioni ambientali dove, di Cop fallimentari una dietro l’altra, si continua a ignorare consapevolmente il tema della crisi climatica, quello dei gas climalteranti, e la necessità di una coraggiosa riconversione ambientale che deve iniziare da quella energetica. Sono cose che la storia e la scienza ci dicono. Ma non aiutano a evitare che alcune situazioni si ripetano e che ad altre si ponga riparo. Se da una dimensione globale riduciamo l’osservazione ai confini nazionali, abbiamo la plastica visione delle responsabilità di questa miope deriva del genere umano.

Ormai è del tutto evidente: una classe dirigente inadeguata è al timone di questo Paese. Il vento di destra soffia e ci porta alla deriva per quanto è impreparata e al tempo stesso bulimica nell’occupare ogni spazio di potere, anche quando non ha interpreti adeguati. Quasi nessun settore si salva. Ma poniamo la lente su quello più urgente e inderogabile, che richiede decisioni non più procrastinabili: la transizione ecologica. Alla sua origine, come ricordato, c’è la tansizione energetica, senza la quale la crisi climatica continuerà a galoppare a ritmi sempre più veloci, tali da rendere impossibile rimettergli le briglie di una ipotetica resilienza. La decarbonizzazione dovrebbe essere il punto su cui concentrare, a livello planetario, i disegni di futuro dell’umanità. La strada per raggiungerla non può tuttavia puntare, come ostinatamente i nostri governanti continuano a fare, su un illusorio nucleare di quarta generazione perché semplicemente non esiste. Eppure il ministro Urso, facendo il coretto greco al collega all’ambiente Pichetto Fratin, parla a vanvera di opportunità soprattutto per l’Italia di puntare sul nucleare di «terza generazione avanzata e poi a quella di quarta generazione, infine il sogno (appunto! ndr) che renderà realtà la fusione nucleare». I dati, recentemente resi noti dal World Nuclear Industry Status Report, smentiscono queste rosee prospettive. Attualmente, nel mondo, a fronte di 367 Gigawatt di nucleare ce ne sono 2000 di impianti fotovoltaici. Le due fonti, di fatto si equivalgono, pur considerando che a parità di potenza l’atomo produce molta più elettricità. Ma il sorpasso è annunciato. Entro quest’anno si aggiungeranno altri 600 GW da fotovoltaico contro i 4-5 da nucleare. L’atomo è in discesa. Dal 2004 sono stati installati 102 reattori, in sostituzione di 104 dismessi, e 49 sono in Cina che ne ha 24 in costruzione. Anche lì, tuttavia, crescono gli investimenti sul fotovoltaico con 200 GW previsti. Uno degli inghippi sta nei tempi di costruzione delle centrali (23 su 59 stanno accumulando ritardi) mentre in un anno si può aprire un grande impianto a energia solare la cui energia costa un terzo di quella nucleare. Emblematico è il caso di Flamamville (Francia) in ritardo di 10 anni e i cui costi sono già andati oltre quelli preventivati di 10 miliardi. Sul tanto propagandato mini nucleare regna l’incertezza, in particolare su quanto costerà il chilowattora prodotto. Il primo prototipo messo a punto dalla statunitense NuScale è stato rifiutato perché troppo caro; gli altri sono ancora a livello di sperimentazione e di prototipi. Il guaio è che l’Italia si incaponisce su soluzioni superate anziché guardare all’innovazione. Ed è ciò che è accaduto nella sfida tra motore elettrico e motore endotermico. Insistendo, come si è fatto e si continua a fare su quest’ultimo, la scommessa industriale e la competitività sul mercato sono perse in partenza. Eppure, anche di recente abbiamo assistito a prese di posizione e dichiarazioni di retroguardia conservativa. Un coro che certifica come alla guida del Paese si siano insediate insipienza e incapacità di immaginare il futuro.

Al suo insediamento il neo Presidente di Confindustria Orsini ha attaccato il Green Deal europeo sostenendo la subordinazione delle misure ambientali alle priorità industriali e ai suoi tempi di adeguamento per «smontare gli atteggiamenti ideologici antindustriali. E ci auguriamo che la prossima Commissione metta al centro l’industria, la competitività e la crescita – ha affermato, aggiungendo – ci sono alcuni temi che preoccupano come il packaging e lo stop nel 2035 per il motore endotermico». Sul tema energia :«Serve indipendenza energetica ma è impossibile arrivarci solo con le fonti rinnovabili, serve un mix energetico e occorre sostenere il nucleare a tecnologia pulita e di ultima generazione». A fare le spese di questa visione oscurantista che nei fatti rifiuta l’innovazione, la prima azione concreta della retromarcia antistorica e suicida del mondo imprenditoriale nostrano è stata indurre la decisione di anticipare la scadenza del suo mandato, di responsabile del settore energetico confindustriale, da parte del lungimirante Agostino Re Rebaudengo, reo di essere un convinto imprenditore e sostenitore dell’energia verde. Analogo atteggiamento il neo Presidente della rappresentanza nazionale dell’industria lo ha tenuto sulla questione del motore elettrico per autotrazione. Ha infatti subito chiesto una proroga e la riapertura del termine del 2035 fissato come obiettivo dall’Unione Europea, sostenendo la possibilità di avere gli stessi risultati di decarbonizzazione con altre tecnologie a partire dai biocarburanti. La motivazione è che il Paese non è pronto: «Non abbiamo la tecnologia. Purtroppo abbiamo fatto scelte sbagliate miopi nel passato, ma oggi non siamo pronti. Serve altro tempo per poterci arrivare». Dunque si suggerisce non di recuperare il tempo perduto, ma di rimandare verso tempi che non abbiamo più se vogliamo arrestare la febbre del Pianeta. In più, si vuole fermare il diffondersi dei veicoli elettrici ponendo dazi sulle importazioni dalla Cina che ne è il maggior produttore. In compenso riparte la caccia al petrolio nostrano con il via libera alle trivelle per qualche esiguo barile in più… Eppure è questo il clima che si sta imponendo in Italia. Puntuale gli ha fatto eco una sua ex collega, Emma Marcegaglia, secondo cui «il Green Deal minaccia l’industria». Ci ha messo del suo anche il Presidente dell’ENI De Scalzi (che notoriamente non ha interessi nel settore idrocarburi…) che si è scagliato contro le indicazioni della UE per lo stop alla produzione dei motori tradizionali dal 2035 e parla di accanimento «su tecnologie non esistenti quindi sull’offerta e non sulla domanda» come se i motori elettrici cinesi non esistessero o fossero a elastico…

Dal canto suo il ministro Urso ha annunciato a Cernobbio che chiederà all’UE di cancellare lo stop alla produzione di motori endotermici dal 2035. La parola d’ordine di questi ultimi mesi è stata “Salvare l’automotive”. Sicuramente l’automobile è stata una delle innovazioni della storia industriale che più hanno inciso dal punto di vista sociale, ma è anche vero che tecnologicamente il settore è fermo da decenni e i più importanti aggiornamenti introdotti sono arrivati dalla microelettronica, settore che, al confronto, ha fatto passi giganteschi. La tecnologia automobilistica appare oggi talmente elementare che se ne sono appropriati produttori in sempre maggior numero che contribuiscono alla formazione di scenari competitivi inimmaginabili sino a qualche decennio fa, quando pochi marchi si disputavano mercati relativamente esigui oggi esplosi con la globalizzazione. Eppure l’industria automobilistica europea, poco reattiva sul passaggio all’elettrico, anziché accelerare nella transizione ha chiesto e ottenuto – da una UE che sul Green Deal ha fatto una rapida e inopportuna conversione a U – dazi sull’importazione di auto elettriche.

Salvare l’automotive diventa problematico. Il miracolo di passare da un telefono per abitazione a un telefono (o più) a persona non può ripetersi per l’automobile. A cominciare dai problemi di spazio con ingombri in progressivo aumento. Ma contro l’auto gioca anche il mutamento socioculturale e se fino a tempi recenti rappresentava l’oggetto del desiderio primario per i giovani che vi scorgevano possibilità di accesso a spazi di esplorazione e di libertà, oggi i giovani scelgono altri sistemi di mobilità o di utilizzo che escludono, spesso, la proprietà del mezzo. È vero che, almeno in Italia, si fa di tutto per ostacolare l’efficientamento del servizio pubblico di trasporto, ma se gli stessi investimenti pubblici spesso, in passato, a fondo perduto o di sostegno collettivo alle crisi aziendali private (vedi Cassa Integrazione Guadagni) fossero stati indirizzati al settore della mobilità pubblica ne trarrebbe oggi beneficio non solo l’ambiente liberato dall’inquinamento – e dunque la salute di tutti noi – ma l’intero comparto economico. È ciò che i nostri (im)prenditori sembrano non voler considerare, condannandoci all’irrealizzabile mito della crescita infinita.

Se è vero che l’Europa contribuisce con solo il 7% all’emissione di gas climalteranti e l’Italia per l’1%, non significa che dobbiamo ignorare il problema e affrontarlo in tutti i settori iniziando proprio da quelli in cui è realisticamente più facile farlo come la transizione dal motore endotermico a quello elettrico. Così come è irresponsabile ironizzare sui tappi di plastica delle bottiglie non più separabili dal contenitore destinato al riciclaggio. Il tema delle microplastiche, che disperse nel territorio entrano nel nostro sangue e ormai sono nei nostri cervelli con effetti non pronosticabili sul suo funzionamento, non è affatto da sottovalutare come ben sanno le coraggiose mamme del movimento “No Pfas”.

Inseguendo il mito della crescita senza limiti, i neo pifferai magici di Hameln ci stanno conducendo dritti dritti verso l’affogamento collettivo. E non solo in senso metaforico visti i recenti casi – per restare in Europa – della nostra Emilia-Romagna e della spagnola Valencia. O, davanti a centinaia di morti per le alluvioni, stiamo con i negazionisti a oltranza che non ammettono le responsabilità dell’anomalo e repentino cambiamento del clima a una industrializzazione selvaggia e avida, sempre più indifferente alle sue conseguenze e perciò sempre più insostenibile socialmente e ambientalmente?

Siamo, evidentemente, di fronte a una classe dirigente di primati che stanno regredendo verso i nostri progenitori. Ben rappresentano la tendenza in atto, scientificamente certificata, che si sta verificando nella nostra specie: l’evoluzione del cervello, per la prima volta nella storia dell’umanità, si è fermata. Non solo, ma sta regredendo e anche le nostre capacità cognitive stanno cominciando a diminuire. Per colpa dello sviluppo tecnologico calano sensibilmente le capacità di orientamento e la memoria si riduce per l’uso, sempre più massiccio, del digitale. La conseguenza più preoccupante e che non ci si sappia più orientare verso il futuro, lasciando correre senza controllo la macchina dell’intelligenza artificiale che non si preoccupa certo del nostro benessere, meno che mai dei destini della nostra specie.

Gli autori

Valter Giuliano

Valter Giuliano, giornalista professionista, Accademico dell’agricoltura, è stato presidente nazionale della “Pro Natura”, consigliere della Regione Piemonte e assessore alla cultura della Provincia di Torino. È consigliere comunale di Ostana, dove ha fatto nascere il “Premio Ostana. Scritture in lingua madre / Escrituras en lenga maire”. Già direttore di “ALP”, ha fondato e diretto “Passaggi e Sconfini”. Direttore responsabile di “Natura e Società” e di “ Obiettivo Ambiente”, dirige “Segusium. Arte e storia della Valle di Susa”.

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