Il messaggio del Governo: “Ragazzi state a casa!”

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Del pessimo e pericoloso disegno di legge sicurezza presentato dal Governo molti hanno già scritto (vedi, per tutti, https://vll.staging.19.coop/in-primo-piano/2024/10/03/sorvegliare-e-punire-i-poveri-e-i-ribelli/), invitando alla mobilitazione perché venga ritirato. Da un lato perché in molte sue parti è palesemente anticostituzionale, d’altro lato perché sancisce nei fatti una svolta autoritaria nella gestione del dissenso e della protesta. Un disegno di legge che non a caso viene proposto oggi in un momento in cui la prepotente ripresa della scelta economica neo-liberista alimenta in modo inevitabile un allargamento e un addensamento delle povertà e disuguaglianze con un conseguente forte aumento di rabbia e conflitto sociale che per essere contenuti, come per altro sta già avvenendo, hanno bisogno di una svolta autoritaria della nostra democrazia.

Qui, però, proviamo a guardare a tale decreto in un’altra prospettiva.

Abbiamo due figli che insieme a tante e tanti altri loro compagni e compagne provano a cambiare il mondo. A volte con qualche rigidità ma anche con contenuti giusti e competenza e investendo in formazione, con un impegno e un entusiasmo che ci colpiscono e che ci restituiscono un’idea di “giovane” ben diversa da quella offerta troppo spesso nel dibattito pubblico. Lo fanno occupando e gestendo spazi abbandonati che, invece di finire nelle braccia del mercato edilizio speculativo, si rigenerano e vengono restituiti a una funzione pubblica attraverso la proposta di interventi che rispondono a bisogni concreti (mense, consultori e ambulatori popolari, sportelli informativi e di orientamento alla cittadinanza e ai propri diritti), promuovono cultura e forme d’arte, offrono spazi di socialità che provano a rompere le troppe solitudini che vivono migliaia di ragazze e ragazzi, proponendo relazioni e divertimento, insieme al tentativo di costruire un noi collettivo. Lo fanno manifestando a fianco di chi viene scartato e non riconosciuto, prima ancora che nei diritti nel suo stesso essere persona, come nel caso dei migranti, o dei “matti” o di chi è considerato “diverso” – e per questo da rinchiudere, allontanare, escludere – in una sorta di dittatura della normalità che non accetta ed è rancorosa nei confronti di ogni alterità. Lo fanno stando a fianco dei popoli oppressi, come quello palestinese, stralciando le ipocrisie, gli interessi e i sensi di colpa che spesso impediscono a noi di fare altrettanto e con la stessa chiarezza (finendo, con la nostra impotenza e indifferenza, a essere complici di quel genocidio). E, ancora, manifestando per la riconversione ecologica e per un mondo senza guerra, sbattendo in faccia a noi adulti che il nostro Paese non è solo uno dei più vecchi al mondo ma anche uno tra i più egoisti: scarichiamo sulle loro spalle milioni di euro di debito e anche un futuro incerto, preoccupante, fatto da territori devastati e possibili guerre.

Per farlo usano le parole, le assemblee e gli incontri. La cultura e la musica per veicolare con altri linguaggi narrazioni complesse, per provare a cambiare il senso comune. A volte lo fanno anche con i presìdi, bloccando strade, provando a sconfinare dai divieti di chi vive con fastidio ogni dissenso o forma di alterità. Sono arrabbiati, ma con ottimismo. Ideologici, ma anche capaci di parlare con quei pezzi di società con cui l’altra politica parla poco o per nulla, trovando linguaggi semplici spesso veicolati dal fare concreto.

Eppure, in questo Paese, oggi tutto questo non solo non è visto di buon occhio, ma è anzi vissuto come fastidio. Perché svela e denuncia che lo Stato ha rinunciato alla sua funzione di garanzie dell’esigibilità dei diritti, piegandosi alle esigenze del mercato. Perché si oppone al terribile ministro Valditara, che propone una scuola che addestra e non educa (con buona pace di don Milani), in cui i percorsi scolastici dipendono da dove nasci, da quanti soldi hanno in tasca i tuoi genitori e dal genere (altro che merito, che ipocrisia signor ministro!). Perché questi ragazzi vorrebbero che si investisse su treni per i pendolari, sulla messa in sicurezza del territorio, per mettere le scuole a norma rispetto la normativa anti sismica invece sul faraonico Ponte sullo stretto o sul Tav.

Ecco, allora, che chi ci governa tira fuori il disegno di legge sicurezza sicurezza che rende reato ogni forma di dissenso e di resistenza, anche quando pacifica e non violenta. Il processo è chiaro: intreccia marginalizzazione e colpevolizzazione di povertà, disagio e alterità; criminalizzazione del dissenso; potenziamento delle forme di controllo di polizia. Il messaggio veicolato insomma è: ragazzi e ragazze, state a casa! Accontentatevi del presente e del probabile, smettete di sognare e di tentare di costruire l’impossibile, e cioè un mondo più giusto dal punto di vista sociale e ambientale. Questo disegno di legge vuole trasformare i loro sogni e la loro rabbia in reati, penalmente perseguibili.

Tanto più, allora, i ragazzi e le ragazze non possono essere lasciati soli nel loro opporsi al disegno di legge sicurezza che poi è il modo più giusto per difendere anche la nostra libertà e il nostro diritto a esprimere dissenso e agire il conflitto. Conflitto senza il quale, è bene ricordarlo, non si alimenta la democrazia. Serve una grande mobilitazione nazionale, dal basso, dai luoghi che più di altri portano con sé la fatica di povertà e disuguaglianze esasperate, e che per questo rischiano di pagare un prezzo alto in termini di repressione e di criminalizzazione del dissenso e delle protesta. È una doverosa battaglia di civiltà, per la libertà.

Gli autori

Elena de Filippo

Elena de Filippo è presidente della cooperativa Dedalus. Dagli anni Ottanta svolge attività di ricerca sulle migrazioni internazionali collaborando con diversi enti nazionali, università ed enti locali. È docente di sociologia delle migrazioni all’Università di Napoli Federico II, è stata componente dell’Osservatorio Nazionale sugli alunni stranieri presso il Miur. È promotrice del Centro Interculturale Officine Gomitoli.

Andrea Morniroli

Andrea Morniroli, da 30 anni impegnato nelle politiche di welfare a Napoli, è socio della cooperativa Dedalus, in cui si occupa principalmente di migranti e di contrasto della povertà. È stato assessore alle politiche sociali del comune di Giugliano in Campania. È portavoce della Piattaforma Nazionale Anti-tratta ed è co-coordinatore del Forum Disuguaglianze Diversità.

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One Comment on “Il messaggio del Governo: “Ragazzi state a casa!””

  1. Cara Elena e caro Andrea,
    il vostro è un intervento perfetto, giusto per uno dei motivi più importanti per mobilitarsi : cercare di essere ‘adulti significativi’ per le generazioni dei più giovani, per i vostri figli e per quelli di tutta questa Europa così fragile. Guardando all’umano e al transumano…
    Scrivo ‘vostri’ perché io ho 4 nipoti e vedo anche che molti giovani, anche con genitori impegnati, all’impegnarsi contro non ci credono proprio . Se non nella direzione opposta alla nostra. Resta da molti anni -quindi anche per responsabilità della mia generazione- un feroce distacco dall’impegno politico-culturale che ci pareva il migliore. Ma le rotture che si sono state hanno lasciato il segno. Non è che ci crediamo sempre i ‘migliori’ ? Portandoci dietro rotture tra ‘noi’, non elaborate, che rendono disilluse di noi almeno due generazioni? Mi è venuto in mente …all’apertura del Festival del cinema di Roma etc…. Più facile parlar di Matteotti e cantare Bella Ciao che guardare criticamente a ‘noi’

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