Lettera agli “amici” di Israele

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Sono molti gli amici di Israele che oggi operano alacremente per negare a questo Paese ogni possibilità di pace per i prossimi anni e per il futuro.

Al primo posto metterei le comunità ebraiche. Mi limito a quelle italiane e soprattutto, per miei limiti di conoscenza, a quella di Roma. Da decenni queste organizzazioni non solo non hanno mai avuto una parola di solidarietà nei confronti del popolo palestinese per le sue condizioni di miseria, di emarginazione e umiliazione nell’angusta striscia di Gaza. Non solo non hanno mai espresso, a quanto io sappia, una parola di pietà per i cittadini innocenti massacrati dal mare, dal cielo e da terra dall’esercito israeliano nelle operazioni di guerra cosiddette Piombo fuso (2008) e Margine di protezione (2014). Al contrario hanno sempre reagito con una durissima campagna di intimidazione a ogni critica nei confronti del Governo di Israele. Chiunque aprisse bocca per esprimere riprovazione nei confronti talora di veri e propri massacri, con migliaia di morti tra la popolazione civile, veniva bollato di antisemitismo, veniva cioè accomunato alla schiera di coloro che avevano concorso alla tragedia della Shoah, perpetrata dai nazisti negli ultimi anni della Seconda guerra mondiale. Si tratta di una ritorsione argomentativa con cui da decenni questi ebrei organizzati in comunità – non tutti gli ebrei, ovviamente, tra cui si contano tanti generosi pacifisti e amici del popolo palestinese – hanno gettato un’ombra di riprovazione sulla libertà di espressione degli italiani e dato una copertura politica e morale a ogni misfatto compiuto dall’esercito di Tel Aviv. E vorrei ricordare che tale sistematica opera di ”terrorismo” ideologico-culturale si fonda su un costrutto argomentativo privo di qualsiasi fondamento razionale: poiché il popolo ebreo ha subito l’immane tragedia dei campi di sterminio, il governo che oggi lo rappresenta non può essere oggetto di critica perché ogni sua azione ha il fine supremo di difendere la propria esistenza. Tale argomentazione non differisce in nulla dalla proposizione secondo cui un individuo, a cui da piccolo sia stata sterminata la famiglia, una volta divenuto adulto, lui e i suoi figli hanno il diritto di porsi sopra la legge, di sopraffare e recare danno al prossimo senza dover ricevere riprovazioni e sanzioni. L’accusa di antisemitismo a chi critica le azioni militari degli israeliani nasconde, dunque, come nocciolo logico-argomentativo, questa clamorosa mostruosità giuridico-morale.

A questi ebrei che oggi difendono l’attuale governo, responsabile di quasi 30 mila morti, in gran parte donne e bambini, anziani, malati bombardati negli ospedali ecc., chiedo: come pensano che Israele possa costruire uno Stato sicuro e in pace? Sotto quale edificio di menzogne dovranno seppellire le migliaia di morti innocenti periti sotto le bombe del loro esercito? E che cosa racconteranno ai loro figli e nipoti su questa fase della loro storia, di una guerra con cui si è tolto ai palestinesi l’ultimo lembo di terra in cui rifugiarsi dopo quasi 80 anni di persecuzioni ed esodi? Basterà rammentare l’eccidio subito il 7 ottobre per giustificare la nuova sicurezza di Israele fondata sulla cacciata di un altro popolo? Quale sarà il fondamento morale di questo Stato che si vuole predestinato e benedetto da Dio?

Gli altri amici di Israele sono tanti esponenti politici, uomini di cultura, giornalisti, intellettuali progressisti, i parlamentari europei, che si sono opposti a un cessate il fuoco, perché si prestasse soccorso ai feriti, ai malati, agli affamati. Tra questi spicca per splendore morale una gran parte dei socialisti europei, che hanno mostrato al mondo, con quanta viltà e miseria, per puro calcolo elettorale, hanno rinnegato la più nobile delle tradizioni politiche europee, fondata sul pacifismo, la difesa dei deboli, gli ideali umanitari. A questi amici di Israele voglio domandare: è quella dell’attuale Governo di Tel Aviv la strada che può assicurare agli israeliani la serenità di una condizione di reale sicurezza? Ma non riflettono costoro sul fatto che le immagini d’orrore delle distruzioni degli edifici di Gaza, dei bambini sanguinanti tra le braccia di padri disperati, cui si assiste universalmente ogni giorno, stanno plasmando di odio antiebraico l’immaginario di tutte le giovani generazioni dei Paesi arabi che circondano Israele? Questi illuminati e lungimiranti strateghi non pensano che tali generazioni, destinate a diventare le nuove élites dirigenti dei loro Stati, vedranno in Israele il supremo nemico dei propri popoli? E pensano costoro che gli attuali governi moderati e filo-americani come l’Arabia Saudita e la Giordania, rimarranno sempre in mano alle loro impopolari monarchie? E non li sfiora il sospetto che l’attuale superiorità militare di Israele non sarà eterna e che le più sofisticate tecnologie belliche oggi circolano per il mondo come tutte le altre merci e le avranno o già le hanno l’Iran, l’Iraq, il Libano, la Siria ecc?

Tra gli amici di Israele va annoverato anche il Governo italiano, che, per il nulla che conta, si è astenuto all’assemblea dell’ONU per il cessate il fuoco a Gaza, all’ombra degli USA che hanno votato contro. La strategia del governo Meloni merita una riflessione supplementare, perché si tratta davvero del caso clamoroso di un esecutivo sovranista che conduce la propria politica estera al servizio di uno Stato straniero. La sua azione, fino a pochi giorni fa di incondizionata adesione alle posizioni degli USA e di Netanyahu, sta infliggendo un gravissimo danno agli interessi presenti e futuri dell’Italia nel Mediterraneo. Essa tradisce una tradizione pluridecennale della nostra politica estera, che non è stata mutata da alcun governo, fatta di equilibrio e di buon vicinato con i Paesi rivieraschi dell’Africa e del Medio Oriente, con gli Stati arabi, con il popolo di Palestina. Gli interessi strumentali di un governo transeunte, che supporta le pretese dell’esecutivo estremista di Israele e gli interessi imperialistici degli USA vengono fatti prevalere, con clamorosa miopia, su quelli della Nazione, per usare il termine caro alla rozza e sguaiata destra oggi al potere. Vale a dire di un Paese al centro del Mediterraneo che, per necessità, non può avere una politica estera subordinata alle mire di uno Stato atlantico e alle ambizioni estremistiche suicide di un’ élite teocratica che spinge Israele alla rovina.

Gli autori

Piero Bevilacqua

Piero Bevilacqua, già professore di storia contemporanea all’Università La Sapienza di Roma, è scrittore, saggista e politico.

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3 Comments on “Lettera agli “amici” di Israele”

  1. Egregio Sig. Piero Bevilacqua,

    grazie per il prezioso contributo.
    Credo che la cosa che accomuna questi “amici” di Israele sia l’infima bassezza morale.
    A costoro l’unica cosa che interessa è rimanere ben saldi sul carro dei più forti, quelli cioè che possono garantire potere, denaro, fama.
    La verità e la giustizia sono troppo pericolose da raccontare quando disturbano minimamente i potenti e, di conseguenza, mettono a repentaglio la “rispettabilità” acquisita.
    Personalmente la categoria dei pseodo amici che deteso maggiormente è quella dei gionalisti (pennivendoli meglio). E il mio disprezzo nei loro confronti aumenta con il livello di “autorevolezza” che la pubblica opinione gli tributa. Per capirci mi si rivolta di più lo stomaco quando ascolto Paolo Mieli che non Italo Bocchino, Mario Sechi che non Francesco Borgonovo.
    In cima alla mia classifica c’è senza ombra di dubbio il serafico Paolo Mieli! Quello che “gli antisionisti sono quelli che vogliono buttare a mare Israele” oppure, perla delle perle ” io metto sul conto di Hamas tutti i morti palestinesi”, sic!
    I giornalisti più blasonati sono i più pericolosi perchè riescono meglio (peggio) degli altri a far passare le falsità più stomachevoli, su tutte l’ormai logoro ritornello “Israele unica democrazia del Medio Oriente”.

    Cordiali saluti, Stefano Poli

    PS: Giuliano Ferrara con l’ignobile articolo di oggi su Julian Assange se la sta giocando con Paolo Mieli…

    1. Condivido parola per parola; sia quelle di Bevilacqua che di Poli. Aggiungo solo che è dal 24 febbraio del 2022, cioè dall’invasione russa dell’Ucraina, che siamo immersi in un clima cupo di propaganda martellante e vomitevole di tutti i maggiori media. La democrazia è sospesa. Il confronto democratico è sospeso. La libertà di pensiero è sospesa. Prima le liste di proscrizione dei presunti filo-putiniani, adesso quella degli antisemiti.
      I mezzi di informazione e quindi anche i giornalisti, tranne qualche lodevole e coraggiosa eccezione, invece di fare il loro vero lavoro di controllori del potere, se ne fanno strumento di propaganda e oppressione, servi e zerbini.
      Da due anni si è instaurato un clima così pesante e oppressivo che ogni volta che si deve esprimere un opinione di dissenso sull’Ucraina o su Israele si deve sempre anteporre una stucchevole premessa: “Premesso che è la Russia che ha invaso l’Ucraina e che Putin è un criminale…”, “Premesso che quello del 7 ottobre è stato un atto terroristico criminale, un pogrom…”, ecc., ecc.
      E’ un clima che mi fa paura e non presagisce niente di buono. Forse è arrivato il momento di rendersi conto che la democrazia e la libertà sono davvero in pericolo e che dall’indignazione bisogna passare alla lotta.

  2. Sono pienamente d’accordo con il Suo articolo e La ringrazio. La cecità e la non umanità dei “gestori” del potere è terrificante. I nostri giovani, tutti i giovani, hanno un futuro inesistente. Mi dispiace moltissimo.
    L’impotenza che risento, in quanto anziana, toglie qualsiasi speranza.
    Condivido anche il commento del sig. Poli.
    Grazie sig. Bevilacqua per essere una voce responsabile e precisa di questo tempo.
    Rita Rigo

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