Nella notte tra l’1 e il 2 novembre di cinquant’anni fa moriva Pier Paolo Pasolini. Anzi, veniva barbaramente ucciso nella zona dell’idroscalo di Ostia. Secondo la giustizia, a ucciderlo fu Giuseppe (Pino) Pelosi, uno dei “ragazzi di vita” a lui tanto cari, poi condannato al carcere nei vari gradi di giudizio. Ma in tanti non credono a questa parziale verità. Pasolini era diventato un personaggio scomodo e ingombrante (che non bastava più contestare o infangare per la vita privata), perché troppo lucide erano le sue analisi sulla società italiana e perché non faceva capo ad alcun centro di potere. Era una voce libera, non omologabile, che suscitava sentimenti opposti: dalla profonda ammirazione al disprezzo, dal fastidio sino a quella consacrazione post mortem che avrebbe irritato persino lui, proprio per la surrettizia ipocrisia che l’ha animata e la anima ancora oggi.
Ma ritorniamo a quella fatidica notte del 1975. C’è, tra i tantissimi documenti, un film (Pasolini, un delitto italiano di Marco Tullio Giordana) che mostra tracce e indizi di presenze, quella notte, di altri, oltre a Pelosi, in quella landa sabbiosa e solitaria dell’idroscalo. Non solo dunque l’assassino riconosciuto. Secondo la ricostruzione del film, un primo indizio per risalire alla dinamica dell’omicidio stava nei capi di abbigliamento di Pelosi e Pasolini: mentre la maglietta del primo era sporca solo con alcune gocce di sangue, la camicia di Pasolini ritrovata sul luogo del delitto era tutta impregnata del suo sangue. In più, il corpo del poeta (che probabilmente nella lotta per salvarsi la vita s’era sfilato la camicia) era ricoperto di liquido ematico misto a sabbia e fango, testimonianza di una lotta con il suo assalitore o i suoi assalitori. Dall’autopsia emerse anche che Pasolini era stato colpito con violenza allo scroto, probabilmente con un calcio in mezzo alle gambe, mentre sulla testa furono ritrovate molte ferite ed ecchimosi provocate da un corpo contundente, con la cospicua fuoriuscita di sangue che impregnò la camicia. Chi vide il corpo del poeta si trovò di fronte a uno spettacolo terrificante: il volto era del tutto sfigurato, le unghie maciullate, le mani raschiate e piene di lividi.
Di qui alcune inevitabili domande. Un solo uomo poté davvero ridurre Pasolini in quelle condizioni? Sporcando appena i propri abiti? E per difendersi da un tentativo di violenza sessuale (come Pelosi affermò durante il processo)? Oltre a queste domande, a cui la sentenza definitiva di condanna ha dato risposte del tutto insufficienti, ce n’è un’altra che non fa tornare i conti su quella maledetta nottata. Che bisogno aveva Pasolini, che qualche ora prima aveva cenato in un ristorante di San Lorenzo a Roma, di percorrere tanta strada con la propria vettura lungo la Via del Mare per raggiungere l’idroscalo di Ostia, per consumare un rapporto sessuale? Possibile che più vicino a Roma non ci fossero altri posti “intimi” dove rifugiarsi al riparo da occhi indiscreti? E, ancora. Pasolini, nonostante l’aggressione e le innumerevoli ferite, era ancora vivo sul fondo sabbioso dell’idroscalo di Ostia, agonizzante ma vivo. E fu la sua stessa auto, alla cui guida s’era messo Pelosi o qualcun altro, a mettersi in moto e a percorrere ad alta velocità il tratto di sterrato che la separava dal corpo del poeta per passarvici sopra e sormontarlo con uno pneumatico, decretandone lo scoppio del cuore.
Pelosi, poi, è stato un enigma sino al termine dei suoi giorni. Infatti, a partire dal 2005, dopo aver scontato la pena, ha rilasciato, in diverse occasioni, testimonianze e interventi contraddittori, con un unico filo comune: quella notte lui non era solo all’idroscalo assieme a Pasolini e, anzi, non fu lui ad ammazzare il poeta. Ma senza dire chi fossero le altre persone. E soprattutto perché “quella gente” voleva ammazzare uno degli intellettuali più brillanti ma anche più detestati d’Italia in quei decenni. In realtà Pelosi è stato un personaggio molto controverso e le sue dichiarazioni nascondevano paure personali o conflitti di coscienza anche a distanza di più di trent’anni dai fatti. Non sapremo mai fino in fondo la verità, perché Pelosi è morto nel 2017, portando con sé per sempre l’unica testimonianza diretta di quel brutale assassinio.
Comunque sia, Pasolini è stato assassinato in quella periferia. Forse da uno, o più, di quei sottoproletari accecati dai modelli culturali del non meglio identificato “Centro del potere” che aveva i suoi strumenti nella pubblicità commerciale e nella disinformazione che la innerva: «quello stesso Centro che, in pochi anni, ha distrutto tutte le culture periferiche dalle quali, appunto, fino a pochi anni fa, era assicurata una vita propria, sostanzialmente libera, anche alle periferie più povere e addirittura miserabili». Questo scriveva Pasolini nel 1973 – due anni prima dalla sua uccisione – in un articolo pubblicato il 9 dicembre sul Corriere della Sera e intitolato Sfida ai dirigenti della televisione (poi inserito nella raccolta Scritti corsari). Pasolini s’era scagliato contro la televisione, responsabile di aver diffuso un modello di vita massificante, imperniato sul consumismo e teso alla distruzione della pluralità di culture storicamente esistenti in tutte le periferie italiane. Secondo lui, la televisione, a disposizione del “Centro”, aveva compiuto quell’operazione di omologazione che neanche il fascismo era riuscito a realizzare nella prima metà del Novecento.
«Se i sottoproletari si sono imborghesiti, i borghesi si sono sottoproletarizzati. La cultura che essi producono, essendo di carattere tecnologico e strettamente pragmatico, impedisce al vecchio “uomo” che è ancora in loro di svilupparsi. Da ciò deriva in essi una specie di rattrappimento delle facoltà intellettuali e morali». Questo, infine, denunciava, nel 1973, Pasolini, anticipatore della deriva della società che lui stesso definiva “il nuovo fascismo” e che oggi ha trovato i suoi strumenti di corruzione in quei feticci tecnologici che sono gli smartphone e i social. È una “mutazione antropologica” abilmente cavalcata ai nostri giorni da quel totalitarismo del consumismo che ci illude della libertà ma ci incatena nei ceppi della più dissimulata omologazione. Di questo non ci siamo accorti, nonostante l’avviso del poeta che “eravamo tutti in pericolo”, come disse a Furio Colombo nella sua ultima intervista.
Tutto ciò è stato fatto e portato avanti a irrimediabile detrimento della nostra umanità. Quella umanità che, in quella tragica notte di cinquant’anni fa, fece pronunciare a Pasolini, ormai di fronte alla morte, le parole: “Mamma, mamma, mamma…”. Una supplica, vera e disperata, che richiama alla memoria la “Supplica a mia madre” che Pasolini aveva scritto in versi più di un decennio prima: «E non voglio essere solo. Ho un’infinita fame / d’amore. Dell’amore di corpi senz’anima». Solo, appunto, come la sua morte all’idroscalo nella notte tra l’1 e il 2 novembre di cinquant’anni fa.
