“Con noi al governo non ci sarà mai la patrimoniale” afferma la Presidente del Consiglio e, anche nel centro sinistra, nonostante l’apertura di Schlein e l’adesione della CGIL, resta elevata la resistenza addirittura a parlare di patrimoniale, come se l’evocazione stessa facesse perdere voti alle elezioni. Perché questa opposizione?
Se apriamo uno qualsiasi dei principali manuali di Scienza delle Finanze, la disciplina che ha, al suo cuore, lo studio delle imposte, le giustificazioni a favore dell’imposizione patrimoniale sono, davvero, tante, robuste e risalenti.
Vi sono, innanzitutto, le giustificazioni basate sul principio della capacità contributiva, cardine dell’art. 53 della Costituzione, il quale richiede di tassare in misura uguale chi ha la stessa capacità contributiva – la cosiddetta equità orizzontale – e di tassare di più chi ha maggiore capacità contributiva – la cosiddetta equità verticale. Ora, la tassazione patrimoniale contribuisce alla capacità contributiva in entrambe le dimensioni. Contribuisce all’equità orizzontale. A parità di reddito, chi detiene anche un patrimonio ha maggiore capacità contributiva, poiché il patrimonio conferisce benessere senza sforzo – basti pensare alle plusvalenze patrimoniali, acquisibili anche dormendo, come già rilevava John Stuart Mill; permette di stipulare mutui, o accendere prestiti di altra natura e rappresenta una riserva di potere d’acquisto, così conferendo sicurezza di fronte ai rischi. Lungi dall’introdurre una doppia tassazione (sul reddito che genera i patrimoni e poi di nuovo sui patrimoni), l’imposta patrimoniale colpirebbe, pertanto, una capacità contributiva altrimenti non tassata. Inoltre, l’imposta patrimoniale favorisce l’equità verticale nella forma della progressività: poiché i patrimoni sono molto più concentrati dei redditi, un’imposta patrimoniale favorisce la progressività del prelievo anche se a a tasso proporzionale (sarebbe pagata solo da chi ha patrimonio). Vi sono, inoltre, le giustificazioni basate sulla riduzione delle disuguaglianze intergenerazionali di opportunità: nella forma della tassazione delle donazioni e delle successioni l’imposta patrimoniale limita i vantaggi ingiusti generati dalla mera fortuna di essere nati in una famiglia ricca. E, ancora, vi sono le giustificazioni in termini di contro-prestazione. L’imposta patrimoniale può essere vista come il corrispettivo dei benefici, forniti dall’Ente pubblico, alla produzione e alla tutela del patrimonio. Infine, vi sono giustificazioni addirittura in termini di efficienza. L’imposta patrimoniale incentiverebbe un uso produttivo dei patrimoni (serve reddito per pagare l’imposta). Il valore patrimoniale rappresenta, inoltre, la capitalizzazione dei redditi medi. Non tassa il sovrappiù di rendimento e così incentiva l’imprenditorialità, l’innovazione e l’assunzione di rischio.
Certo, queste giustificazioni riguardano in generale l’imposizione patrimoniale, mentre la patrimoniale è una configurazione specifica che si caratterizza per la tassazione personale e progressiva del complesso delle ricchezze. Si distingue, pertanto, dalle imposte speciali e cedolari quali quelle esistenti nel nostro paese, in primis, la tassazione sulle abitazioni, oltre a quella sui depositi bancari. Ma, proprio perché generali, valgono anche per le patrimoniali. La crescita odierna delle disuguaglianze aggiunge poi nuove giustificazioni. Gli Stati Uniti sono il caso limite. Come documenta Morelli, anche in Italia, però, la concentrazione della ricchezza è cresciuta: tra il 1995 e il 2016 lo 0,1% più ricco ha raddoppiato patrimonio medio e quota di ricchezza, a fronte di un crollo dell’80% della ricchezza media della metà più povera, scesa dall’11,7% al 3,5%, mentre il 10% più ricco possiede circa il 60% del patrimonio totale.
Un’elevata disuguaglianza riflette una regolazione ingiusta dell’economia, a favore di pochi e a danno dei molti. Accentua le iniquità orizzontali e verticali. Aumenta la concentrazione degli stessi trasferimenti intergenerazionali. Genera conseguenze negative sulla nostra vita comune, tanto maggiori quanto maggiore è la dimensione assoluta della disuguaglianza (non solo si hanno percentuali elevate della torta, ma quelle percentuali corrispondono a ricchezze elevate). Indebolisce, infatti, la disponibilità a redistribuire: i più ricchi di fatto escono dalla comune società, cessando di condividerne le condizioni medie di vita associata. Mina il senso di pari riconoscimento – i più ricchi si sentono come, ci dice Alfani, «dio fra gli uomini», peraltro in un contesto di società non nobiliare e capitalistica, dove la ricchezza è considerata sinonimo di bravura e di distinzione anche morale. Ostacola il funzionamento della democrazia, piegandolo agli interessi delle oligarchie economiche. La ricchezza odierna, dulcis in fundo, aumenta i costi ambientali, a causa della struttura dei consumi dei più ricchi nonché delle partecipazioni azionarie nelle imprese che più inquinano, come documentato dall’ultimo rapporto sulla disuguaglianza climatica.
Si noti, nulla, in queste osservazioni, mira all’espropriazione della ricchezza. L’obiettivo è ridurre le disuguaglianze ingiuste: quelle che violano la capacità contributiva, quelle che incrementano le disuguaglianze di opportunità intergenerazionale, quelle che riflettono ingiustizie nell’appropriazione del sovrappiù che tutti insieme produciamo e quelle che danno origine a conseguenze negative sulla nostra vita comune. Soddisfatto questo obiettivo, le restanti disuguaglianze sarebbero perfettamente accettabili. Solo per fare un esempio, difendere l’imposta sulle successioni e sulle donazioni non significa negare la possibilità per i genitori di lasciare una base di benessere ai propri figli e alle proprie figlie. La questione è l’entità del lascito: un conto è una ricchezza che contribuisce a una vita dignitosa e un altro è una ricchezza che perpetua vantaggi oligarchici, peraltro per solo effetto della fortuna alla lotteria sociale.
Se le giustificazioni sono tante e robuste, dobbiamo allora cercare l’origine dell’opposizione nelle difficoltà attuative? Un problema spesso citato concerne i rischi di elusione della tassazione dei patrimoni finanziari, liberi di spostarsi da un paese all’altro. Il che produrrebbe perdita sia di gettito sia di PIL per il paese che introduce l’imposta. Nel caso poi di una imposizione a base familiare finalizzata a stimare al meglio la capacità contributiva (potrei essere nullatenente ma godere delle ricchezze della/e persona/e con cui vivo), l’elusione potrebbe derivare dalla frammentazione del patrimonio fra i componenti della famiglia (diminuendo la base imponibile si abbatte la progressività dell’imposta). Altre difficoltà includono i rischi di carenza di liquidità per pagare l’imposta. Queste difficoltà sono innegabili, ma abbiamo diversi antidoti. Ad esempio, contro i rischi di uscita dei patrimoni – rischi esistenti, ma quantitativamente limitati, guardando all’evidenza empirica –, potremmo introdurre una “tassa di uscita”, come avviene negli Stati Uniti, e mantenere comunque l’obbligo al pagamento dell’imposta per alcuni anni dopo l’eventuale espatrio. Potremmo altresì usare le innovazioni tecnologiche che tanto decantiamo e che già oggi permetterebbero, se solo lo volessimo, di monitorare i movimenti di capitale. Al riguardo, si ricordino i miglioramenti nel controllo dei movimenti verso i paradisi fiscali offshore ottenuti grazie allo scambio di informazione fra paesi. E, comunque, i benefici collettivi delle grandi ricchezze, nel capitalismo finanziario di oggi, sono limitati e associati a tutti i costi sopra indicati. Perdere un po’ di PIL a seguito dell’abbandono dei più ricchi può avere effetti limitati sul benessere dei non ricchi e spingere verso una crescita più inclusiva. Ancora, seppure indiscutibili, gli incentivi alla ripartizione infra-familiare dei patrimoni generati dalla base familiare non dovrebbero preoccupare troppo: la contropartita è una distribuzione più ugualitaria dei patrimoni all’interno del nucleo familiare. I problemi di liquidità poi diminuiscono con l’aumentare della ricchezza e l’imposta può essere pagata con diluizioni o cedendo quote di proprietà. In breve, le difficoltà attuative esistono, ma sono affrontabili e l’impatto non è tale da invalidare la desiderabilità della patrimoniale.
A motivare l’opposizione, potrebbe allora essere il timore di un’accentuazione complessiva del carico fiscale, in un contesto, come quello italiano, dove la pressione tributaria è arrivata al 42,8% del PIL e già abbiamo una tassazione patrimoniale, reale, che genera un gettito pari al 2,2% del PIL? Anche a questo riguardo, la risposta non è necessariamente positiva. Difendere la patrimoniale significa fare pagare un po’ di più chi oggi gode di un favore fiscale rispetto all’onere che altri invece subiscono. Le principali proposte oggi in discussione riguardano peraltro solo il top della distribuzione. Grazie al loro gettito, potrebbe anche aversi una riduzione dell’imposizione sui redditi da lavoro bassi e medio bassi. Secondo Morelli, ad esempio, un’imposta sui patrimoni netti complessivi superiori ai 2 milioni di euro potrebbe, con due aliquote, 2% per patrimoni tra i 2 e gli 8 milioni di euro e 3% per patrimoni superiori agli 8 milioni di euro, generare un gettito annuale oscillante fra i 16 e i 21,5 miliardi di euro, a seconda della stima dei rischi di elusione.
Certo, non si tratta di un intervento taumaturgico, che da solo ridurrebbe tutte le ingiustizie del nostro fisco. Il recupero dell’evasione, ad esempio, ci darebbe più gettito. Certo, alcune questioni restano aperte. Una, importante, concerne il livello di applicazione. Nella discussione pubblica, oltre che una patrimoniale nazionale, sentiamo proporre una patrimoniale europea, anche per limitare i rischi di elusione, nonché una patrimoniale globale, giacché in un mondo interdipendente, limitare gli effetti negativi delle grandi ricchezze beneficia tutti.
Ciò nondimeno, la patrimoniale ha tante giustificazioni quale tassello ai fini di un fisco più giusto. Per questa ragione, appare incomprensibile la resistenza addirittura a parlarne. E, comunque, da subito, potremmo almeno iniziare a rafforzare la patrimoniale nella forma dell’imposta sulle donazioni e sulle successioni. L’Italia ha una delle imposizioni più leggere, piena di esenzioni (fino a un milione, figli e figlie non pagano, le trasmissioni di rami d’impresa sono escluse…) e di possibilità di elusione (non si applica di fatto sulle donazioni). Proprio per questo, il suo gettito rappresenta lo 0,05 del PIL Come documenta l’Osservatorio dei Conti Pubblici dell’Università Cattolica, in Francia il gettito rispetto al PIL è 14 volte superiore a quello italiano e in Germania, Spagna e Regno Unito è circa 6 volte superiore.

Le motivazioni sopra esposte per l’introduzione di una patrimoniale sono inattaccabili e più che giustificate. Perchè allora, si chiede l’Autrice, il solo parlarne è tabù? Semplice, è la ricchezza, soprattutto quella smisurata, che detta l’agenda politica. Il Capitale è per sua natura egoista e se ne frega dell’equità, direi che vive di iniquità. Il Capitale ha bisogno di politica asservita… e quest’ultima si vende ben volentieri, mettendo a punto una fiscalità ad uso e consumo del Capitale. Sarà semplicistica come risposta ma sicuramente non lontana dalla verità.