Dove sta l’antisemitismo?

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1. L’esortazione di Primo Levi in Se questo è un uomo – «meditate che questo è stato» – è un ammonimento contro ogni forma di disumanizzazione. L’antisemitismo, nella sua essenza e anche nella forma estrema dell’Olocausto, discende da una disumanizzazione radicale, dalla riduzione della persona ebrea, in quanto tale, a simbolo negativo, dalla trasformazione della differenza in colpa innata, dalla logica espulsiva del capro espiatorio. In questi ultimi due anni l’antisemitismo è tornato al centro del dibattito pubblico, ma in una forma nuova, ambigua, distorta. La storica dell’ebraismo Anna Foa ne ha subito denunciato la rifunzionalizzazione: «Se in Europa si parla molto di antisemitismo è per evitare di parlare della guerra a Gaza» (intervista a Vatican News, 13 novembre 2024). La strumentalizzazione dell’antiebraismo in chiave di demonizzazione dell’attivismo a favore del popolo palestinese è argomento delicato, da maneggiare con cura. Costituisce una cartina di tornasole della manipolazione che il potere esercita sulle parole, sulle idee, sui quadri cognitivi. Allo stesso tempo, il semplice ricorrere dell’espressione “antisemitismo” – anche il suo uso a sproposito, mi verrebbe da dire – deve comunque accendere un campanello d’allarme in ogni coscienza, perché quel termine ci riporta sempre sull’orlo del precipizio e su quell’orlo occorre muoversi con cautela, pensare e dire con attenzione.

La distorsione del razzismo di matrice antiebraica ha trovato il suo epicentro in Germania e, come ci ricorda Donatella Della Porta (D. Della Porta, Guerra all’antisemitismo? Il panico morale come strumento di repressione politica, Altreconomia, 2024), ne hanno fatto le spese militanti politici, artisti e intellettuali, molti dei quali ebrei. Esemplare il caso di Masha Gessen, giornalista russo-americana con familiari sterminati nell’Olocausto, la quale, per aver scritto sul New Yorker che la prigione a cielo aperto di Gaza era comparabile con quella di un ghetto ebraico nell’Europa orientale occupata dai nazisti, si è vista annullare la cerimonia pubblica di consegna del premio Hannah Arendt per il pensiero politico. Molti altri intellettuali ebrei hanno visto censurate le loro posizioni di sostegno alla Palestina, di denuncia del genocidio. Militanti sono stati arrestati per aver esposto i medesimi pensieri.

Ancora più drastica l’esperienza degli Stati Uniti, nei quali la lotta contro l’antisemitismo è addirittura divenuta uno snodo decisivo dell’accelerazione autoritaria di Trump e della repressione dei movimenti universitari. In nome della guerra all’odio antiebraico si è proceduto a espulsioni e incarcerazioni di giovani militanti senza giusto processo. Un episodio americano consente di leggere in maniera limpida il progressivo slittamento di senso del concetto di antisemitismo. Ad aprile 2025, Trump rimuove i vertici del Memoriale dell’Olocausto di Washington, nominati dal predecessore Biden, perché “non vede l’ora” – sono le parole della sua addetta stampa – di nominare sostituti che, oltre a difendere la memoria delle vittime dell’Olocausto, siano fermi sostenitori dello Stato di Israele. Un evento politico altamente simbolico – la nomina dei vertici del Memoriale investe anche la tutela celebrativa della missione libertaria americana nel mondo – diventa lo strumento con il quale il potere altera il significato della memoria e dell’antisemitismo, ampliando l’ombrello semantico di quest’ultima espressione fino a ricomprendervi non soltanto l’avversione e la discriminazione degli ebrei in quanto tali (aspetto che finisce man mano nell’ombra), ma anche e soprattutto la contestazione delle politiche di Israele e dei suoi protettori internazionali.

Alla base della medesima parabola, in Germania e in Europa si è collocata la contestata e lasca definizione operativa di antisemitismo adottata nel 2016 dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA). La working definition, soprattutto negli undici esempi proposti, ha introdotto specifici riferimenti a Israele – considerato come collettività istituzionale degli ebrei –, finendo, negli effetti, per limitare la critica politica all’azione israeliana in Palestina.

La guerra all’antisemitismo, in questo modo, si è saldata con la repressione dell’attivismo per i diritti del popolo palestinese e dei movimenti che contestano il sionismo o anche soltanto le sue attuali derive, descritte con precisione da Anna Foa: «Il sionismo che sogna la Grande Israele biblica, Eretz Israel, sostenuta dagli estremisti religiosi, lo stato degli ebrei e solo degli ebrei, come proclama la legge varata da Netanyahu nel 2018 (Basic Law: Israel as the Nation-State of the Jewish People)», un paese nel quale «il diritto a esercitare l’autodeterminazione […] appartiene solo al popolo ebraico» (A. Foa, Il suicidio di Israele, Laterza, 2024, cap. IV, p. 56, ed. kindle). Chi volesse opporsi a questa ideologia sionista, in quasi tutto l’Occidente, finirebbe oggi per essere perseguito come antisemita: antisemitismo e antisionismo diventano la stessa cosa.

2. Ho utilizzato la parola “perseguito”, non a caso, traendo spunto da vicende normative nostrane. La deformazione dell’antisemitismo si verifica anche alle nostre latitudini.

Il disegno di legge Gasparri (n. 1627), intitolato “Disposizioni per il contrasto all’antisemitismo e per l’adozione della definizione operativa di antisemitismo” (esattamente quella onnicomprensiva dell’IHRA, contestata dall’importante Dichiarazione di Gerusalemme del 2020), già nel preambolo valorizza le torsioni di senso che abbiamo provato a scrutinare. Dopo il 7 ottobre 2023, vi si legge, «i focolai di antisemitismo già presenti in tutta Europa […] si sono estesi e propagati sotto la veste dell’antisionismo, dell’odio contro lo Stato ebraico e del suo diritto a esistere e difendersi». L’assimilazione di antisemitismo e antisionismo è esplicita nelle disposizioni normative. L’articolo 2, ad esempio, nel prevedere (meglio: nell’imporre) iniziative di formazione nelle scuole di ogni ordine e grado, delinea il fine di «contrastare le manifestazioni di antisemitismo, incluso l’antisionismo». Facile intuire cosa si celi dietro lo schermo dell’antisionismo: l’obiettivo è la repressione, anche attraverso norme penali, del vasto movimento popolare contro le politiche israeliane di occupazione, pulizia etnica, genocidio in danno della Palestina e dei palestinesi.

L’attenzione, tuttavia, deve essere posta su due profili del disegno di legge. Il primo attiene al fatto che il tema dell’antisemitismo, falsato nella direzione di cui si è detto, da categoria di disciplinamento morale e sociale del dissenso, facilitatrice della repressione, si sta evolvendo direttamente in norma giuridica coercitiva, addirittura penale. Il secondo, ancora più insidioso, è l’idea, sottesa nei continui accenni allo “Stato ebraico”, di dipingere Israele come Stato degli ebrei e per gli ebrei, facendolo coincidere tout court con l’intera esperienza dell’ebraismo, e di qualificare automaticamente come antisemita chi si opponga alla attuale politica israeliana e osi criticare il sionismo o la sua attuale traiettoria. Siamo di fronte a un tratto saliente della deformazione del concetto di antisemitismo, molto imprudente e comune a tutti i contesti culturali che la agiscono. Come hanno scritto alcuni intellettuali, artisti e attivisti ebrei americani, in tal modo si «schiaccia, nell’immaginario collettivo, il popolo ebraico su Israele» (https://vll.staging.19.coop/in-primo-piano/2023/11/10/centinaia-di-intellettuali-ebrei-americani-la-critica-a-israele-non-e-antisemitismo), moltiplicando il pregiudizio nei confronti di tutti gli ebrei. Con un grave passaggio aggiuntivo, che la proposta di legge italiana consente di mettere a fuoco, chi difende la legalità consacrata nelle pronunce delle Corti internazionali, quelle che hanno riconosciuto la responsabilità di Israele per genocidio, rischia di divenire non solo immorale, ma anche “illegale”.

3. Un altro esempio italiano è emblematico di come la travisata idea di antisemitismo, grazie all’incondizionato sostegno dei media mainstream, faccia presa sulla realtà e ne determini la descrizione.

Il 27 ottobre scorso, l’ateneo veneziano Ca’ Foscari organizza un dibattito sulla pace in Medio Oriente e invita Emanuele Fiano, ex parlamentare del Pd e presidente dell’associazione Sinistra per Israele. Non abbiamo una descrizione precisa di come le cose siano andate, ma è opportuno riportarsi alla versione offerta dallo stesso sito dell’associazione: «Gruppi della sinistra giovanile hanno impedito al Presidente di Sinistra per Israele – Due Popoli Due Stati di parlare, al grido incessante: “fuori i sionisti dall’università”». Immediatamente, le testate giornalistiche più importanti hanno rilanciato la violenza antisemita dei contestatori e, sulla base delle dichiarazioni dello stesso presidente di Sinistra per Israele, hanno paragonato l’episodio a quello occorso al padre di Fiano, cacciato dai luoghi di studi nel 1938, in conseguenza delle leggi razziali.

Ora, fermo che la libertà di prendere la parola non deve essere sterilizzata neppure da chi contesta e che di fronte alla memoria di Auschwitz e delle leggi razziali – il padre di Fiano ha sperimento tutte e due le drammatiche vicende – bisogna solo chinare la testa, chi ha impedito a Emanuele Fiano di esporre il suo pensiero non aveva certamente l’intenzione di discriminarlo. Detto altrimenti, non è provato né pare dimostrabile che sia stata tolta la parola a un ebreo in quanto tale, per pura avversione nei suoi confronti. I cartelli antisionisti stanno lì a documentare che la protesta era rivolta contro i contenuti di alcune dichiarazioni di Fiano che sembravano condiscendenti nei confronti di alcune scelte dello Stato di Israele. L’etichetta di antisemitismo appiccicata ai contestatori, dunque, regge soltanto nell’ambito di quella rappresentazione alterata dell’antisemitismo di cui si è detto, volta a mettere sullo stesso piano i comportamenti discriminatori e le azioni di critica politica.

4. L’equiparazione è un effetto voluto dai grandi sponsor (governi, ideologi, investitori) delle odierne scelte israeliane: sfruttando la tragedia dei palestinesi di essere vittime delle vittime, come ha detto in modo definitivo Edward Said, la lotta all’antisemitismo, sempre necessaria nel suo senso non distorto, è stata trasformata in scudo ideologico per delegittimare la critica politica a Israele.

Il paradosso dell’equazione è la radicale conversione della lotta all’antisemitismo: da battaglia culturale e politica, forse la più alta, contro i pregiudizi e lo stigma che possono in ogni momento colpire popoli e individui, come hanno colpito le persone ebree, a strumento di repressione e controllo, di invocazione di ordine e conservazione, di sequestro dei diritti costituzionali di libera manifestazione del pensiero critico.

Un effetto collaterale è di enorme gravità: se tutto diventa antisemitismo, l’antisemitismo vero, quello agito per lo più dalla destre estreme, che ancora si concretizza in pogrom e teorie cospirazioniste – Elon Musk su X riscatta David Vaughan Icke e la teoria per la quale il mondo è governato dalle “lucertole ebree”, ad esempio –, finisce per scomparire dai radar dell’attenzione pubblica e ritrovare linfa; al pari degli altri razzismi praticati nei confronti di comunità emarginate diverse da quelle ebraiche, come quelle dei migranti, e tollerati o favoriti dalle politiche pubbliche delle destre al governo.

Custodire la precisione della parola e dell’idea di antisemitismo, dunque, è divenuta una priorità. Sia chiaro: lo sforzo, in nome di quell’attenzione nel pensare e dire, che richiamavo all’inizio, deve essere sempre quello di separare la critica legittima dall’odio travestito, ma occorre opporsi alla diffusa pretesa, consacrata ormai in atti normativi, di utilizzare la lotta all’antisemitismo come clava antidemocratica. È il declino della democrazia a mettere in pericolo tutti, ebrei e non ebrei.

Gli autori

Riccardo De Vito

Riccardo De Vito, è giudice al Tribunale di Nuoro. Già presidente di Magistratura democratica, è componente del comitato di redazione della rivista Questione giustizia.

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