Contrastare l’antisemitismo o reprimere il dissenso?

Con i disegni di legge Gasparri e Delrio, il termine “antisemitismo” sta conquistando un posto nel lungo elenco delle parole distorte: la sua condanna, in quanto pratica e tesi aberrante, oltraggio alla dignità e all’uguaglianza, diviene mezzo per giustificare violazioni e repressione dei diritti e per screditare e delegittimare chi oggi critica violenze perpetrate su base razzista e coloniale.

Libertà vigilata

Secondo l’articolo 21 della Costituzione “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero”. Ma non la pensano così le istituzioni torinesi, intervenute pesantemente per impedire una conferenza del prof. Angelo d’Orsi su russofobia e russofilia, dimenticando che, in un sistema democratico, le idee, anche le più eterodosse, si confrontano, si discutono e, se del caso, si contestano ma non si censurano preventivamente.

Dove sta l’antisemitismo?

La questione dell’antisemitismo è tornata centrale. Ciò deve accendere un campanello d’allarme perché il termine riporta alla disumanizzazione radicale che ha prodotto il male assoluto della Shoah. Ma il suo uso distorto e strumentale, che lo fa coincidere con la critica al sionismo e alle politiche di Israele, finisce, da un lato, per alimentarlo e, dall’altro, per veicolare forme di repressione e di controllo pericolose per tutti, ebrei e non ebrei.