La sinistra surreale

Download PDF

La capacità dell’essere umano di sfruttare tutte le strategie possibili di normalizzazione è notissima. Gli psicanalisti li chiamano “stati di diniego”. Di fronte a un trauma, la tentazione umana più diffusa è quella di trovare la migliore strategia di adattamento continuando ad agire come se nulla fosse accaduto. Ma forse i politici ultimamente esagerano, pur se, anche per loro, è spesso questione di sopravvivenza. Infatti ho come l’impressione che la categoria psicologica del diniego sia una delle più importanti per comprendere dove va la politica contemporanea, in preda a questa tendenza diffusa, sistematica e poco ludica alla normalizzazione.

Ma ripartiamo dall’inizio, se possibile. Tutti ricordiamo lo sgomento con cui abbiamo appreso gli esiti delle ultime elezioni europee. È passato poco più di un mese, non un’eternità. Nessuno ha pensato che quelle elezioni rappresentassero un segnale di soddisfazione nei confronti delle politiche europee, anzi. Fino al punto che Macron, con una mossa di poker che non abbiamo ancora finito di comprendere, riconosceva la drammaticità della situazione sciogliendo l’assemblea nazionale. Ma forse è opportuno semplicemente riportare le parole di Marco Revelli pubblicate su questo sito: «Che domenica 9 giugno sia un giorno da segnare nigro lapillo è indubbio. Per l’Italia e per l’Europa. Il giorno delle elezioni in cui le peggiori destre nostrane e continentali possono vantare una legittimazione popolare che la Storia ha negato loro finora. In cui l’onda nera che avevamo visto formarsi e crescere sui confini orientali si è riversata nelle urne non più soltanto dell’Ungheria di Orban o della Polonia dei gemelli Kaczyński, ma della Parigi che fu di Voltaire e dei comunardi e della Berlino di Willy Brandt e della stessa Angela Merkel. Il giorno, ancora, in cui qui da noi Giorgia Meloni, fresca dell’ultimo scandalo Signorelli, ha potuto concludere il proprio trionfale discorso annunciando che “oggi i cittadini ci hanno detto da che parte stanno, e stanno dalla nostra parte”» (https://vll.staging.19.coop/commenti/2024/06/13/elezioni-a-che-punto-e-la-notte/).

Quel risultato così inquietante non era inaspettato. Era il frutto di una crisi lenta ma progressiva che attanaglia da tempo le singole democrazie europee e che per certi versi è ancor più evidente rispetto alle istituzioni europee e alla loro scarsa qualità democratica. La crisi delle istituzioni europee – durante l’ultima legislatura – è stata evidente, in particolare dopo la fine dell’emergenza sanitaria. Si è passati dalla “Europa della austerity” all’“Europa della guerra”, senza nel frattempo cercare di risolvere le crepe strutturali e istituzionali che stanno in bella mostra da decenni. Insomma, non mi sembra una tesi particolarmente provocatoria quella secondo cui una delle cause dell’onda nera è la distanza tra i cittadini europei e l’establishment europeo. Sui libri di storia dell’Europa, non credo che la figura di Von der Leyen potrà esser ricordata come una di quelle che ha contribuito a ridurre quella distanza.

Eppure eccoci qui. Nel 2024, dentro un mondo che appare eccitante come un viaggio sfrenato e ormai fuori controllo sulle montagne russe, con l’UE incapace di gestire i fondi del PNRR in modo anche solo pallidamente differente dalla logica neoliberista per cui gli investimenti pubblici sono sempre al servizio delle imprese private e degli interessi del capitale; consegnata (da chi? certo anche da Von der Leyen) mani e piedi all’atlantismo della guerra come vicolo cieco, mentre all’orizzonte si ingigantisce il delirio di Trump e non sembra esserci alcuna speranza di fermarlo. Eccola la normalizzazione. A poco più di un mese dalle elezioni, si può pacificamente riconoscere che l’unico progetto politico post-elezioni delle grandi famiglie politiche europee è stato quello di non vedere e non sentire la tempesta che è tutt’intorno. Rieleggere Von der Leyen: che grande idea di una politica all’altezza dei tempi! In effetti, chi meglio di lei può aiutarci a uscire dal disordine che lei stessa ha per certo contribuito a produrre? Mi ricordano un vecchio barone accademico, corresponsabile del declino dell’Università italiana, che per convincermi a seguirne le mosse mi propose più o meno questo argomento: «l’Università è in crisi da vent’anni. E chi la conosce meglio e può salvarla se non quelli come me che la governano da vent’anni?». Non fa una piega, in effetti.

Del resto, mi pare che noi italiani conosciamo bene come si fa. Quest’opera di normalizzazione passa per il tentativo di neutralizzare l’onda d’urto delle elezioni democratiche. Che non si possono certo sospendere, ma che si possono appunto neutralizzare. A più di dieci anni dai primi esperimenti italiani, lo spettro “draghiano” delle grandi intese si aggira per Bruxelles, sospetto abbia invaso persino Parigi. È diventato il metodo più affidabile del diniego europeo: siamo tutti impauriti dai risultati delle elezioni, ma preferiamo continuare come se nulla fosse. Potremmo anche finirla qui. Ma c’è qualcosa di ancor più inquietante, per noi poveri cristi che continuiamo a inseguire qualcuno che dica qualcosa di sinistra.

Ora, non dico che in tempi controrivoluzionari come questi vi sia bisogno di una sinistra rivoluzionaria. La verità è che noi di sinistra siamo come il protagonista di un celebre racconto di Kafka, Un digiunatore. Siamo così abituati ad astenerci da un benché minimo tozzo di rivoluzione che abbiamo cesellato il nostro corpo e il nostro spirito. L’astinenza è diventata un’arte, un mestiere. Noi ci nutriamo di ciò che non c’è, solo che – come accadeva al digiunatore kafkiano – ormai non interessa più nessuno. Sarà per questo che anche in queste elezioni abbiamo inghiottito il vuoto. Passi pure per il PD che, nonostante l’estetica innovativa di Schlein, appena sente profumo di governo torna ebbro, allineato e normalizzante: la sua strategia del diniego è ormai così antica da sembrare una vera e propria rimozione della realtà, più che una semplice strategia di sopravvivenza o di adattamento politico. Ma che dire di quel partito che ha incassato i voti pacifisti per poi bellamente risultare decisivo per la rielezione della capa dei guerrafondai Von der Leyen? Fin quando la normalizzazione è la strategia delle élites, si può persino comprendere. Ma quando la normalizzazione diventa la strategia di partiti che si presentano precisamente come quelli che le si oppongono, allora davvero la situazione sfocia politicamente nel surreale. Ecco: la sinistra surreale. Quel partito potrebbe chiamarsi così (anche perché cambia nomi così spesso che non so più quale sia quello giusto).

Ancora una volta in tanti ci hanno creduto e son rimasti a bocca asciutta. Ora, per continuare la metafora, mettiamola così: come è noto nessuno ha mai pensato che la rivoluzione fosse un pranzo di gala, però non è possibile che si risolva sempre tutto in un maledettissimo digiuno. Le ultime elezioni hanno dimostrato – se ancora ve n’è fosse stato bisogno – che i barbari non sono più alle porte, ma sono ben dentro i confini della città. Chi governa, normalizza. Chi dovrebbe opporsi a chi governa, finisce per normalizzare allo stesso modo. Restano i digiunatori, ma come faranno a rimettersi in forze per arginare i barbari?

Gli autori

Sergio Labate

Sergio Labate è professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. Tra i sui temi di ricerca ci sono il lessico della speranza e dell’utopia nell’età secolarizzata, la filosofia del lavoro, le passioni come fonti dei legami sociali, la difesa della democrazia costituzionale nell’epoca del suo disincanto generalizzato. È stato presidente di “Libertà e Giustizia”. Tra le sue pubblicazioni: “La regola della speranza. Dialettiche dello sperare” (Cittadella, 2012), “Passioni e politica” (scritto insieme a Paul Ginsborg, Einaudi, 2016), “La virtù democratica. Un rimedio al populismo” (Salerno editrice, 2019). Ha recentemente pubblicato il volume: "Lavoro e modernità. Un saggio filosofico" (Ets, 2025).

Guarda gli altri post di:

One Comment on “La sinistra surreale”

  1. vediamo: se la politica è l’arte del compromesso, almeno quella che mira a governare, come si può criticare chi l’applica in ogni situazione? se la sinistra, genericamente parlando, mira a prendere la guida deve compromettersi. se chi desidera dare delle linee guida etiche accetta d’essere minoranza, allora deve accettare tale condizione, nella speranza che chi desidera governare accolga qualcosa ‘di sinistra’.

Comments are closed.