Svezia: dopo la strage, la fiera dell’ipocrisia

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Forse non sapremo mai perché il 4 febbraio un giovane uomo dall’esistenza invisibile, Rickard Andersson, ha ucciso dieci persone e infine sé stesso in una scuola per adulti di Örebro. Le notizie sono circolate con lentezza e in modo confuso, ufficialmente per rispetto delle famiglie delle vittime, ma forse anche perché vi sono dubbi sull’intervento della polizia, o meglio, quell’assortimento di agenti di ruolo, aspiranti poliziotti e un vigile urbano che ha raccolto l’allarme lanciato dal Campus. Sembra che, una volta giunti sul posto, costoro si siano trovati in difficoltà perché non adeguatamente equipaggiati per affrontare un uomo munito di diverse armi, che aveva già ammazzato più persone (la scena che si sono trovati davanti è stata descritta come infernale); avrebbero così atteso rinforzi, regalando tempo all’omicida. Sarà aperta un’indagine interna.

All’indomani della strage, dopo che la polizia aveva annunciato che non c’erano elementi a suffragio della pista razzista, un canale televisivo ha fatto ascoltare una registrazione effettuata all’interno della scuola in cui si sente un uomo che urla: «Dovete andarvene dall’Europa!». Le autorità non hanno commentato per giorni, per poi infine deplorare la fretta con cui è stata scartata l’ipotesi del movente xenofobo o suprematista. La difficoltà di dare una risposta a queste domande non può tuttavia diventare un alibi per sottrarsi a qualche considerazione sull’omicida, sulle vittime e sul contesto. Non per fare speculazioni, ma per ragionare sullo Zeitgeist e su come i suoi veleni possano sprigionarsi in modo improvviso, ed efferato.

L’assassino. Nei suoi trentacinque anni di vita Rickard Andersson è stato un fantasma. Non era nei radar della polizia, si sono affrettate a chiarire le autorità. Il fatto è che non era neanche in quelli dei servizi sociali, nonostante fin dalla scuola dell’obbligo avesse mostrato una marcata tendenza all’isolamento, acuitasi nell’età adulta, al punto che, già privo di amicizie, aveva finito per tagliare i ponti anche con la famiglia. Un uomo solo e senza lavoro, che del resto neanche cercava (perdendo così il diritto a un qualche sussidio); si era iscritto al Campus in cui ha commesso la strage ma non aveva concluso niente. Ce l’aveva con la scuola? Con chi la frequentava (per lo più persone di origine straniera, che cercavano, studiando, di migliorare le proprie quotazioni sul mercato del lavoro)? Ad ora non lo sappiamo, ma una considerazione è inevitabile: quello che un tempo era l’invidiato Welfare svedese se lo è perso, uno come Rickard Andersson, lasciandolo macerare ai margini della società. Gli unici momenti in cui sembra essere esistito, per lo Stato svedese, sono stati il taglio dei sussidi e – incredibile a dirsi – la concessione del porto d’armi per la caccia. Adesso, tardivamente, tutte le forze politiche (con la contrarietà di parte dei Democratici di Svezia, estremisti di destra che decidono l’agenda del governo) si affannano a chiedere controlli più severi e restrizioni nelle licenze; tutto sommato, è stato detto, i fucili semiautomatici non sono necessari per sterminare lupi e orsi, attività cara a molti svedesi, fieri di mantenere le tradizioni venatorie degli antenati vichinghi.

Le vittime. Non si conoscono ancora tutti i nomi delle persone (sette donne e tre uomini) che Andersson ha ucciso. Tra loro, Elsa Teklay, giovane madre eritrea di quattro bambini che cresceva da sola, perché il marito è in Italia; Aziza, un’insegnante curda che sarebbe andata a breve in pensione; un ragazzo siriano, Salim Iskef, che avrebbe dovuto sposarsi a luglio; siriano era anche Bassam al Sheleh, un fornaio dall’allegria contagiosa, racconta la clientela del suo negozio; e ancora, un giovane afgano, Ali Mohammed Jafari, che lascia moglie e un figlio. Come si vede dalla nazionalità delle vittime, si tratta di persone che, in periodi diversi, hanno lasciato i loro Paesi devastati da guerre e miseria per godere della sicurezza – e dei diritti – offerti dalla Svezia, la “superpotenza morale”. Mentre le loro famiglie le piangono, le comunità immigrate di tutto il Paese hanno paura; gli abitanti di fede musulmana di Örebro esitano a recarsi in moschea per paura di altri attacchi, altrove istituzioni religiose e culturali dei Paesi extraeuropei assoldano vigilanti privati.

Il contesto. Come reagisce la politica? Da un lato, rifugiandosi nell’invocazione a affrontare tutt3 insieme la tragedia e rimpiangendo “la nostra cara bella Svezia”. Detto dalla regina, poteva rientrare nell’habitus sentimental-patriottico che ammanta un’istituzione come la monarchia; grave è che lo abbia ripetuto il primo ministro, Ulf Kristersson, impegnato da due anni in una guerra santa per la Sicurezza, a suon di repressione (leggi più severe, garanzie allentate ecc.) e stretta sull’immigrazione (https://vll.staging.19.coop/mondo/2023/10/04/svezia-guerra-tra-gang-e-tramonto-del-modello-scandinavo/). Il bilancio però è fallimentare. La strage di Örebro è arrivata, infatti, dopo settimane segnate da una recrudescenza delle sparatorie fra gang criminali e dall’omicidio (in diretta Tik-Tok) di Salwan Momika, il rifugiato iracheno, cristiano e anti-islamico, noto per aver bruciato copie del Corano. Il Governo ha lasciato intendere che dietro l’attentato ci sarebbe una potenza straniera: l’Iran. Il nemico interno – le e gli immigrat3 – e quello esterno – un Asse del Male composto da Russia, Cina, Iran e chissà chi altro – si saldano in una sindrome dell’accerchiamento che alimenta, per un verso, la furia bellicista di un Paese fino a poco tempo fa orgoglioso del suo neutralismo e, per un altro verso, una xenofobia cui neanche l’elettorato di sinistra è immune. L’erosione dei diritti (e non per le sole persone di origine straniera) tuttavia non sta sortendo, come è ovvio, gli effetti sperati dalla destra: le sparatorie continuano – e ora dieci innocenti sono stati uccisi da un nativo disadattato.

Magdalena Andersson, leader del Partito socialdemocratico, ha dichiarato che il solo fatto che molt3 immigrat3 vedano una motivazione razzista dietro alla strage costituisce una sconfitta per la società svedese. “Le parole hanno un peso”, ha aggiunto: l’odio, il sospetto, la stigmatizzazione avvelenano il dibattito pubblico. Peccato che il suo partito abbia contribuito eccome a questo clima, perché negli ultimi anni ha passato il tempo ad autoflagellarsi per essere stato troppo femminista [sic!], troppo inclusivo (basta con il Woke!), troppo generoso nell’accoglienza. E recentemente ha proposto – dopo aver votato contro, nel 2024, all’istituzione di zone di ispezione – che l’intera cintura meridionale di Stoccolma, quella più colpita dalla guerra fra gang, diventi una di tali zone: un grande Bronx in cui nascondere sotto il tappeto tutte le macerie lasciate dal tecnocapitalismo; un’idea che probabilmente neanche i Democratici di Svezia avrebbero osato avanzare.

Se davvero vuole che questa tragedia rappresenti “un punto di svolta”, come ha auspicato, Magdalena Andersson dovrebbe lasciare da parte le lacrime di coccodrillo e smarcarsi dalla rincorsa alle campagne più becere della destra. Chiedendo innanzitutto che gli ingenti fondi destinati alla Difesa (per sventare la presunta minaccia di un’invasione russa nonché la guerra ibrida che Mosca starebbe conducendo contro la Svezia) siano destinati a misure di sicurezza, sì, ma sociale e universalistica, così da non alimentare la guerra fra emarginat3 e non lasciare indietro né i Rickard Andersson né chi, fuggitƏ dal proprio Paese, scopre che i suoi diritti e la sua stessa esistenza sono ritenuti, dalla civile Europa, “dispensabili”. Alla luce della bozza del nuovo programma del Partito socialdemocratico, presentata a metà novembre, una simile aspettativa è pura utopia.

Gli autori

Monica Quirico

Monica Quirico, storica, è honorary research fellow presso l'Istituto di storia contemporanea della Södertörn University di Stoccolma. La sua ricerca verte sulla storia e la politica svedese, spesso in prospettiva comparata con l'Italia. Tra le sue pubblicazioni più recenti, Socialismo di frontiera. Autorganizzazione e anticapitalismo (Torino, Rosenberg & Sellier, 2018), scritto con Gianfranco Ragona.

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