Svezia: dopo la strage, la fiera dell’ipocrisia

Forse non sapremo mai perché il 4 febbraio, in Svezia, in una scuola per adulti, un giovane, isolato e senza lavoro, ha ucciso dieci persone (in gran parte migranti) e infine sé stesso. Ma sappiamo che il fatto e la sua (probabile) motivazione razzista rappresentano una sconfitta per la società svedese, impegnata nel sostituire il welfare con una deriva securitaria.

La strage del Vajont e il suo seguito: una storia italiana

Valle del Vajont, 9 ottobre 1963: 1.910 morti, di cui 487 bambini sotto i 15 anni. Non una disgrazia né un errore, ma una strage: prevedibile (come accertato anche nel conseguente processo penale) e determinata da avidità e sete di profitto. E il seguito fu quasi peggio: umiliazioni dei superstiti, sperperi e ancora profitti per i soliti noti. Per questo, anche se sono ormai trascorsi 60 anni, bisogna continuare a ricordare.

Come ci dimentichiamo dei curdi

Un tempo i curdi che a Kobane resistevano al Califfato erano i nostri eroi. Oggi ce li siamo dimenticati. Peggio. Svezia e Finlandia stanno consegnando al Governo di Ankara resistenti curdi fino a ieri considerati rifugiati e le armi italiane ed europee sono in prima fila nel colpire i territori e le città del Rojava. È in questo clima che è maturata la strage dei curdi al centro culturale di Parigi, che non può essere considerata solo il gesto xenofobo isolato di un estremista privo di collegamenti.

Contro la guerra

«Quanto alle genti che restano a casa, si rallegrano di nuovi eccidi, e allorché apprendono che vi sono molti Giapponesi uccisi, ringraziano qualcuno che essi chiamano Dio. E quelli che si astengono da simili manifestazioni, se tentano di far comprendere agli altri la verità, sono considerati come transfughi, traditori; sono minacciati o ingiuriati dalla folla abbrutita».

Mediterraneo: la strage continua

La foto del piccolo Joseph, di appena sei mesi, morto tra le braccia dei medici dopo il salvataggio in mare, ha rotto per un attimo il silenzio sulla strage dei migranti sulla rotta libica. Ma la strage continua, favorita dal respingimento di massa realizzato dall’Italia e dall’Europa con la delega del controllo dei flussi alla Guardia costiera libica.