I crimini di Netanyahu, il diritto, la comunità internazionale

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È considerazione ricorrente, di fronte alla mattanza di civili per mano israeliana in corso a Gaza (e in Cisgiordania e in Libano e in Siria), evidenziare l’inadeguatezza del diritto internazionale. Le atrocità avvengono in diretta, sotto gli sguardi del mondo intero. Tutti sanno, eppure i massacri continuano: chi potrebbe impedirli, non vuole (facendosene complice); chi vorrebbe, non può. Come nel caso della Russia con l’Ucraina – e, prima ancora, degli Stati Uniti e del Regno Unito con l’Iraq –, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite è paralizzato nei propri poteri decisionali dal veto delle parti in causa (in effetti, i Paesi con diritto di veto sono sei: ai cinque di diritto, occorre aggiungere, di fatto, Israele). Così, nel vuoto degli atti che dovrebbero imporre la pace, spadroneggiano i fatti che impongono la guerra.

Siamo, dunque, al cospetto del fallimento – l’ennesimo – del diritto internazionale?

Numerose e terribili ragioni inducono a pensarlo. Quello che è in corso a Gaza sempre più assume l’aspetto di un tiro al bersaglio d’inaudita ferocia, il cui obiettivo finale è palesato, in forme più o meno ufficiali, dalle stesse autorità israeliane: la pulizia etnica e la ricolonizzazione della striscia, sul modello di quanto da anni accade in Cisgiordania (nonostante le trattative di Oslo, infine ridotte a farsa). Che Israele possa acconsentire alla nascita di uno Stato palestinese è esplicitamente escluso dai suoi governanti: la «soluzione dei due Stati» è, oramai, una formula retorica utile solo a riempire le pagine dei discorsi ufficiali delle cancellerie internazionali. Così come è esplicitamente escluso che i palestinesi possano aspirare alla piena cittadinanza di uno Stato che nel 2018 è risultato etnicamente riconfigurato dalla Knesset come «casa nazionale del popolo ebraico».

Cionondimeno, proprio dal diritto internazionale stanno oggi venendo gli ostacoli più insidiosi per chi, dentro e fuori Israele, confidava di poter risolvere con la violenza la questione palestinese. Con una serie di coraggiosi interventi, le due principali Corti internazionali – la Corte internazionale di giustizia (Cig) e la Corte penale internazionale (Cpi) – hanno finalmente, e definitivamente, chiarito l’inquadramento giuridico della vicenda. L’occupazione israeliana dei territori conquistatati con la guerra di aggressione del 1967 è illegale, così come illegale è la costruzione delle colonie in cui sono stati trasferiti milioni di israeliani (parere della Cig del 19 luglio 2024), nonché del muro di separazione che tali territori in parte attraversa (parere della Cig del 9 luglio 2004). Israele deve, dunque, ritirarsi al più presto da tali territori, Gerusalemme Est inclusa, evacuare i coloni e consentire la nascita dello Stato palestinese; nel frattempo, deve cessare ogni atto di violenza e di discriminazione ai danni della popolazione araba che vive nei territori occupati illegalmente; deve, inoltre, risarcire tutte le vittime dell’occupazione. Quanto alle violenze israeliane in corso, non si può escludere si tratti di atti integranti la fattispecie di genocidio (pronuncia della Cpi del 26 gennaio 2024) e i loro responsabili politici ultimi – Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant – devono essere arrestati e processati, dovendo rispondere all’accusa di aver compiuto crimini di guerra e crimini contro l’umanità (decisione della Cpi del 21 novembre 2024).

Certo, per chi ogni giorno sotto le bombe israeliane rischia la vita, assieme a quella dei suoi cari, può sembrare una consolazione di poco conto. Non bisogna però dimenticare che il diritto è fatto di parole, che indicano il modo in cui le cose devono essere, non il modo in cui sono. Alle parole del diritto è affidato il compito di cambiare la realtà: compito mai facile, in questo caso più che mai difficile, ma che risulterebbe impossibile se non si procedesse, anzitutto, a definire i contorni del dover essere, chiamando le cose con il loro nome.

Sia pure tardivamente, il diritto internazionale ha infine fatto la sua parte, rendendo la soluzione del conflitto un dovere che grava sul capo di Israele. Sta ora ai membri della comunità internazionale decidere se schierarsi dalla parte della legalità o dell’illegalità.

Gli autori

Francesco Pallante

Francesco Pallante è professore ordinario di Diritto costituzionale nell’Università di Torino. Tra i suoi temi di ricerca: il fondamento di validità delle costituzioni, il rapporto tra diritti sociali e vincoli finanziari, l’autonomia regionale. In vista del referendum costituzionale del 2016 ha collaborato con Gustavo Zagrebelsky alla scrittura di "Loro diranno, noi diciamo. Vademecum sulle riforme istituzionali" (Laterza 2016). Da ultimo, ha pubblicato "Contro la democrazia diretta" (Einaudi 2020), "Elogio delle tasse" (Edizioni Gruppo Abele 2021), "Spezzare l'Italia. Le regioni come minaccia all'unità del Paese" (Einaudi 2024) e, con Gustavo Zagrebelsky e Armando Spataro, "Loro dicono, noi diciamo. Su premierato, giustizia e regioni" (Laterza 2024). Collabora con «il manifesto».

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