Mentre scivoliamo ogni giorno di più nel baratro della tragedia – l’inusuale e preoccupante presa di parola del Presidente della Repubblica e il contemporaneo e inquietante silenzio del Presidente del Consiglio sui fatti di Pisa stanno a dimostrarcelo – la grottesca questione che pare importare ai nostri politici è quella del “terzo mandato”. Una dissonanza politica che intercetta la profondità della crisi in cui ci troviamo e la fantasia delle tattiche autoreferenziali dei partiti e che spesso mi fa dubitare della mia lucidità: se fossi io a non capire più come va il mondo? Del resto, se ciò che a me pare urgente agli altri appare del tutto marginale, l’alternativa è chiara: o sbaglio io e hanno ragione gli altri o viceversa.
Ma addentriamoci nella questione così rilevante (per gli altri) del terzo mandato. Tutti ne conosciamo i termini, che potrebbero anche declinarsi nobilmente. Perché, se da un lato c’è il rispetto di un principio democratico elementare – quello per cui una democrazia non può trasformarsi in un impero –, dall’altro lato abbiamo una contestualizzazione che si renderebbe necessaria, per esempio nei piccolissimi comuni dove la politica e soprattutto i suoi privilegi non somigliano per nulla a quelli di cui leggiamo sui giornali. Il problema è che nessuno pone la questione in questi termini ragionevoli.
Piuttosto questa faccenda diventa nient’altro che una guerra di posizione tra varie correnti con l’obiettivo di riconfigurare gli equilibri interni dei partiti, per cui alcuni dei nomi più celebrati a livello regionale sia di destra che di sinistra vorrebbero poter continuare il loro impegno contro ogni limite di decenza e sono pronti a mettere in campo l’ingente peso politico che in questi decenni hanno conquistato a livello nazionale. Così – per nascondere l’ennesimo esempio dell’abitudine trentennale di pensare deroghe e leggine ad personam – si usano argomenti assai elevati e ci si divide tra chi sostiene la necessità di un fisiologico e periodico ricambio delle classi dirigenti e chi invece sostiene che la legittimazione popolare sia più importante di tale necessità. Argomenti del tutto pretestuosi, perché non credo che i vari governatori coinvolti contestino il fatto che sia vietato trasformare una democrazia in un feudo personale. Più banalmente, credono che questo principio debba essere applicato rigorosamente a tutti, men che a loro. Amplificando un meccanismo tipico del nostro tempo, ognuno di loro ritiene di essere in uno stato di eccezione e che la politica debba essere rigorosa nel preservare delle norme per ciò che attiene gli altri e però non applicarle all’eccezionalità che ognuno di essi rappresenterebbe.
Sarei tentato a questo punto di concludere che il terzo mandato sta alle urgenze politiche come la crisi coniugale dei Ferragnez sta alle urgenze sociali. Invece di fare le barricate perché ci approssimiamo a una controrivoluzione costituzionale, sui nostri talk show si litiga sul futuro di Zaia o di De Luca. Invece di dedicare tutte le nostre prime pagine allo scandalo per cui togliamo persino la sanità pubblica ai poveri per garantire quella privata ai ricchi, sui nostri giornali il tema è se il cane di famiglia seguirà Fedez o Chiara. È l’ipotesi di lettura più scontata: liquidare tutto riportandolo alla strategia dello spostamento dell’attenzione. Si occupano gli studi televisivi e le pagine dei giornali con queste discussioni triviali proprio per non parlare delle cose davvero importanti. Classici strumenti dell’ideologia, capaci di imporre una mistificazione e un rovesciamento della realtà.
Può darsi sia semplicemente questo, in effetti. Ma sono convinto che non basti e il motivo è semplice: perché credo che in questo caso vi sia molto più il disorientamento che la malafede da parte di classi dirigenti che non sono neanche più capaci di produrre ideologia spicciola ma che, semplicemente, hanno perso la testa e la coscienza negli infiniti rispecchiamenti narcisistici a cui si sono assuefatte. La stanza dei politici e dei giornalisti al loro seguito – che riproducono ormai la stessa autoreferenzialità – non è più un’elegante e misurata camera parlamentare, è ormai nient’altro che un labirinto degli specchi – certo più prestigioso di quelli che si trovavano nei polverosi Luna Park di quand’ero piccolo. Sono tutti troppo presi dal capire che fine farà la loro immagine, se è troppo grande o troppo piccola, se è mille volte duplicata o meno, se si vede più di tutte le altre. Se la memoria non mi inganna, l’unico obiettivo che avevo quando entravo in quei labirinti di specchi era quello di trovare al più presto la via per uscire. Oggi invece mi pare che l’unico obiettivo dei politici che frequentano i loro labirinti è assicurarsi che non vi sia alcuna via d’uscita. Che la loro immagine non scompaia mai.
Questa mia ipotesi non è un tentativo per minimizzare la questione, anzi. Sarebbe più corretto dire che il disorientamento delle nostre élites produce delle conseguenze politiche che sono gravissime. Ma andiamo con ordine.
Innanzitutto, è appena il caso di dire che io non ho nessun astio particolare nei confronti dei suddetti governatori. Per restare solo all’esempio più discusso, a De Luca riconosco – oltre che d’essere uno dei tiktoker preferiti da mio figlio, che è in età in cui il disinteresse per le doti politiche è pari all’attrazione per quelle comunicative – un grande merito: in queste ultime settimane è uno dei pochi notabili del PD meridionale che non minimizza gli effetti devastanti della riforma dell’autonomia differenziata, ma anzi sta portando avanti una protesta plateale, coraggiosa e del tutto condivisibile. Sono consapevole persino del fatto che dietro questo conflitto vi è, strisciante, la tensione tra una classe dirigente nazionale che è stata perlopiù legittimata tramite cooptazione e una classe dirigente che sui territori ha costruito una base reale di consenso. Un conflitto strisciante tra due modelli di legittimazione delle classi dirigenti, in cui la mia simpatia non può che stare per quelli che in questi decenni si sono legittimati – con i mezzi leciti e spesso illeciti tipici dell’ambiguità del sistema delle preferenze – dal basso e non dall’alto, per usare una metafora abusata. È davvero paradossale che coloro che stanno lì per grazia ricevuta siano quelli che si possano permettere di mettere da parte quelli che hanno dovuto prestarsi al lavoro e alla fatica del consenso. Certamente è anche una lotta tra paradigmi di legittimazione delle classi dirigenti. Un conflitto che negli ultimi trent’anni si è incancrenito e che anche la sinistra non intende risolvere, se non appunto per agguati e contro-agguati, come in questo caso.
Eppure, al di là di quest’aspetto pure assai importante, a me pare che l’intera questione si risolva in due contraddizioni politiche gravissime, almeno per quanto concerne la sinistra.
La prima ci riporta all’esplosione del M5S, prima della sua successiva, prevedibile e deludente normalizzazione. Uno degli elementi più dirompenti era precisamente aver colto che la crisi della democrazia aveva a che vedere anche con una sempre maggiore distanza tra élites e popolo, tra classi dirigenti e classi popolari. Da un lato la sensazione di non poter più esercitare alcuna sovranità da parte di tanti, dall’altro la vanità da parte di pochi non solo di esercitare il potere ma anche di poterlo mantenere personalmente e di poterlo al limite tramandare in forma amorale – tramite familismo o amichettismo per esempio. Insomma, l’idea che non sia indifferente alla crisi della democrazia un certo modo patologico e ormai prevalente di fare selezione delle classi dirigenti. Da qui la necessità di ricostruire tutti gli enti intermedi – a partire dai partiti – che in questi decenni sono stati traumaticamente spazzati via dalle trasformazioni neoliberiste e che di fatto non esistono più in tutto l’Occidente, se non nell’unico modello concesso che è quello del partito personale. Ora, il compito della sinistra è di adeguarsi a questo modello oppure di ritenere che esso non possa essere condiviso in quanto parte essenziale della crisi della democrazia cui dovrebbe opporsi? Personalmente non ho molti dubbi: bisognerebbe ricostruire un partito in cui l’efficacia della classe dirigente si misuri dalla capacità di poter infine fare a meno di essa. In cui cioè il valore di un politico si giudichi dal suo grado di dispensabilità, non d’indispensabilità. Un partito che sia unito, o che sia anche disunito, per un patrimonio o un conflitto di idee, di valori, di progetti di mondi. Non per una guerra tra capi. Vallo a spiegare a De Luca che un vero leader è quello capace di costruire una comunità politica che sia in grado di fare a meno di lui. La prima contraddizione che la discussione sul terzo mandato fa esplodere è dunque questa: ma il PD vuole strutturarsi come un’alternativa all’egemonia del partito personale o vuole semplicemente trovare dei leader in cui potersi identificare? Vuole essere un partito o un contenitore conteso da gruppi di potere che fanno riferimento ai loro leader? Intendiamoci, se fanno fede le risposte che sono giunte in questi anni, non vi è dubbio che alla fine anche il PD farà prevalere l’idea che il salvacondotto per i capi sia più importante di ogni regola elementare di democrazia. Del resto, tutti i personaggi coinvolti hanno insistito, in questi anni, sulla loro autonomia dal partito di riferimento molto più che sulla loro appartenenza. Come se l’indebolimento della forma partito fosse un ingrediente necessario al loro imporsi come leader. Un capo che diventa tale contro coloro che dirige, non con loro.
La seconda contraddizione politica è per certi versi la più inquietante. Ci apprestiamo a combattere una battaglia civile per difendere la nostra Costituzione da riforme il cui senso è precisamente quello di rimpiazzare il primato del Parlamento con il primato di un uomo (o donna) solo al comando, annullando ogni argine, ogni limite, ogni garanzia che un regime autenticamente democratico richiederebbe. Il partito che dovrebbe rappresentare la forza più importante di questa battaglia civile, come ritiene di poter essere credibile se ha al proprio interno autorevoli esponenti che di fatto ritengono che la legittimazione popolare di una sola persona sia sufficiente a spazzare via ogni elementare regola democratica fino al punto che, se il popolo lo vuole, la democrazia si può pacificamente trasformare in un impero? Anche in questo caso la storia recente di quel partito è eloquente quanto sospetta. La tendenza a porre il problema della democrazia nei termini della legittimazione di un capo piuttosto che in quelli di una costruzione di un progetto politico capace di diventare maggioritario non l’ha inventata certo Meloni. Ma adesso la contraddizione si fa questione di vita e di morte: a quale democrazia costituzionale crede il PD? A quella dei capi dei quali non poter fare a meno o a quella che trova nel parlamentarismo il suo paradigma più vivido? E se a prevalere sarà la democrazia dei capi, chi potrà credere che si oppongano alla riforma del governo Meloni se la loro carriera politica è in piena continuità coi valori a cui tale riforma si ispira? Non saranno i capi a salvarci dalla democrazia dei capi. Non saranno gli imperi né gli imperatori a rigenerare la pallida sinistra che rimane nell’arco parlamentare.
