Lo spettro russo e la cecità dell’Europa

In Ucraina una pace giusta è possibile. Con alcuni punti fermi: l’indipendenza politica e militare dell’Ucraina sorretta da specifiche garanzie, la russizzazione delle province separatiste, uno statuto speciale per la Crimea. L’alternativa è l’autodistruzione dell’umanità. Ma gli europei, invece di spingere i due nemici a negoziare e a stabilire un equo compromesso, contribuiscono all’escalation del conflitto.

L’Onu e la seconda Nakba dei palestinesi

La risoluzione Onu voluta dagli Stati uniti sancisce la seconda Nakba (catastrofe) dei palestinesi. Cancella ogni riferimento a uno Stato palestinese e si limita a evocare un vago “percorso verso l’autodeterminazione”. Israele è assolto dal genocidio, ogni decisione passa sulla testa dei palestinesi, la pace è la pura conferma del predominio incontrastato degli Stati Uniti. È un copione già visto, la cui fine è nota.

Migranti. Il flop dei centri in Albania

Il flop dei centri per migranti costruiti in Albania, fiore all’occhiello del Governo Meloni, è clamoroso: 20 ospiti, a fronte della strombazzata rotazione di 3.000 migranti al mese. A fronte di ciò, il costo previsto fino al 2028 è di 671,6 milioni di euro. Circa 125 milioni l’anno per un’operazione di pura (discutibile) facciata. Lo spreco di denaro pubblico è ora anche al vaglio della Corte dei conti.

La società curda tra prudenza e speranza

Il ritiro delle forze del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk) dal territorio turco e il loro trasferimento in Iraq, annunciato il 26 ottobre dalle montagne del Qandil, segna la fine di 40 anni di guerra e l’inizio di una nuova fase della politica curda in Turchia. In attesa delle mosse di Ankara, nella società curda, stremata da decenni di guerra, sembra prevalere la speranza, ma il rischio di un ritorno alla violenza rimane elevato.

Palestina. Il dramma e la menzogna

Per anni l’Occidente ha avallato le versioni di Netanyahu. E non smette neppure ora, quando una specie di tregua dovrebbe aver fermato l’orrore. Un ultimo esempio è emblematico. Un’esplosione causa la morte di due soldati israeliani. “È stato Hamas!”, grida Israele e, nel generale consenso, si riapre l’inferno. Salvo poi dover ammettere che si trattava di un bulldozer israeliano finito su una bomba inesplosa.

Medio Oriente. L’alba fragile della pace

A Gaza la politica è ormai un’arte da intrattenimento, e la spettacolarità per uno come Donald Trump è tutto. Ma un’intesa tardivamente imposta sopra una catasta di morti – quelli del 7 ottobre come quelli della Striscia – non è cosa su cui troppo festeggiare. Speriamo che regga. E che sia il primo passo per una pace duratura. Ma l’orizzonte è denso di incognite, indistinto e nebuloso.

Pace in Palestina: una strada tutta in salita

Non è la fine della guerra. L’intesa fra Israele e Hamas sullo scambio di 48 ostaggi contro 1.950 prigionieri non è un evento storico. Nella ipotesi migliore, è il primo passo di negoziati aspri e difficili; nella peggiore, una pausa in un conflitto fuori controllo. Certo non è una vittoria per Israele, sempre più isolato e messo di fronte alla impossibilità di serbare il carattere ebraico su cui fonda la propria identità in un mare di arabi.