Vincenzo Scalia è professore associato in Sociologia della devianza presso l’Università degli Studi di Firenze. Si occupa prevalentemente di carceri, criminalità organizzata, abusi di polizia. Ha insegnato e svolto ricerca in Messico, Argentina ed Inghilterra. I suoi lavori sono pubblicati in italiano, inglese, spagnolo e turco.
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Lo scandalo urbanistico milanese impone di evitare semplificazioni. A cominciare dai paragoni con Tangentopoli. 33 anni fa, lo sport nazionale era screditare la politica e il pubblico. Oggi, invece, i potenti, pubblici e privati, collegati da una rete di interessi e rendite all’ombra della deregulation, contano su una narrazione egemonica.
L’Italia ha attraversato una lunga stagione di stragi, per lo più impunite. La loro storia è, anche, una storia di ostacoli, coperture e complicità istituzionali. Sta qui la ragione di fondo della sfiducia nelle istituzioni e dell’insicurezza diffusa. Ma l’establishment e i suoi cantori hanno trovato un diversivo: la colpa di tutto è la microcriminalità..
L’attenzione dei media alle vicende giudiziarie è, insieme, crescente (fino a trasmissioni televisive dedicate) e a corrente alterna, a seconda del clamore dei fatti e dello status sociale di vittime e protagonisti. Così la stampa e i mezzi di comunicazione di massa, anziché strumenti di controllo del potere, diventano armamentario di disinformazione e propaganda volte a riprodurre paure, pregiudizi e divisioni sociali.
Il blitz di Palermo contro Cosa Nostra, con 180 arrestati, ha prodotto grande attenzione mediatica e politica. Ma lo scenario è più complesso di quello che i numeri e i titoli roboanti vorrebbero far credere. Cosa Nostra si è indebolita e l’amplificazione del blitz serve, in realtà, a potenziare politiche sicuritarie e norme emergenziali.
C’è stato un tempo in cui il cinema neorealista si muoveva in una prospettiva di trasformazione sociale radicale. Oggi il neorealismo è sostituito dalle serie di Netflix fondate sulla spettacolarizzazione del conflitto, sull’allineamento acritico all’operato della polizia, sulla richiesta di maggior repressione. Ultimo il caso di Acab.
Dalla fine del secolo scorso è in atto nelle società occidentali un processo di ridefinizione degli spazi urbani. Le zone centrali diventano luoghi di consumo, di turismo, di facciata e non tollerano la presenza di gruppi sociali e individui considerati antiestetici, disfunzionali, pericolosi e, per questo, da espellere. Nel nostro Paese le zone rosse sono l’ultima tappa di questa politica.
Le proteste contro la guerra fanno tremare le classi dirigenti dell’Occidente. Da qui una versione aggiornata della strategia della tensione: i media producono e diffondono, a partire alle manifestazioni pro-Palestina, un senso di panico, dipingendo i dimostranti, seppur senza fondamento, come intolleranti, violenti, potenziali terroristi. E la criminalizzazione del dissenso favorisce l’irrigidimento autoritario del sistema.
Il sovrano, inseguito dalla politica, è, oggi, quello mediatico. Sono i media a tracciare la strada della paura. Il Governo poi la percorre con provvedimenti che inseguono il panico e riducono l’Italia a un mosaico di ghetti, lazzaretti e prigioni. Creando di continuo nuove classi pericolose: prima i frequentatori di rave e le baby gang, poi, da ultimo, le donne rom e gli occupanti abusivi di alloggi.