Il “caso Garlasco”: quando il voyerismo sostituisce la giustizia

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Bob Dylan, nella canzone Hurricane, diceva di vergognarsi di vivere in un paese dove la giustizia è un gioco, se un uomo innocente veniva condannato senza alcun indizio, per il solo colore della sua pelle. In Italia, la vicenda di Garlasco, restituisce un caso altrettanto aleatorio, ma che si pone in termini diversi rispetto alla vicenda di Rubin Hurricane Carter. Se il pugile afroamericano ebbe la carriera e la vita stroncate da un clamoroso errore giudiziario ispirato dal razzismo che animava e anima la società statunitense, nel caso di Garlasco il contesto si configura in forme radicalmente diverse, sia sotto l’aspetto sociologico che dal punto di vista giuridico. L’apparato mediatico, vero e proprio convitato di pietra della vicenda, sembra essere l’attore principale, che detta i tempi alla sfera giudiziaria e all’opinione pubblica.

Sul piano sociologico, colpisce l’interesse ossessivo verso la vicenda, al di là della sua valenza giudiziaria. A turbare l’opinione pubblica mainstream, quella che chiede a gran voce provvedimenti all’insegna di legge e ordine, è la normalità della vicenda, come già sottolineato da altri. Stasi, Sempio, le amiche della vittima, Chiara Poggi, non sono figure liminari o marginali, vale a dire non sono disoccupati, migranti o rom, non abitano in residenze di fortuna o in campi nomadi. Ci troviamo in una vicenda tragica, sviluppatasi nella Padania felix, cuore produttivo del Paese, come viene ripetuto dai luoghi comuni. All’interno di un contesto di medio-alta borghesia, dove il presunto colpevole è addirittura un bocconiano. Anche gli altri protagonisti della vicenda appartengono a contesti socialmente integrati, e bazzicano le villettopoli delle aree più ricche del Paese.

L’assenza di migranti, rom, rifugiati, meridionali, e, ultimamente, attivisti pro Pal, fa sì che manchi il mostro da additare all’opinione pubblica e da servire su un piatto d’argento come elemento turbativo di una comunità che si autorappresenta come ordinata, coesa, che condivide i valori tradizionali della famiglia e del lavoro. A pensarci bene, si ripete uguale uno schema che abbiamo già visto applicato in altri contesti. Si pensi all’omicidio di Erba, con la gogna mediatica pronta a scattare per Aziz Marzouk, marito e padre di due delle vittime, colpevole perfetto in quanto tunisino e con precedenti penali. Secondo l’equazione lineare per cui commettere crimini di strada rappresenti il primo stadio verso la commissione di reati più efferati. In particolare se la presunta mens rea è filtrata dall’etnia. Un altro caso eclatante è quello del delitto di Cogne. Anna Maria Franzoni si dichiara innocente, ma non si può non tenere in conto il livello delle prove indiziarie emerse a suo carico, sancite da tre sentenze. Eppure, l’imputata, nel corso del suo percorso giudiziario, godette di una visibilità pubblica ad ampio raggio su tutti i media nazionali. Un trattamento unico, mai riservato ad altri imputati o ad altre imputate. Erano in gioco la famiglia e la maternità, due totem del senso comune italico, e andavano difesi a tutti i costi. Col beneficio del dubbio, non possiamo fare a meno di chiederci cosa sarebbe successo se l’imputata fosse stata di origine operaia, meridionale, migrante o rom. L’omicidio del piccolo Loris Stival ad opera della madre, Veronica Panarello, avvenuto il 29 ottobre 2014 in Sicilia, a Santa Croce Camerina, ne costituisce una parziale riprova. Nessuno sollevò dubbi sulla colpevolezza della madre, e la qualità delle prove a carico non era tanto diversa di quella della vicenda di Cogne.

È il contesto sociale in cui si è svolta la vicenda a fare da traino allo sviluppo della vicenda giudiziaria di Garlasco e a spingere forte per la riapertura del caso a livello mediatico. Alberto Stasi è stato condannato dopo essere stato assolto in precedenti gradi di giudizio. La Cassazione, annullando le sentenze di assoluzione, aveva precisato che non si potevano stabilire con certezza né la colpevolezza né l’innocenza dell’imputato. Il nuovo processo lo ha condannato, dopo nove anni di odissea giudiziaria, escludendo la possibilità di ammettere nel nuovo dibattimento i testimoni a suo favore. Aggiungiamo che la condanna non si basa su alcun riscontro empirico certo. Stasi è stato condannato perché porta lo stesso numero di scarpe del presunto assassino e perché, essendo il fidanzato della vittima, sarebbe entrato senza bisogno di commettere effrazioni. In altre parole, è stato condannato per quello stesso meccanismo di coerenze logiche, retaggio del sistema giudiziario inquisitorio, per cui gli imputati si devono difendere dalle accuse mossegli e le prove non si formano in dibattimento. Lo stesso meccanismo per cui Cosima Serrano e Sabrina Misseri, giudicate colpevoli dell’omicidio di Sarah Scazzi, scontano un ergastolo senza che sia mai emersa una prova empirica a loro carico. Anche nel caso di Alberto Stasi non esiste alcun elemento probatorio tale da potergli attribuire la responsabilità dell’omicidio della sua fidanzata. A questo si aggiunge il girotondo di prove rifiutate e ammesse, di testimoni la cui attendibilità viene valutata in modo soggettivo, di perizie che si confermano e si smentiscono continuamente. Quale credibilità assume agli occhi del pubblico un sistema giudiziario che funziona in questo modo?

Tuttavia, a Garlasco, come a Cogne e a Santa Croce Camerina, non sono il funzionamento della giustizia e il rispetto della presunzione di innocenza ad essere messi in discussione nel dibattito pubblico. Né lo è il bisogno di rendere giustizia alle vittime. Il caso di Garlasco mostra come la morte di Chiara Poggi venga relegata in secondo piano rispetto all’interesse voyeuristico dei protagonisti della vicenda. Attorno al delitto, come negli altri casi, le questioni relative all’innocenza e alla colpevolezza, contano sempre meno. In un contesto sociale sfrangiato, anomico, in decomposizione costante, l’attenzione morbosa verso il caso testimonia la necessità disperata di stabilire un perimetro che delimiti il bene e lo separi dal male, la necessità di trovare un senso a un vivere associato sempre più messo in crisi dall’individualismo neoliberale.

I giustizialisti sono soliti appellarsi alla certezza della pena di cui parlava Cesare Beccaria. Il quale, però, come ci si dimentica o si omette regolarmente, specificava che la pena, per essere certa, deve essere fondata su elementi probatori altrettanto solidi e inconfutabili. Nel caso di Garlasco, come nel caso di Avetrana, ci troviamo esattamente su latitudini opposte alla certezza delle prove che rendono giustificata una pena. Solo che, nell’Italia che sventola le manette ai comizi elettorali, trovare un colpevole conta di più di accertare la verità e dare giustizia alla vittima. Si aggiunga che, rispetto alla colpevolezza, sussiste un problema: piuttosto che cercare il vero responsabile, si cerca di condannare chi corrisponde a determinate caratteristiche socio-culturali, secondo parametri che fanno breccia nel senso comune, vengono intercettati e amplificati dai media, fatti propri da una sfera politica in cerca di voti facili. Finendo per riecheggiare nei commissariati, negli uffici giudiziari e nelle aule dei tribunali. Dove, a volte, si sommano l’approssimazione nel condurre l’inchiesta e la cultura giuridica inquisitoria. A discapito della presunzione di innocenza e della necessità di fare chiarezza sulla vicenda, anche per dare giustizia alle vittime.

La vicenda di Garlasco ci rivela uno scenario altrettanto preoccupante. Il caso è stato riaperto sulla spinta di una trasmissione televisiva che fa dell’ostentazione di sangue e altre sostanze organiche la sua ragione di essere. Che vede e rappresenta la realtà soltanto in una direzione, quella della conquista del pubblico. Che immagina italiano, di classe media, fedele a Dio, patria e famiglia. Per cui ha sostenuto la battaglia (pur sempre giusta) per riportare in Italia Chico Forti, ma sorvola sul funzionamento della macchina giudiziaria del penale quotidiano. Che si batte per riaprire il caso di Garlasco, ma trascura la vicenda di Avetrana. È preoccupante che i tempi della giustizia, in Italia, li detti la macchina mediatica, sulla base delle rappresentazioni di innocenti e colpevoli a misura di audience. Maschio, settentrionale, bocconiano, imprenditore, innocente. Donne, meridionali, contadine, colpevoli. Aggiornando Bob Dylan: mi vergogno di vivere in una paese dove la giustizia è uno show.

Gli autori

Vincenzo Scalia

Vincenzo Scalia è professore associato in Sociologia della devianza presso l’Università degli Studi di Firenze. Si occupa prevalentemente di carceri, criminalità organizzata, abusi di polizia. Ha insegnato e svolto ricerca in Messico, Argentina ed Inghilterra. I suoi lavori sono pubblicati in italiano, inglese, spagnolo e turco.

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