L’omicidio dell’onorevole Salvo Lima, avvenuto nel sobborgo marinaro palermitano di Mondello il 12 marzo 1992, sconvolse l’opinione pubblica italiana. La vittima godeva della reputazione di fungere da terminale dei rapporti tra la corrente andreottiana del suo partito e settori chiacchierati della società siciliana, in particolare Cosa Nostra. Il suo omicidio suonò da avvertimento sinistro, annunciando una serie di tragedie che si verificarono puntualmente: le stragi di Capaci e via D’Amelio, gli attentati di Firenze e Milano, le bombe inesplose allo stadio Olimpico e davanti al teatro Parioli.
Salvo Lima era effettivamente un personaggio chiave della politica siciliana, e palermitana nello specifico. Sin da quando, membro del gruppo dei cosiddetti “giovani turchi”, con Giovanni Gioia, Giovanni Matta, Vito Ciancimino, guidò, all’inizio degli anni cinquanta, l’assalto alle stanze dei bottoni della DC dell’Isola. Non si trattò di un episodio marginale, bensì di un ridisegno degli equilibri di potere, simmetrico al cambiamento degli scenari socio-economici. Il vecchio notabilato, di origine nobiliare e agraria, veniva messo nell’angolo in nome di uno sviluppo distorto, caratterizzato dal clientelismo di massa, dallo sviluppo edilizio incontrollato, dalla possibilità di stabilire rapporti con la mafia rampante degli anni cinquanta in cambio di voti, protezione, controllo del territorio. Cominciò la stagione delle feste di quartiere, sponsorizzate dal mafioso locale, con tanto di cibo e beveraggio distribuiti agli abitanti delle borgate, col cantante del momento pronto a esibirsi, e il presentatore che invitava l’onorevole locale a salire sul palco e a ricordare di votare bene. Soprattutto, fu l’epoca del Sacco di Palermo, con lo scempio insensato e criminale (non solo per la parte attiva che la mafia vi svolse) di una delle pianure più fertili e suggestive d’Europa, delle ville Liberty e barocche, perpetrato in nome del bisogno di case e lavoro. Lima, col suo slogan “Palermo è bella, facciamola più bella”, da sindaco, fu tra i protagonisti principali del Sacco. Insieme agli altri giovani turchi.
A questo punto, tuttavia, lo sfondo che abbiamo appena delineato, va utilizzato per chiarire un aspetto relativo al sistema di potere di cui Lima era uno degli esponenti principali. Un chiarimento che, a nostro giudizio, risulta essenziale per chi voglia approfondire l’aspetto dei rapporti tra Stato e mafia. Il primo aspetto riguarda la lettura dicotomica dei rapporti Stato-mafia. Come già specificato in altre occasioni, la contrapposizione frontale di due polarità opposte rappresenta una lettura schematica, semplificatoria, spesso non aderente alla realtà. Da un lato, all’interno dello Stato, si muovono una pluralità di attori e operano diversi apparati, a volte opposti alla mafia, altre volte indifferenti, in altri casi addirittura conniventi. Viceversa, le mafie, e in particolare Cosa Nostra, svolgono a volte funzioni vicarie, rispetto al presidio del territorio, al mantenimento di specifici assetti politici, all’assecondare flussi economici specifici. Cosa Nostra siciliana, sorta e sviluppatasi a cavallo tra legalità e illegalità, forte del suo imprinting anti-comunista, riuscì a fare tesoro di queste contraddizioni. Salvo Lima, in questo senso, si collocava in una posizione nodale. Come sindaco, approvando il piano regolatore che legittimò il Sacco di Palermo, suggellò l’egemonia mafiosa sull’economia e sulla società cittadina. Come deputato nazionale e in seguito europeo, smussando i toni sulla questione mafiosa, contribuì a ritardare l’introduzione del 416 bis, della legge Rognoni-La Torre, della nazionalizzazione delle esattorie. Gli fu così possibile consolidare un sistema di potere che resse per 40 anni.
Tuttavia, spostandoci sul fronte mafioso, la compattezza che non c’è all’interno dello Stato, non si dà (o non si dava) nemmeno all’interno di Cosa Nostra. Fino alla fine degli anni Settanta, ci trovavamo di fronte una confederazione di cosche che controllavano il territorio di loro competenza, ognuna intenta a svolgere i propri affari, con la Commissione a regolare le controversie. Soprattutto, era un quadro asimmetrico, con i Corleonesi smaniosi di acquisire quote di potere e di erodere l’egemonia dei Bontate, dei Badalamenti, degli Inzerillo. Un conflitto che si rispecchiava anche all’interno della DC, con Ciancimino a promuovere gli interessi di Liggio, Riina e soci e i settori dello scudo crociato compromessi con Cosa Nostra, di cui Lima era parte, a considerare prioritari i rapporti coi settori mafiosi allora egemonici. La vicenda tragica di Salvo Lima, e i rapporti tra mafia e politica, andrebbero inquadrati in questo contesto. La guerra di mafia scatenata dai Corleonesi, mirava a rovesciare i rapporti di forza all’interno di Cosa Nostra. Riina, Liggio, Provenzano, Bagarella, puntarono sul risentimento e le ambizioni delle cosche meno forti per liquidare il vecchio vertice. Contando di potere fare pesare la loro egemonia anche nei rapporti con la politica.
In realtà, dall’omicidio di Dalla Chiesa in poi, il contesto era mutato. Si era istruito, per la prima volta nella storia d’Italia, un maxi-processo alla mafia, suffragato da dichiarazioni di ex-mafiosi. La sfera politica, di cui Lima era parte, abituata alle mediazioni e agli accomodamenti, non accettava i diktat dei Corleonesi. Inoltre, non poteva accettare la violenza dispiegata da questi ultimi per assicurarsi il controllo di Cosa Nostra, che rischiava di mettere in gioco la credibilità delle istituzioni. Infine, bisogna tenere in considerazione che alcuni mafiosi, come Stefano Bontate, erano ben introdotti nei salotti dell’imprenditoria e della politica, con cui talvolta intrecciavano dei legami personali. L’imposizione a mezzo di bombe e kalashnikov di un nuovo equilibrio mafioso incideva quindi sia sui legami personali che sui rapporti politici e affaristici. Non bisogna nemmeno trascurare l’aspetto internazionale: Cosa Nostra godeva di una rendita di posizione anche grazie al suo anti-comunismo. I Corleonesi, per quanto condividessero la linea politica, non intrattenevano, se non in modo marginale, rapporti con pezzi importanti delle istituzioni. Avevano fatto saltare più di un equilibrio, arrivando a provocare anche mobilitazioni antimafia di massa che creavano, per la prima volta, una saldatura tra vasti settori del pubblico e la sfera istituzionale sul tema del contrasto alla criminalità organizzata.
Salvo Lima era consapevole del mutamento degli scenari. Inoltre, era abituato a negoziare e a mediare, piuttosto che a subire imposizioni. La caduta del muro di Berlino aveva complicato ulteriormente lo scenario. Col crollo della cosiddetta Prima Repubblica, erano diventati di colpo obsoleti i vecchi equilibri di potere. Anche quelli relativi ai rapporti tra mafia e politica. È probabile, quindi, che Lima si sentisse sciolto da obblighi nei confronti dei vertici di Cosa Nostra, verso i quali non era mosso da alcun tipo di benevolenza. La sua soppressione, quindi, potrebbe inquadrarsi come la conseguenza di un conflitto con i Corleonesi. Che davano per scontata l’intercessione di Lima, il quale invece nutriva perplessità nei loro confronti, e si sentiva sciolto da vincoli relazionali anche per via dei mutati scenari politici. In ogni caso, sarebbe stato meglio sentirlo dalla sua viva voce. Quella morte assurda in pieno mattino, a profanare la vita umana e la bellezza di Mondello, ce la saremmo evitata volentieri.
