Sergio Labate è professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. Tra i sui temi di ricerca ci sono il lessico della speranza e dell’utopia nell’età secolarizzata, la filosofia del lavoro, le passioni come fonti dei legami sociali, la difesa della democrazia costituzionale nell’epoca del suo disincanto generalizzato. È stato presidente di “Libertà e Giustizia”. Tra le sue pubblicazioni: “La regola della speranza. Dialettiche dello sperare” (Cittadella, 2012), “Passioni e politica” (scritto insieme a Paul Ginsborg, Einaudi, 2016), “La virtù democratica. Un rimedio al populismo” (Salerno editrice, 2019). Ha recentemente pubblicato il volume: "Lavoro e modernità. Un saggio filosofico" (Ets, 2025).

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Il tormentone estivo dei 5Stelle: uno scontro senza contenuti

Mentre il mondo infuoca e tutto procede tragicamente, la politica italiana conferma la sua straordinaria attitudine a trascorrere agosto tra gossip e divorzi. Tra i preannunciati divorzi politici c’è quello tra Grillo e Conte. Una separazione tanto rumorosa quanto inconsistente, in cui nessuno parla di contenuti e di valori ma i protagonisti si accapigliano su questioni che tutto sono meno che politiche.

Le nostre ferie d’agosto e una foto da Gaza

Questo agosto sembra non finire mai. Abbiamo abbassato le saracinesche del lavoro e con esse anche quelle della vita e delle tragedie che ci circondano e che non danno tregua né olimpica né agostana. Poi, all’improvviso, tra le infinite foto di vacanze, ne arriva una da Gaza: sacchi di plastica, con corpi trasformati in materia da scaricare distrattamente in mezzo alla polvere.

La sinistra surreale

Tutti ricordiamo lo sgomento con cui abbiamo appreso gli esiti delle ultime elezioni europee. Ebbene oggi, in Europa e in Italia, l’unico progetto politico post-elezioni (sia di governo che di opposizione) è quello di non vedere e non sentire la tempesta in arrivo. La destra cerca di normalizzare. Ma anche chi dovrebbe opporsi a chi governa, finisce per normalizzare allo stesso modo.

La nostra festa della Repubblica e quella della destra

Il 2 giugno ci saranno, dietro le pacificazioni di facciata, due feste differenti: la festa degli uguali e quella dei diseguali. Ce lo ricordano Galli della Loggia e il “Corriere della Sera”, saliti senza tentennamenti sul carro dei vincitori, e impegnati a sostenere che l’uguaglianza si ferma alla soglia dell’esercizio del potere e che la democrazia, alla fine dei conti, si riduce al “suffragio universale”.

«Ti voto solo se asfalti la strada di fronte a casa mia»

Il divorzio tra governanti e governati è ormai una caratteristica costante delle democrazie, con i primi proiettati in un narcisismo acritico spesso conflittuale anche con i partiti di riferimento e i secondi privi del supporto di corpi intermedi in grado d’intrattenere rapporti non strumentali o personalistici con la politica. L’obiettivo di ciascuno diventa così il puro perseguimento di interessi individuali.

Lo strano caso di Marco Tarquinio

Lo strano caso di Marco Tarquinio, candidato nelle liste del Pd, non è affatto uno scandalo. Ma un enigma, forse sì. Escluso che sia il segnale di uno spostamento del partito verso posizioni pacifiste, sembra essere un’ulteriore tappa della trasformazione del partito in fabbrica per la raccolta di voti più che in strumento per l’organizzazione della società e la costruzione di una egemonia.

Non si possono tenere insieme Berlinguer e Veltroni. Un consiglio per Elly Schlein

La riemergente questione morale è, in realtà, una questione squisitamente politica, nata con la trasformazione dei partiti in macchine per occupare lo Stato. Per il Partito democratico (e i suoi predecessori) tale trasformazione è intervenuta con l’affermarsi della convinzione di non dover più rappresentare una parte, ma tutti. Senza sciogliere questo nodo, cara Schlein, per il Pd non c’è futuro né salvezza.

Far morire di fame, o della vita offesa

Si può lasciar morire di fame più di un milione di bambini (tanti sono quelli al di sotto dei cinque anni che muoiono ogni anno per malnutrizione) e si può usare la fame come un’arma di distruzione di massa. Come accade oggi a Gaza, nella nostra indifferenza. È il trionfo della “vita offesa”, che consente di uccidere attraverso la fame e di rifiutare, insieme, il dio della bibbia e la compassione degli uomini.

Il caso Di Cesare: un post infelice e gli impropri richiami alla “fedeltà all’istituzione”

Il post di Donatella Di Cesare in morte di Barbara Balzerani ha prodotto una tempesta mediatica, travolgendo ogni parvenza di razionalità in punto uso dei social, conti con il terrorismo e ruolo degli intellettuali. Era un post infelice. E allora? In una democrazia bisogna garantire anche il diritto di dire “stronzate”. Per poterle criticare, smontare, relativizzare. Ma mai per metterle a tacere. È ciò che compete all’intellettuale pubblico.