Il tormentone estivo dei 5Stelle: uno scontro senza contenuti

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Mentre il mondo infuoca e tutto procede tragicamente, la politica italiana conferma la sua straordinaria attitudine a trascorrere agosto come si deve: tra gossip e divorzi, ovviamente. Renzi che avrebbe un ritorno di fiamma con Elly, nato per giunta su un campo di calcio, che fa ingelosire i suoi amici più intimi come Marattin; Arianna Meloni che divorzia dall’uomo che peraltro non ha mai sposato (e da cui ha due figli che fanno di nome Vittoria e Rachele, ma guai a pensar male), Conte e Grillo che consumano la loro resa dei conti e i loro litigi a favore di telecamera e di social. Ora, di queste storie estive d’amour fou mi pare che l’unica che valga la pena osservare con attenzione sia l’ultima. Per una serie di motivi, sia personali sia politici.

Gli aspetti personali non fanno altro che confermare i limiti caratteriali dei due protagonisti. Certo, uno dei due è davvero imbarazzante nel suo ostentato individualismo proprietario. Per continuare con la metafora amorosa, è come un vecchio amante che ha lasciato la propria ragazza e non ha nessuna intenzione di tornarci insieme, ma crede comunque di avere il diritto di controllarle la vita. Una relazione tossica, direi alle mie amiche dispensando consigli sentimentali dall’alto dei miei fallimenti. Ma forse la metafora più giusta è quella paterna: Grillo sembra non perdere occasione per mostrare al mondo di essere il peggiore dei padri possibili (sia chiaro: ci stiamo riferendo esclusivamente al suo ruolo politico). Sappiamo infatti che il padre che fa più danni non è quello autoritario, ma quello incoerente. Colui che a parole lascia liberi i propri figli ma quando arrivano le scelte davvero importanti ritiene di avere sempre l’ultima parola. Grillo sembra nei confronti della sua creatura politica sia autoritario sia incoerente. C’è un passo della Lettera al padre di Kafka che sembra fatto apposta per lui: «Dalla tua poltrona tu governavi il mondo. La tua sicurezza era così grande che potevi anche essere incoerente e tuttavia non cessavi di avere ragione». Ecco, me lo immagino proprio così: si è sistemato in poltrona, apparentemente disinteressato alle faccende – come tutti i padri è sempre impegnatissimo e ha sempre un sacco di cose che solo lui sa e capisce –, ma in realtà pronto a tornare quando ritiene non per dare consigli (cosa che si potrebbe anche comprendere) ma per dettare la legge anche se tutto ciò contraddice quel che aveva detto precedentemente. Quando mi chiedono che padre vorrei essere, io rispondo sempre che l’unica cosa che so è chi non vorrei essere: il padre di Kafka. Adesso potrò rispondere anche: un padre (politico) come Grillo. Il pessimo padre nella sua purezza: colui che ha smesso di prendersi cura dei propri figli ma non smette di dargli ordini. Di fronte a un tale concentrato d’antipatia e irragionevole presunzione, Conte ci fa un figurone, non credo vi siano molti dubbi. Eppure, a ben guardare, anche lui dimostra i suoi limiti caratteriali, che sono poi anche politici. Non so se egli abbia la statura di un leader, ma quel che è certo è che la sua modalità di pensare i rapporti con la propria comunità è sempre quella di un capo. È il suo narcisismo a dirigere la faccenda e definire i processi (certo, anche sul narcisismo è facile perdonarlo, se dall’altra parte hai uno che si crede l’ennesimo unto del Signore).

Però, e qui entriamo nel cuore politico del problema, a me pare che vi sia un rapporto tra il narcisismo di ogni capo e quel che si potrebbe chiamare l’ossessione per la rifondazione. Ogni leader pretende di azzerare il passato, di essere il punto zero della storia, di rifondare. È grottesco, ma ormai abbiamo più rifondazioni che congressi di partito. Anche in questo caso Conte sembra quasi ossessionato da questo gesto taumaturgico e rivoluzionario. Al contrario, io tendo a pensare che una delle grandi rimozioni dei partiti politici di oggi sia proprio la loro consistenza storica. Tutti i partiti si pensano sempre dentro un eterno presente (a parte Forza Italia che adesso si pensa come eterna memoria), perché tutti noi siamo abituati a pensare che il tempo della politica – e non solo – sia il presente. Invece non c’è politica dove dilegua la storia. Se un partito non sa da dove viene e dove va, che cos’è un partito? Se una comunità politica – e vale anche per le comunità di cittadini – non sa trasmettersi in eredità i legami, in che modo i figli si riconosceranno nei padri e nelle madri (e viceversa)? Perché dovremmo continuare tenacemente a credere in una Costituzione consegnataci da generazioni ormai scomparse, se non perché riconosciamo l’esigenza che il tempo della politica sia la storia e non questo presente e poi un altro ancora e così via? Certo, sono consapevole che la “preistoria” del M5S è un po’ confusa – è troppo recente per non ricordarcene – e che qualche nota di chiarimento è decisamente necessaria. Però sarebbe utile ricordare a Conte che rifondare non ha mai portato troppo bene a quei leader che sono convinti di avere sufficiente carisma per reggerne il peso e che in realtà sono fragilissimi (chiedere, per informazioni, a Occhetto, Bertinotti o Renzi).

Ma c’è un altro elemento che preoccupa e, in effetti, svela definitivamente le debolezze strutturali di quel progetto politico. Paradossalmente, sia Grillo che Conte sono d’accordo su una cosa: la marginalità dei contenuti politici per l’identità di un partito. Grillo rivendica con orgoglio dei valori non negoziabili che sono tutto eccetto che valori politici. Facesse riferimento a solidarietà, uguaglianza, lotta di classe (scherzo…), lo capirei. Ma invece si ostina e si irrigidisce su simbolo, nome e doppio mandato. D’altra parte, tutti sappiamo che questa presunzione ingegneristica è un tratto tipico del primo movimento, quando la questione legittima della crisi della politica e del rinnovamento delle classi dirigenti veniva risolta in modo esclusivamente formale: indicando semplicemente procedure differenti di rappresentanza e di partecipazione ma disinteressandosi completamente alla questione politicamente fondamentale di cosa si dovesse rappresentare. Abbiamo visto tutti come è finita la storia. Beato un partito la cui identità non si appoggia sulla sabbia dei nomi ma sulla pietra dei valori politici.

Conte invece porta avanti una sorta di principio di autodeterminazione, secondo cui una rifondazione implica la possibilità di mettere in discussione qualunque cosa. Se posso permettermi una battuta: io non voterei mai un partito in cui mi si dice che si può mettere in discussione tutto. Semplicemente perché non avrei certezza sul fatto che ciò per cui sto dando fiducia oggi, ci sarà anche domani. Ma è anche una questione puramente logica: rifondare non può essere uguale a fondare ex novo. Per rifondare bisogna garantire un certo grado di continuità politica nell’eterogeneo, altrimenti non è la stessa esperienza che cambia, ma sono due esperienze differenti e del tutto irrelate. Non volendo, Conte rischia in questo modo di rappresentare per il M5S ciò che ha rappresentato per il PD il suo arci-nemico, cioè Matteo Renzi. Anche Conte in fondo accetta l’idea post-democratica e populista secondo cui un partito altro non è che un contenitore vuoto, che può essere trasformato in funzione dei rapporti di potere che la contingenza dei momenti produce. La segreteria di Renzi ha svolto proprio questa funzione: pretendere di annientare l’identità politica e la storia di quel partito, dal momento che un partito doveva essere politicamente neutro e pronto a modificarsi in funzione del leader del momento. Invece di rappresentare un esperimento di innovazione rispetto alle passioni tristi che animano i partiti post-novecenteschi, anche il M5S somiglia con sempre maggiore chiarezza a quei partiti, pensati sempre in rapporto con il puro presente, privati della loro storia e soprattutto depoliticizzati. Insomma, ciò che sembra mancare sia a Grillo che a Conte è il primato della politica.

Non basta. A questa depoliticizzazione mi pare si affianchi una desocializzazione. Sarà per questo che diffido fortemente ogni volta che un leader di partito fa riferimento con orgoglio – bisognerà prima o poi discutere se l’orgoglio sia davvero un sentimento politicamente produttivo – alla propria “comunità politica”. Un partito è anche una comunità politica, ma non solo. Nel suo statuto costituzionale c’è infatti una naturale apertura alla società, che non è estrinseca o contingente o successiva al costituirsi del partito stesso. Per così dire, un partito non può autodeterminarsi, perché è naturalmente eterodeterminato: dalle istanze sociali che sceglie di rappresentare, dalle classi di riferimento (che esistono ancora anche se si fa finta di non vederle), dalle priorità valoriali che vengono privilegiate. Di fatto, oggi i partiti politici sembrano sempre più soggetti collettivi che si identificano con i propri leader e che si rapportano con la società che dovrebbero rappresentare solo in maniera postuma, rivolgendosi a elettori-consumatori o, come accade a noi in questo momento, spettatori. Sia nella pretesa patriarcale di Grillo sia nella rifondazione autoreferenziale di Conte il rischio è proprio questo. Non c’è uno scontro tra due idee differenti su cosa debba essere un partito, ma c’è l’ennesimo scontro tra due leader che si contendono il proprio partito personale.

Senza storia, senza politica e senza società, anche questa discussione estiva conferma che i partiti si esauriscono nei propri leader. Di quei soggetti collettivi destinati a durare per i valori che ne costituiscono la base, cui fa riferimento l’articolo 49 della Costituzione, continuiamo a non vedere traccia. Spero di sbagliarmi – anche perché l’M5S svolge un ruolo che non possiamo permetterci di sottovalutare in questo momento storico così inquietante – ma temo che anche questa sarà un’ennesima occasione perduta per cambiare rotta.

Gli autori

Sergio Labate

Sergio Labate è professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. Tra i sui temi di ricerca ci sono il lessico della speranza e dell’utopia nell’età secolarizzata, la filosofia del lavoro, le passioni come fonti dei legami sociali, la difesa della democrazia costituzionale nell’epoca del suo disincanto generalizzato. È stato presidente di “Libertà e Giustizia”. Tra le sue pubblicazioni: “La regola della speranza. Dialettiche dello sperare” (Cittadella, 2012), “Passioni e politica” (scritto insieme a Paul Ginsborg, Einaudi, 2016), “La virtù democratica. Un rimedio al populismo” (Salerno editrice, 2019). Ha recentemente pubblicato il volume: "Lavoro e modernità. Un saggio filosofico" (Ets, 2025).

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3 Comments on “Il tormentone estivo dei 5Stelle: uno scontro senza contenuti”

  1. A me sembra che le linee politiche di fondo del Movimento siano delineate sotto la guida di Conte , sia sul piano interno che internazionale. Si tratta ora di consolidarle dando al Movimento una struttura organizzativa democratica di Partito, liberandolo anche dal padre Padrone o garante che dir si voglia e dai suoi dogmi.

  2. a me, invece, pare che Conte persegua un progetto politico, che si è formato nella fucina di Palazzo Chigi quando era presidente e che si è inverato in quell’insieme di obiettivi, contro i quali hanno operato nell’ordine: Draghi; implicitamente (ma mica tanto) il PD di Letta rifiutando un’alleanza col M5S nel ’22; ed esplicitamente la destra al governo. Quel programma politico sul quale, da ultimo, Conte ha calamitato il PD della Schlein, etc.-.
    Perfino in politica estera, da sempre tallone di d’Achille della politica italiana, Conte aveva fatto bene: in Europa, nella Nato, con la Cina. Cosa chiedere di più? Io penso che tutto quello che si sta muovendo in questi ultimi due anni intorno a ‘Giorgia’ sia frutto di una politica volta, di fatto, a sbaraccare ciò che il M5S di Conte ha fatto, ha cominciato a fare, si propone di fare. Ed a mio avviso il ritorno di Renzi dalle parti del PD ha soprattutto questo significato: aiutare a tagliare le unghie a Conte, in modo che tutto ciò che è il nocciolo duro del programma contiano sia svuotato e reso appetibile ai neoliberisti del PD, così come ai poteri forti non ancora fascistizzati.

  3. Ma i contenuti Conte li ha già incarnati nel Reddito di Cittadinanza, la lotta per il salario minimo, la Spazzacorrotti, l’ azione in Europa contro le inumane politiche restrittive e quant’ altro: elementi di concreta giustizia sociale che la ” mia” sinistra (o almeno certa presunta sinistra) non aveva neppure immaginato e addirittura inizialmente contrastato. Un buon viatico ( certo con l’ errore del Contratto Giallo- verde) a garanzia anche per l’ oggi. O no?

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