Sergio Labate è professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. Tra i sui temi di ricerca ci sono il lessico della speranza e dell’utopia nell’età secolarizzata, la filosofia del lavoro, le passioni come fonti dei legami sociali, la difesa della democrazia costituzionale nell’epoca del suo disincanto generalizzato. È stato presidente di “Libertà e Giustizia”. Tra le sue pubblicazioni: “La regola della speranza. Dialettiche dello sperare” (Cittadella, 2012), “Passioni e politica” (scritto insieme a Paul Ginsborg, Einaudi, 2016), “La virtù democratica. Un rimedio al populismo” (Salerno editrice, 2019). Ha recentemente pubblicato il volume: "Lavoro e modernità. Un saggio filosofico" (Ets, 2025).
Contenuti:
Lo scontro sul terzo mandato ha un che di surreale. I governatori coinvolti non contestano l’inopportunità di trasformare la democrazia in una somma di feudi, ma vogliono applicare questo principio a tutti, men che a loro. E la sinistra? Sarebbe ora che prendesse atto che la democrazia richiede la costruzione di un progetto politico capace di diventare maggioritario e non la legittimazione di un capo.
La morte in carcere di Aleksej Navalny è un marchio di infamia indelebile per Putin e per il regime russo. E impone a tutti una riflessione. Anche sul fatto che, sino a due anni fa, Putin era riverito e faceva affari con l’intero Occidente. Come, oggi, Al-Sisi ed Erdogan. È ipocrita e riduttivo accantonarlo senza chiedersene il perché e ignorando che, contro l’empietà delle dittature, non bastano le pallide post-democrazie.
C’è una donna incatenata e tenuta al guinzaglio. Tanto dovrebbe bastare a produrre una reazione durissima e immediata. Perché la violenza legittima degli Stati incontra il limite invalicabile della dignità. Ma ciò non vale per il nostro governo e la sua maggioranza. Ilaria Salis non merita difesa perché è antifascista. E ciò fa venir meno, per i nostri nazionalisti postfascisti, persino il fatto di essere italiana.
Quello di Meloni non è il primo governo della destra, con all’interno esponenti postfascisti o fascisti tout court. È già accaduto 30 anni fa con il primo Governo Berlusconi. Ma c’è, oggi, del nuovo: l’ostentazione delle radici, la bulimica pretesa di occupare tutti i posti e, soprattutto, il tentativo di sostituire una destra di coalizione con una destra egemonizzata da un solo partito, anzi da un clan politico-familiare.
Gli auguri dovrebbero essere un veicolo per interpretare i segni che ci circondano. Oggi invece ci si ferma ad essi, senza andare oltre. Eppure, per incidere sulla realtà bisogna toccarla e non limitarsi alle immagini di superficie. L’anno che viene ci metterà alla prova con le elezioni europee, quelle americane e il protrarsi delle guerre. Non basterà guardare chi vince e chi perde. Dovremo capire dove stiamo andando e perché.
Stamattina, svegliandomi, ho trovato due invasori. Da una parte, Musk (di cui Meloni è una controfigura) con il suo conservatorismo brutale. Dall’altra, la kermesse del Pd, con Prodi, Gentiloni, Letta (e qualcuno avrebbe voluto anche Renzi): un progetto morto, che procede per inerzia, nel rimpianto dei governi con cui ha spianato la strada a Musk e ai suoi epigoni.
Le elezioni europee si avvicinano e in molti (a cominciare da sua maestà Draghi) si stanno posizionando. Solo la sinistra tace. Forse perché è consapevole che il federalismo di Draghi è una trappola, ma diffida – giustamente – dei nazionalismi cari a Salvini e ai suoi alleati. Eppure la via d’uscita è chiara: non si tratta di scegliere tra Salvini e Draghi ma di combatterli entrambi.
Ci sono segnali di vita a sinistra. Non si colgono solo nelle case e nei cortili, ma anche nelle pubbliche piazze. Ma è presto per dire che “la sinistra sta tornando”. Prima deve scegliere a cosa tiene: alla normalizzazione o al conflitto? Vuole sfidare la storia o vuole solo approfittarne e, ancora una volta, affidarsi esclusivamente alla propria volontà di governare? Senza risposte appropriate a questi interrogativi i segnali di vita saranno, ancora una volta, illusori.
Si dice che il rumore che si è levato contro i femminicidi è un segno che tutti si sono accorti di una misura colma. E se, invece, fosse la ripetizione di quel fremito nazionale che durante il Covid portava tutti a dire che ne saremmo usciti migliori mentre tutto correva spedito verso il peggio? Forse è utile fermarsi a ragionare in profondità.
L’egemonia culturale della destra non è Pino Insegno che sostituisce Fabio Fazio. È ben altro. È il trionfo della propaganda, che ci costringe a parlare del dito e ci vieta di discutere della luna. La guerra ridisegna le relazioni internazionali, la crisi economica esalta la disuguaglianza, le riforme costituzionali liquidano la democrazia. Ma si può prendere la parola solo per confermare la narrazione della propaganda.