Sergio Labate è professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. Tra i sui temi di ricerca ci sono il lessico della speranza e dell’utopia nell’età secolarizzata, la filosofia del lavoro, le passioni come fonti dei legami sociali, la difesa della democrazia costituzionale nell’epoca del suo disincanto generalizzato. È stato presidente di “Libertà e Giustizia”. Tra le sue pubblicazioni: “La regola della speranza. Dialettiche dello sperare” (Cittadella, 2012), “Passioni e politica” (scritto insieme a Paul Ginsborg, Einaudi, 2016), “La virtù democratica. Un rimedio al populismo” (Salerno editrice, 2019). Ha recentemente pubblicato il volume: "Lavoro e modernità. Un saggio filosofico" (Ets, 2025).
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Il festival di Sanremo non è l’evento dell’anno ma è un segnale: non foss’altro per il seguito di cui gode. Ebbene, nell’edizione di quest’anno il fatto di maggior rilievo è l’assenza della politica (che fa capolino solo in una canzone, bella quanto eccentrica). Il soggetto poetico ricorrente è l’amore, ma un amore privo di felicità, rimpianto persino quando ancora non è cominciato. È il sintomo di un mondo dominato dal tragico.
Ogni sfera della nostra vita è in stato d’assedio. Che hanno in comune i migranti, i carcerati, i precari, gli ansiosi, gli impoveriti, coloro che subiscono la guerra, gli sfollati? Che sono tutti assediati. E se provano a scappare, chi sta sul trono del mondo può mirare e sparare. Ma anche sotto assedio non resta che tenere fede al profumo del cedro, al rumore del mare, al disprezzo per i carnefici e alla simpatia per le vittime.
I cambiamenti della vita quotidiana, più ancora delle grandi analisi politiche, ci dicono dove va il mondo e dove andiamo noi. L’uso della carta di credito ne è una cartina di tornasole. Non ha abolito l’evasione fiscale ma, piuttosto, l’elemosina e, soprattutto, ci spinge a vivere sul debito. E, poi, è certamente una comodità ma ci fa vendere una marea di informazioni sensibili a chi può controllarle e controllarci. Pensiamoci…
Nel presepe napoletano il personaggio più importante è il pastorello addormentato: non può mancare, perché, secondo la tradizione, nel sonno sta sognando il presepe. Senza il suo sogno, non ci sarebbe il presepe e non ci sarebbe alcun Dio. Perché Dio è un sogno dell’uomo. Un sogno di giustizia e di felicità. È quello che oggi ci manca, anche se sappiamo tutto dell’ingiustizia del mondo che ci circonda.
La sinistra non uscirà dalla sua crisi se non tornerà a proporsi obiettivi che hanno a che fare con la struttura della società: redistribuire, garantire l’accesso pubblico e universale ai diritti per tutti e senza condizioni, mettere in salvo la società dalla tracotanza degli interessi privati, “forzare la mano” per permettere ai più deboli di credere nel progresso. Solo così incrocerà i bisogni e le speranze dei più deboli.
La sinistra non riesce a farsi capire dal suo popolo perché crede di avere già le ricette pronte e che il proprio deficit sia organizzativo. Non è così. Le ricette del passato e il realismo politico (cosa fare per vincere) non servono. Ciò che potrà rilanciare la sinistra non è la promessa di mandare a casa la Meloni ma solo il rilancio di un’altra idea di società, un altro modello di convivenza, un’altra forma di vita capace di far sognare.
Mentre l’Università non chiude i battenti solo grazie al lavoro dei precari, il Governo si appresta a demolirne quel che resta. Ci aspettano, infatti, un’ulteriore precarizzazione, nuove regole per il reclutamento dei docenti, la riconfigurazione dei compiti dei professori. E, quel che è peggio, ciò avviene nel disinteresse delle componenti accademiche e dell’opinione pubblica.
Viviamo, nella tragedia, un apparente paradosso. Israele e l’Occidente affidano la difesa dei valori della modernità a ciò contro cui quei valori si sono istituiti: un fondamentalismo religioso speculare a quello che contestano, a ragione, al fronte opposto. Così, peraltro, l’Occidente procede sulla strada del suicidio.
Israele sta realizzando un cambio di paradigma che ci riguarda tutti. Fino all’inizio del millennio l’Occidente riconosceva, seppur strumentalmente, che l’esercizio della violenza aveva un limite nelle regole del diritto. Oggi quel limite è caduto. Il desiderio di annientamento dell’altro non ha più alcuna legge a cui riferirsi. La violenza della “civilizzazione” è stata sostituita dalla barbarie dell’Occidente e della sua inciviltà.
Sembrava che l’Occidente avesse dismesso il fondamentalismo e il connesso potere di decidere l’eliminazione dei diversi senza necessità di spiegazioni. Ma negli ultimi decenni – da ultimo con il sostegno alle politiche coloniali di Israele – sta ribaltando il paradigma. Possiamo, di nuovo, fare vittime innocenti senza alcuna remora etica, giuridica o estetica: l’essenziale è che abbiano volti poveri e che non si tratti di bianchi e potenti.