
Diciamocelo subito: il meeting di Rimini non è il Paese. Né i seguaci della setta di CL sono tutto il “mondo cattolico”. E la standing ovation che, come ci comunicano i media mainstreem, avrebbe accolto la lectio magistralis di Giorgia Meloni non significa, di per sé, una crescita effettiva dei suoi consensi elettorali, anzi (“il primo sondaggio (riservato) sullo stato di salute dei partiti effettuato dopo la settimana di Ferragosto, confrontando i risultati delle europee del 2024, registra un calo per Fratelli d’Italia”). Detto questo, val la pena interrogarci seriamente sul significato di ciò che è avvenuto lì, se non altro per capire “a che punto è la notte”.
La maggior parte degli opinionisti dei giornali “di sistema” hanno provato a spiegarci che in effetti sì, su quel palco consumato negli anni da un’infinità di presenze equivoche, si era manifestato uno scarto significativo nella traiettoria del partito meloniano verso una maggior distanza dall’originario ghetto neofascista. Che, in qualche modo, un’”altra Meloni” si sarebbe palesata, meno avvinghiata all’appartenenza settaria alla comunità di provenienza. Protesa alla conquista della “prateria moderata” fino ad allora trascurata a favore di Forza Italia o di Lupi: “Endorsment molto forte” da parte del mondo moderato a una Meloni europeista (Mentana), “compiuta democristianizzazione di ‘Mi-chiamo-Giorgia-sono-una-madre-sono-cristiana’, sempre più vicina ai Popolari europei” (Polito, sia pure con un ?), intervento “più da popolare che da conservatore” (Cattaneo), “aria di nuovo collateralismo” (Di Vico)… E invece non è così. Come ormai avviene quasi regolarmente da almeno trent’anni a questa parte – da quando la politica è diventata indecifrabile dalle varie burocrazie, compresa quella dell’informazione – ancora una volta si sono sbagliati. Giorgia Meloni – mi spiace per loro, e in fondo anche per noi – è sempre Giorgia Meloni. La Meloni di Rimini non è un’altra rispetto a quella di Colle Oppio. La retorica flautata da “popolare europea” non cancella affatto lo sguaiato gergo da manipolo di Acca Larentia, semplicemente si sovrappone ad esso, come la pelle della cipolla. E’ parte integrante della sua identità dell’origine (dell’”almirantismo”, ma anche del mussolinismo, insomma del fascismo nelle sue variegate reincarnazioni) la capacità di mescolare, alla bisogna, linguaggi, programmi, stili e stilemi, immagini di sé e mosse seduttive dei segni più diversi. Gergo da caserma e bisbiglio da budoir. Doppio petto e manganello. Mai, fin dall’origine, il fascismo ha rinunciate a pescare consenso e appoggio ovunque se ne offrisse l’occasione, offrendosi di volta in volta come estremista o moderato, popolare o aristocratico, bigotto o pagano. Non ha esitato a far ruotare, nel raggio di poche settimane, seduzioni d’ogni tipo, a liberali e sovversivi, uomini d’’ordine o squadristi assatanati, monarchici incalliti e repubblicani impenitenti, solo preoccupato di assicurarsi la massa d’urto necessaria al momento.
Nel 1924 Mussolini stravinse le elezioni aggregando intorno all’”istrice d’acciaio” dei suoi squadristi in camicia nera il caravanserraglio del variegato mondo “moderato”, da notabili liberali come Salandra e Vittorio Emanuele Orlando ai dissidenti “moderati” (appunto) del Partito popolare (Cavazzoni in primis) insieme a esponenti ultraconservatori del mondo cattolico sedotti dalle prese di posizione ostili alla “secolarizzazione” di Mussolini, ad alcuni pseudo-riformisti di “Democrazia sociale” e a un pulviscolo di arrivisti desiderosi di salire sul carro del pressoché certo vincitore (Cesare Rossi, il portavoce di Mussolini tra i futuri assassini di Matteotti parlò sarcasticamente di una vera e propria “fiera campionaria degli aspiranti”). L’obbiettivo del Capo del Fascismo era quello di offrire un’immagine di normalizzazione dopo il colpo di mano della Marcia su Roma, tenendosi nel contempo ben stretta la sua personale milizia armata. A questo serviva l’endorsment dei moderati: a mescolare violenza e consenso come strumenti complementari di una gestione del potere tendenzialmente totalitaria.
Pochi lo capirono, affascinati dall’affabulazione mussoliniana. Quasi nessuno. Occorse lo sguardo visionario di uno come Piero Gobetti per svelare come la doppiezza fosse la cifra più pericolosa del mussolinismo, forma persino più subdola del fascismo in senso proprio, perché segnato da una ambiguità di fondo: “Se il fascismo fosse soltanto dittatura si farebbe presto a liquidarlo con le barricate: ma la sua forza è specialmente presidiata dall’esistenza di un consenso. Ora Mussolini deve la forza a Farinacci ma il consenso alla propria ambiguità”, aveva scritto subito dopo le elezioni del 6 di aprile. E aveva aggiunto: “Per questo lato la normalizzazione è un fatto. Mussolini può dilettarsi allo spettacolo dei frak e delle livree della nuova corte”, ma sotto quell’esercito di servi nutriva la piccola falange dei fedelissimi della prima ora, pronti a colpire chi non si assoggettasse al suo potere, come avrebbe dimostrato, qualche settimana più tardi, il delitto Matteotti.
Il consenso che nasce dall’ambiguità – fatte le debite differenze di epoca, di ferocia e di costume – è anche la cifra del “melonismo”. E d’altra parte, quanto ad ambiguità, gli organizzatori del meeting in cui Giorgia ha realizzato la propria performance non hanno nulla da invidiare a nessuno. E’ stata quella, fin dalla sua origine giussaniana, la cifra specifica di Comunione e liberazione: quel suo coniugare, con abile coincidentia oppositorum, mistica e affari, Dio (un dio incomprensibile e per questo potentissimo nel suo richiamo al Mistero della Fede) e Mammona, vero dispositivo al servizio della sua “teologia della presenza” perché chiamato a dare corpo e sangue a quella Fede da materializzare attraverso le opere (meglio, la Compagnia delle opere). E‘ grazie a quel doppio standard se a quei ragazzi pieni di mistica passione è stato possibile applaudire a Rimini – come scrisse tempo fa il compianto Curzio Maltese – “il peggio della criminalità politica italiana, ladri e faccendieri, corrotti e corruttori portati sul palco dagli occhiuti capi scout». O, come in un empito di verità ebbe a dire
l’ultimo segretario della DC Mino Martinazzoli, compiere il miracolo per cui “puoi essere un corruttore, un tangentista, un terrorista, ma se vai da loro e scopri l’incontro con Gesù potrai tranquillamente entrare nella loro orbita”. Non stupisce che uno dei passi del discorso che ha ricevuto i maggiori consensi da parte di una platea dalla standing ovation facile, sia proprio quello in cui la Presidente del Consiglio ha attaccato frontalmente i giudici “politicizzati” e assicurato che sarebbe andata fino in fondo, costi quel che costi, sulla “riforma della giustizia” (“Andremo avanti sulla riforma della giustizia nonostante le invasioni di campo di una minoranza di giudici politicizzati che provano a sostituirsi al Parlamento e alla volontà popolare”). Sapeva evidentemente, “sorella Giorgia”, che toccava una corda particolarmente sensibile per chi, come CL, con la “Giustizia” ha sempre avuto un rapporto, come dire?, problematico. Come si legge in un documentato articolo su “Micromega” di qualche anno fa, “un adepto che ha fatto molto parlare di sé per le sentenze a suo carico è il giornalista Renato Farina, in codice “agente Betulla” (in quanto al soldo dei servizi segreti). La condanna peggiore è forse quella del presidente del Banco Alimentare, don Mauro Inzoli detto ‘don Mercedes’, finito nello stesso carcere del ‘Celeste’ per pedofilia. Quella più emblematica ha colpito il plenipotenziario della sanità ciellino-lombarda, Carlo Lucchina, costretto a rimborsare i 175 mila euro che la Regione aveva dovuto versare quale risarcimento a Beppino Englaro, padre di Eluana… Per non parlare di Roberto Formigoni, Memor domini dall’età di 23 anni, per 20 Presidente della Regione Lombardia, condannato a 5 anni per corruzione nel campo della sanità lombarda; dei fondi truccati per il Meeting 2009 e 2010; e delle numerose indagini sulla Compagnia delle Opere…
D’ altra parte un po’ tutto il lungo discorso della Meloni (50 minuti e mezzo filati) è stato scritto all’insegna di una sapiente gestione dell’ambiguità, intessuto di allusioni valoriali, strizzate d’occhi, convergenze lessicali, affermazioni mai veramente false ma mai veramente vere… Si pensi alla pesante ipocrisia di quel richiamo, a proposito della dolorosa questione dei migranti, alla frase di Jean Guitton: “mille miliardi di idee non valgono una sola persona. Noi dobbiamo amare le persone, è per loro che bisogna vivere e morire”, e al commento che l’ha accompagnata: “Questo è il campo nel quale intendiamo giocare, mettendo nelle nostre decisioni quella umanità, quella concretezza che solo chi non perde il contatto con il mondo reale può dimostrare.”, detto da chi, poche ore prima, aveva sottoscritto l’inumana decisione di costringere la nave di Mediterranea saving humans reduce da un salvataggio in mare a prolungare la rotta inutilmente per giungere a un porto autorizzato e poi l’aveva bloccata con un fermo amministrativo (che significa potenzialmente altre vite perdute). O si pensi alla spudoratezza con cui ha avuto la faccia di affermare che “non c’è niente di più importante che salvare una vita umana o strapparla agli artigli dei trafficanti di esseri umani”, aggiungendo che “ogni tentativo che verrà fatto di impedirci di governare questo fenomeno con serietà e determinazione sarà rispedito al mittente”, lei, che ha “rispedito al mittente” con tutti gli onori e un volo di Stato il capo dei trafficanti di esseri umani, quello che con la tortura e l’assassinio tiene le fila del più turpe dei traffici.
In realtà non c’è quasi nessuno, dei numerosi punti toccati in quel discorso, che si possa salvare del tutto da un rigoroso fact-checking indipendente. Non l’affermazione secondo cui nei due anni del suo governo si è riusciti ad “abbattere drasticamente il numero dei morti e dei dispersi in mare”. Non è vero perché, secondo i dati raccolti dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni, nel 2023 le vittime sono state 2.525 e nel 2024 1.810, mentre nel 2020 erano state 1.101, nel 2021 1.553 e nel 2022 1.417. Allo stesso modo per lo meno esagerata appare la pretesa secondo cui “siamo il primo Paese non musulmano al mondo per evacuazioni sanitarie da Gaza”: per quanto è possibile sapere (dati dell’Ufficio regionale per il Medio Oriente dell’Organizzazione mondiale della sanità) “dal 7 ottobre 2023 circa 7.500 persone sono state evacuate da Gaza per motivi sanitari, tra cui oltre 5 mila bambini. Egitto, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Turchia sono stati i Paesi che hanno accolto più evacuati. Al quinto posto c’è l’intera Unione europea, con 244 evacuati”. Tra questi non è fornito il dato italiano, ma in ogni caso si tratterebbe di un numero minimo di fronte all’entità del disastro, e appare davvero fuori luogo l’affermazione gratuitamente polemica della “premier” secondo cui “c’è chi scrive le mozioni e urla gli slogan e c’è chi salva i bambini e io sono fiera di fare parte dei secondi”.

Quanto poi ai risultati economici e sociali raggiunti dal governo, non è vero che sia stato “reso gratuito l’asilo nido per i secondi figli”; è solo parzialmente vero che grazie al suo Governo l’occupazione a tempo determinato è cresciuta di oltre un milione di posti (la crescita riguarda infatti soprattutto le fasce d’età alte, è effetto prevalentemente dell’elevamento dell’età pensionabile più che della politica del Governo, e comunque resta inferiore a quella di altri Paesi europei, così come per l’occupazione femminile). Infine appare in qualche modo un’appropriazione indebita la rivendicazione del primato italiano nell’attuazione del PNRR. L’Italia ha infatti ricevuto più soldi dall’Unione europea per il proprio PNRR e ha raggiunto più traguardi e obiettivi, “ma solo in valore assoluto” (ogni Paese aveva richiesto fondi e proposto obbiettivi in misure diverse): Francia e Danimarca per esempio “hanno centrato finora più traguardi e obiettivi rispetto all’Italia, in percentuale sul totale concordato con l’Ue. La Francia ha incassato anche più soldi dell’Italia (soldi che vanno spesi, un fronte su cui il piano italiano ha accumulato ritardi)”.
Questo è quanto. Il resto, letto sui giornali o ascoltato nei talkshow – il grande successo di Giorgia, la conquista del ceto medio, la nuova statista apparsa sulla scena, l’uscita dal ghetto e la normalizzazione-europeizzazione della antica underdog – sono chiacchiere da sottoscala della politica e specchietti per le allodole. Che però purtroppo continuano ad abbagliare.


…. Bertold Brecht diceva : “gli antichi ci copiano sempre” . Con questa citazione inizia un’articolo di Dario Fo, pubblicato dal Fatto Quotidiano, il 16 aprile del 2016 : La lezione di Don Giovanni “L’pocrisia è la vera arte” .
“..Insomma,questo è l’unico modo per fare spudoratamente tutto quello che mi pare ed essere pure applaudito… ” .