E' titolare delle cattedre di Scienza della politica, presso il Dipartimento di studi giuridici, politici, economici e sociali dell'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro", si è occupato tra l'altro dell'analisi dei processi produttivi (fordismo, post-fordismo, globalizzazione), della "cultura di destra" e, più in genere, delle forme politiche del Novecento e dell'"Oltre-novecento". La sua opera più recente: "La sinistra impossibile da spiegare a mia figlia".
È coautore con Scipione Guarracino e Peppino Ortoleva di uno dei più diffusi manuali scolastici di storia moderna e contemporanea (Bruno Mondadori, 1ª ed. 1993).
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Alla Piazza del 15 marzo rispondo sommessamente “Preferirei di no”. Perché nella migliore delle ipotesi il fervorino che la convoca è talmente generico da non dire praticamente nulla, e nella peggiore perché aderirvi significherebbe una implicita accettazione dell’Europa così com’è, con la sua pessima classe dirigente ossessionata dal mito del riarmo. Il ritorno di Trump, emblematica “figura del male”, dovrebbe richiamarci invece a un serio confronto con la realtà.
Il progressivo suicidio dell’Europa per mano di una classe politica terribilmente mediocre e pronta a liquidare il nostro patrimonio di cultura della mediazione e della convivenza in nome di un’ aggressiva economia di guerra trova forse una spiegazione nella disperazione di chi sa di non poter più controllare né risolvere le contraddizioni mortali che è andato accumulando. E considera il “Tempo della guerra” come una possibile soluzione.
Bernie Sanders, nel suo ultimo libro, Sfidare il capitalismo, dà una lezione di coerenza e di coraggio alle estenuate sinistre europee e a un’intellettualità che ha rinunciato del tutto al pensiero critico. Quando ci dice che “E’ giusto essere infuriati col capitalismo” (questo è il titolo originale) e che bisogna partire dalla lotta di classe contro un sistema di oligarchi che divora la democrazia, apre un orizzonte di speranza che si credeva ormai spento.
Trump ha vinto a mani basse, per gli errori della coppia Biden-Harris, ma soprattutto per almeno tre ragioni di fondo: perché gli Stati Uniti sono una potenza in declino; perché gran parte della classe media si sente declassata; perché un numero enorme di elettori si sente ingannato, da tutti. E, per paradosso, ha votato il principe dell’inganno, il mentitore seriale che però, praticando forme estreme di eccesso, appare alla fine meno ipocrita degli altri.
Verde marcio è il colore che si addice a chi, come la neo eletta Presidente dell’UE von der Layen, dietro la copertura di politiche ambientali promuove programmi di armamento distruttivi per la vita umana e la natura. Si chiama greenwashing, ed è la formula prevalente oggi anche in politica dove un esempio clamoroso è offerto dai Grünen tedeschi. I quali, peraltro, nelle ultime elezioni in Sassonia e Turingia hanno pagato un prezzo politico altissimo per la loro svolta bellicista.
L’equivoco di “essere fascisti in democrazia” è il filo nero che collega la vicenda del Msi fin dall’origine a quella dei suoi epigoni. L’intreccio tra pulsioni eversive e retoriche dell’ordine, alla base della doppiezza almirantiana, diventato virulento negli anni della “strategia della tensione”, spiega l’isteria con cui i vertici di FdI tentano di esorcizzare il ruolo della destra radicale nella strage di Bologna.
La Francia ha fatto il miracolo. Perché la Francia i miracoli li sa fare, la sua storia insegna. Con uno scatto d’orgoglio che noi non sapremmo neppure immaginare, ha fermato l’onda nera che sembrava inarrestabile. Ma ora incomincia un altro gioco, che sarà lungo e duro. Macron, lo sconfitto delle europee e del primo turno, cercherà di neutralizzare la vittoria della sinistra antifascista. E intanto l’onda nera di Le Pen e Bardella è ancora forte nella Francia profonda.
L'”inutile spettacolo” del G7 pugliese ha rivelato a tutti il vuoto profondo che le elezioni europee hanno aperto nel cuore del continente con la doppia débâcle di Macron e Scholz, e più in generale la crisi dell’Occidente. Le sei anatre zoppe e la Dama nera che le ha ospitate hanno ancora la potenza tecnica per distruggere il mondo ma non le idee e la legittimazione per ridurne il disordine.
Domenica 9 giugno è un giorno da segnare nigro lapillo. Per l’Italia e per l’Europa. Il giorno in cui le peggiori destre nostrane e continentali possono vantare una legittimazione popolare che la Storia ha negato loro finora. Ma Giorgia Meloni non ha avuto il trionfo che si attribuisce. La sua è una vittoria in retromarcia. Senza i giovani. Senza le grandi città. Col sostegno di periferie rancorose e isolate. Con un astensionismo senza precedenti.
La conferenza stampa d’inizio anno di Giorgia Meloni ha dato la misura di quanto in basso sia caduto il nostro Paese. Una classe di governo da suburra. Un mondo giornalistico da paese di sonnambuli. Nonostante l’opinione prevalente, Meloni non è migliore dei suoi camerati. Sono il prodotto della stessa storia. Acca Larentia lo dimostra. Perciò tra questione antifascista e livello infimo del governo il nesso è inscindibile.