Le olimpiadi tra sport e geopolitica

Download PDF

Le Olimpiadi si sono appena concluse. Esse non rappresentano più lo spirito di De Coubertin (o di chiunque altro abbia dato importanza alla sola partecipazione): basti pensare quanto lo sport, sia pure inteso come strumento secondario della diplomazia tra Stati, abbia oggi una valenza straordinaria in termini di visibilità. Nel senso che quello che viene esibito nelle cerimonie di apertura e chiusura (con giudizi eterogenei di politici e di commentatori di altri Paesi), quello che viene ottenuto (il raggiungimento di una supremazia sportiva, ad esempio) o quello che non viene fatto (i boicottaggi del passato o il tentativo più o meno dichiarato di sabotare le competizioni) vengono offerti alla vista di un pubblico planetario.

C’è stato anche il caso di accese rivalità tra chi avrebbe dovuto gareggiare nello stesso campo, dando vita invece a irriducibili scontri che poi sono entrati nella storia. La più famigerata rivalità si manifestò all’interno di una piscina a Melbourne, in occasione delle Olimpiadi del 1956. Dopo aver superato i rispettivi gironi, le squadre di pallanuoto di Urss e Ungheria si sfidarono in una partita a eliminazione diretta che, ben presto, travalicò il semplice agonismo sportivo. Pochi mesi prima, in Ungheria il partito comunista locale aveva obbligato alle dimissioni la leadership stalinista e questo aveva determinato l’assunzione del potere da parte del dirigente riformatore Imre Nagy, che aveva deliberato di appoggiare alcune richieste di cambiamento che provenivano da vasti settori dell’opinione pubblica magiara. Mosca, però, reagì con fermezza, inviando i carri armati a Budapest. Un mese dopo le due squadre di pallanuotisti si ritrovarono in acqua e i giocatori di entrambi gli schieramenti decisero che quella non era più una partita ma una resa dei conti. Ne uscì “un bagno di sangue”, come poi in seguito venne ricordato il match, in cui i giocatori se le diedero di santa ragione, anche a scazzottate. L’episodio restò talmente impresso nelle menti degli osservatori e poi negli anni che, in occasione del cinquantenario della partita, è stato realizzato un documentario, diretto da Colin Keith Gray e prodotto da Quentin Tarantino. Titolo più eloquente non poteva essere trovato: Freedom’s Fury.

Ma torniamo al modo di ottenere massima visibilità. Abbiamo detto che un altro elemento per influenzare o rovinare i Giochi, organizzati da altri, è stato il boicottaggio. Quest’ultimo infatti, soprattutto in passato, è stato uno straordinario strumento diplomatico per risolvere controversie internazionali o forse per non risolverle affatto e mostrare ai propri interlocutori planetari l’eventuale forza di chi si è astenuto. Tutto dipende dal messaggio che si voleva far passare e dall’eventuale ritorno di propaganda, tale da far guadagnare prestigio a ogni paese se la mossa scelta era stata quella giusta. Chi boicottava poteva, in questa accezione, ricavarne talvolta un più ampio riconoscimento internazionale rispetto invece a chi aveva scelto o di organizzare i giochi o di far scendere in campo i propri atleti. Senza trascurare che chi non partecipava a una competizione sportiva implicitamente aveva già adoperato l’arma del ricatto finanziario, facendo calare inevitabilmente l’interesse sulla competizione proprio a causa della sua assenza. La vecchia Urss, nell’uso di questo strumento, fu maestra. Infatti il gigante sovietico, che nel secondo dopoguerra aveva deciso finalmente di partecipare alle competizioni olimpiche, lo fece con uno scopo esplicito: mostrare la volontà di sfidare l’Occidente e attestare, con i risultati sportivi alla mano, l’eccellenza dello stile di vita comunista nei confronti di qualsiasi altro modello. Se nel 1948 Stalin non aveva ritenuto il proprio paese ancora pronto per gareggiare ai giochi di Londra dello stesso anno (forse per il timore di “sfigurare”), nel 1952 la scelta di Helsinki coincise con il ritorno degli atleti di Mosca alle gare sportive. L’obiettivo di breve termine era quello di competere de visu con l’Occidente; mentre l’obiettivo di medio e lungo termine era invece quello di mettere in atto una politica espansionistica delle discipline sportive, di scoperta dei talenti e di edificazione di impianti e nuove arene. Le oltre settanta medaglie conquistate in quell’edizione, seppur inferiori a quelle ottenute dagli Stati Uniti, confermarono dunque la bontà della scelta fatta e soprattutto del nuovo percorso che i vertici del Pcus volevano intraprendere. Anzi, Mosca decise di accelerare e, nel raggiungere i propri obiettivi, mise in atto una vera e propria pianificazione, come già aveva stabilito sin dagli anni venti del Novecento in ambito economico. Questa volta l’obiettivo non era la produzione industriale di una grande potenza ma l’esibizione a tutto il pianeta di un modello di società superiore a cui tutti i popoli avrebbero dovuto guardare con un sentimento di stima e di timore al tempo stesso. Per questo, ogni paese del blocco sovietico si specializzò in una specifica disciplina. Gli Ungheresi divennero famosi nel nuoto e nella scherma, i Polacchi nell’atletica, la Cecoslovacchia nel fondo mentre i Bulgari si distinsero grazie ai propri lottatori e al sollevamento dei pesi. La Romania, invece, divenne un modello internazionale per la preparazione delle sue ginnaste (vedi Nadia Comăneci) e infine c’era la Repubblica Democratica Tedesca che dimostrò la sua superiorità in vasca grazie ai propri formidabili nuotatori. L’Urss, invece, decise di concentrarsi in prevalenza sugli sport di squadra, sull’atletica leggera, sui lanci e i salti, nell’ottica di contrastare il crescente dominio americano in queste discipline.

Una visibilità forse inaspettata, almeno dai due schieramenti coinvolti, fu quella che invece ebbe luogo con un’altra partita famigerata, anch’essa conclusasi di nuovo in rissa come il bagno di sangue australiano del 1956. In questo caso, si trattò della finale di basket di Monaco nel 1972 quando la squadra sovietica realizzò il canestro del sorpasso nei confronti del team a stelle e strisce, proprio all’ultimo secondo, in un contestatissimo countdown finale che aveva fatto allungare di tre secondi la durata dell’incontro, dopo una decisione arbitrale che si era rivelata come la scintilla che fece da deflagrazione degli animi. Tuttavia questa partita fu oscurata, nella sua risonanza mondiale, dalla strage perpetrata dai terroristi palestinesi di Settembre Nero che sterminarono gli atleti israeliani che si trovavano nel villaggio olimpico tedesco. Un episodio che segnò in modo indelebile il clima stesso dei Giochi Olimpici, compresi quelli a venire, togliendo loro quella immunità a cui forse neanche lo stesso De Coubertin probabilmente aveva mai creduto fino in fondo, sin dalla fine dell’Ottocento.

Quindi lo sport è sempre stato lo specchio di un confronto geopolitico. Così, allo stesso modo, quando nel 1962 venne incominciata la costruzione del Muro di Berlino, altri muri erano già sorti anche negli stadi o nei villaggi olimpici. È sempre il caso di Helsinki, quando una robusta recinzione divisoria separò in modo perentorio gli atleti occidentali (accasati nel villaggio di Otaniemi) e quelli del mondo orientale (alloggiati nel villaggio di Kapyla).

Tornando alla volontà politica delle superpotenze di sabotare i Giochi Olimpici, gli anni tra il 1980 e il 1984 videro raggiungere il picco della tensione tra le due superpotenze quando Stati Uniti e Unione Sovietica misero in atto una memorabile forma di boicottaggio incrociato. Tuttavia, all’interno di ogni schieramento e all’interno di ogni netta presa di posizione, ci furono gli aderenti a una o all’altra delle alleanze che decisero di “non obbedire agli ordini di boicottaggio”. A Mosca, infatti, nonostante il rifiuto americano, le squadre di Francia e Gran Bretagna decisero comunque di inviare i propri atleti, in qualche modo sconfessando l’iniziativa di Jimmy Carter che voleva indirizzare persino i paesi africani verso l’astensionismo olimpico. Questi ultimi, infatti, s’erano già resi protagonisti di un gesto clamoroso, non partecipando alle gare di Montréal del 1976, perché condannavano apertamente l’apartheid del Sudafrica. Ma il presidente americano alla fine si ritrovò a fallire nel suo intento perché i paesi che decisero di boicottare i Giochi di Mosca furono soltanto sessantacinque su un totale di circa centocinquanta partecipanti, e tra questi non c’era l’Italia che invece si distinse grazie alle medaglie d’oro conquistate da Pietro Mennea (corsa dei 200 metri) e da Sara Simeoni (salto in alto). Quattro anni dopo, era cambiata la designazione, ovvero Los Angeles, ma era cambiato anche il presidente americano, perché era stato eletto il repubblicano Ronald Reagan. Dall’altra parte c’era il nuovo segretario del Pcus, Jurij Andropov, che aveva preso il posto di quel Breznev che aveva inaugurato i giochi quattro anni prima nella capitale moscovita. Fu proprio Andropov a indicare la mancanza di sicurezza dei propri atleti come pretesto per negare loro l’autorizzazione alla partecipazione a Los Angeles nel 1984. Questa volta, però, a registrare incrinature nel rispettivo campo furono gli stessi sovietici quando videro la Romania prendere parte ai giochi e arrivare addirittura terza nel medagliere finale. Ma non fu lo spirito sportivo ad animare il governo di Ceausescu nella scelta di “rompere con Mosca”, quanto il lauto sostegno economico garantito dal Cio a Bucarest per aver scelto di presentarsi come “paese indipendente”. Si era dunque passati dai giochi filo-governativi di Mosca ai giochi hollywoodiani di Los Angeles, incarnati proprio da quel famoso attore cow-boy che ne era diventato ora il presidente.

Questo, in conclusione, per ricordare quanto le Olimpiadi siano sempre state il luogo più simbolico della competizione sportiva tout court ma anche uno straordinario spaccato della realtà contemporanea e dello spirito del tempo in cui si svolgono tali giochi. Basti pensare anche alle cerimonie di apertura e chiusura dei Giochi: se la cerimonia di inaugurazione di Parigi 2024 è stata oggetto di tante polemiche per le presunte accuse di blasfemia, l’effetto contrario fu ricercato e voluto dai sovietici con la cerimonia di chiusura dei Giochi di Mosca del 1980: si spensero tutte le luci e non ci fu alcun passaggio di consegna alla città predestinata a ospitare i Giochi del 1984, ovvero l’americana Los Angeles, come detto. Per i sovietici, alla fine, le Olimpiadi terminavano lì, con quello spegnimento scenografico e quell’interruzione di effetti, e basta… altroché De Coubertin!

Gli autori

Michele Canalini

Michele Canalini insegna in un istituto professionale e tecnico della Lunigiana. Si occupa principalmente di scuola, tema su cui ha pubblicato due libri: "L’insegnante di terracotta. La Buona Scuola… e poi?" (Mimesis, 2018) e "La ricreazione a distanza. Una manica di studenti alle prese con quei pezzi di insegnanti" (Kimerik, 2021). Ha lavorato come docente di lingua italiana presso l’Università del tempo libero del comune di Carrara. Antifascista per educazione e convinzione, ha collaborato con l'Anpi di Pesaro e Urbino. Appassionato di cinema, ha scritto per il sito di divulgazione cinema4stelle.it e per il sito di informazione culturale idranet.it.

Guarda gli altri post di: