Il centenario della morte di Piero Gobetti sembra cadere proprio in un contesto storico-sociale quasi scelto dal destino. Partiamo da una prima considerazione: ancora oggi quella forma di “apatia” sociale, che caratterizzava gli anni successivi alla Prima guerra mondiale, eccezion fatta per il cosiddetto “Biennio rosso”, e che portò poi all’affermazione del fascismo in Italia, non solo non è sparita ma ha assunto nuove e più subdole vesti. Scriveva Gobetti con parole rimaste celebri: «Il fascismo è stato l’autobiografia della nazione. Una nazione che crede alla collaborazione delle classi, che rinuncia per pigrizia alla lotta politica, è una nazione che vale poco» (Elogio della ghigliottina, in “La rivoluzione liberale”, 1922, n. 34). Sembrano parole che rispecchiano la nostra, di apatia. La nostra, di società. Quella di una gran parte degli aventi diritto al voto che oggi scelgono di non andare a esprimersi alle differenti tornate elettorali. Quella di una classe politica, spesso troppo servile con i più forti del pianeta o poco propensa, in caso di opposizione parlamentare, a offrire ricette alternative e concrete al disagio dei nostri tempi. Oppure di una generazione di giovani inerti e indifferenti, perché eredi della rinuncia all’entusiasmo degli adulti e incapace di riconfigurare gli attuali strumenti tecnologici in forme di propaganda per cambiare il presente o per tentare di farlo.
Eppure, Piero Gobetti negli anni venti del secolo scorso è stato un giovane di straordinaria precocità etica, capace dai 18 ai 25 anni di fondare tre riviste e una casa editrice che pubblicava autori quali Salvemini, Sturzo, Einaudi, Amendola, Debenedetti. E capace pure di promuovere un altrettanto giovane poeta di origini genovesi: Eugenio Montale con il suo “Ossi di seppia”. Gobetti, dunque. Un giovane di inconsueta levatura morale, nonostante l’età. Anzi, di così spiccata intransigenza morale da scegliere di non abbassare la testa per evitare di incorrere nella morte. Di tale freschezza intellettiva che, ricorda Gustavo Zagrebelsky, «aveva 17 anni, l’età in cui voi non so ma io certamente ancora non mi ponevo come problema il mondo in cui vivevo, quando Piero Gobetti nel primo numero di “Energie Nove” (novembre 1918) enunciava un ‘programma ideale vibrante nei nostri cuori che portasse una fresca ondata di spiritualità nella gretta cultura d’oggi e che recasse alla patria le aspirazioni e il pensiero nostro di giovani’», L’Italia di Gobetti. Resta quell’idea che abbiamo noi, Repubblica (12 febbraio 2026).
È dunque oggi così? È dunque possibile nei nostri anni un’altra rivoluzione liberale? La risposta è assolutamente negativa. Non solo per la responsabilità di una gioventù imbelle e inadatta a issare su di sé il vessillo della volontà di cambiamento di un mondo che sta andando a rotoli. È anche la responsabilità di una tradizione educativa che ha sempre riservato poco, pochissimo spazio a Gobetti a scuola. Non per scelta di un singolo insegnante o di una classe docente insensibile: è proprio la tradizione di studi scolastici ad aver negato a un hidalgo come Gobetti il giusto ruolo di giovane modello per le nuove generazioni. A scuola si studiano il fascismo, il delitto Matteotti e i nomi degli antifascisti certamente, ma mai nessuno di essi – tanto più il giovanissimo redattore de “La Rivoluzione liberale” – viene affrontato con un piglio critico e costruttivo nei confronti del presente, attraverso le letture dirette e ragionate delle opere. Insomma, non vengono coltivate nelle aule della nostra istruzione nazionale quelle piante che, al contrario, avrebbero bisogno di robuste annaffiature di coscienza civile e di rifiuto della retorica nazionalista che oggi è tornata purtroppo in voga nell’orizzonte internazionale.
Quanti studenti sanno chi è stato Piero Gobetti? Chi conosce il “Baretti” o “Energie Nove”? Quanti rigurgiti di velenosa nostalgia fascista, invece, si annidano nelle pieghe del nostro vivere democratico? Ci vuole coraggio nella testimonianza. Ci vuole coraggio nelle scelte didattiche, soprattutto quando non seguono pedissequamente la programmazione disciplinare. Serve pure una sana dose di incoscienza nella tenace volontà di denunciare le ingiustizie, senza timore delle conseguenze. Soprattutto quando la lotta appare inutile e senza senso. «C’è stato in noi, nel nostro opporsi cieco, qualcosa di donchisciottesco. Ma nessuno ha riso perché ci si sentiva una disperata religiosità. Non possiamo illuderci di aver salvato la lotta politica: ne abbiamo custodito il simbolo. E bisogna sperare che i tiranni siano tiranni, che la reazione sia reazione, che ci sia chi avrà il coraggio di levare la ghigliottina, che si mantengano le posizioni fino in fondo. Si può valorizzare il regime; si può cercare di ottenerne tutti i frutti: chiediamo le frustate perché qualcuno si svegli, chiediamo il boia perché si possa veder chiaro» (P. Gobetti, Elogio della ghigliottina, cit., 1922). In fondo, Gobetti lo sapeva in cuor suo quale sarebbe stato il prezzo da pagare e che la lama della ghigliottina sarebbe ricaduta sul suo collo. Dopo aver subito un brutale pestaggio ad opera di più di una decina di squadristi mussoliniani, egli lasciò Torino il 3 febbraio 1926 con destinazione Parigi. Qui, nella notte tra il 15 e il 16 febbraio, morì dopo che le sue condizioni si erano aggravate in seguito a una polmonite. Nondimeno, la testimonianza di Gobetti venne ereditata dalla moglie Ada, che aveva appena dato alla luce il loro figlio Paolo, poco prima appunto che il padre partisse per la Francia. Proprio Ada, che divenne partigiana nella lotta antifascista per la nostra libertà.
