Cop 30. La carica de lobbisti delle multinazionali del petrolio

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Si sta concludendo a Belém la 30ª Conferenza delle Parti, riunione annuale dei paesi che hanno ratificato la convenzione quadro dell’ONU sui cambiamenti climatici per cercare soluzioni, a livello planetario, contro il riscaldamento globale e per l’abbandono dei combustibili fossili (carbone, petrolio, gas), principali cause della crisi climatica. Dopo la Cop 1 di Berlino 1995, che segnò una svolta nella consapevolezza del cambiamento climatico da influenze antropiche e del suo devastante effetto sulla biodiversità, molte sono state le successive tappe. Tra le più importanti, il Summit per la Terra a Rio de Janeiro 1995, il Protocollo di Kyoto del 1997 (con impegni a ridurre le emissioni per i soli paesi sviluppati), gli Accordi di Parigi del 2015 (con impegni a mantenere l’aumento di temperatura sotto di 1,5° C e stanziamento di 100 miliardi di dollari per la messa al bando delle fonti fossili entro il 2050 al fine di prevenire una catastrofe climatica senza precedenti).

Nella conferenza di quest’anno, peraltro, è alta la probabilità di veder ulteriormente procrastinate le azioni concrete per abbandonare i combustibili fossili. Ancora una volta, infatti, il numero di lobbisti inviati dalle multinazionali del petrolio per influenzarne le decisioni è preponderante rispetto a qualunque altro gruppo. La loro presenza ha un peso assurdo e preclude qualsiasi serio intervento a livello globale per l’abbandono dei combustibili fossili come fonte di energia. E ciò anche se ormai è chiaro che proprio i gas climalteranti da essi prodotti hanno determinato l’aumento dell’effetto serra e il surriscaldamento del pianeta, con la ben nota scia di disastri ambientali: incremento delle morti da calore, siccità, improvvise inondazioni, tifoni, danni all’agricoltura e alle infrastrutture, incendi, deforestazione, scioglimento dei ghiacciai, penuria di fonti d’acqua dolce, innalzamento degli oceani con inabissamento di molte città costiere, perdita di biodiversità e di territori; tutti fenomeni che spingono intere popolazioni a lasciare le proprie terre per trovare rifugio altrove e riuscire a sopravvivere.

Le quattro precedenti Cop si sono svolte in paesi ostili all’abbandono dei combustibili fossili (essendo essi stessi produttori), e il Brasile si trova in una posizione ambivalente perché, da una parte, estrae e vende idrocarburi mentre, dall’altra, sostiene la campagna per la salvaguardia della foresta amazzonica (e potrebbe ricevere grandi riconoscimenti economici dalla raccolta di finanziamenti internazionali per la protezione del clima). Quest’anno, inoltre, non hanno aderito alla Conferenza Usa, India e Cina, che insieme producono quasi la metà delle emissioni globali e sono state rappresentate solo da delegazioni non ufficiali. I paesi dell’Unione Europea, per parte loro, pur affermando di voler diminuire del 90% entro il 2040 le emissioni, hanno appena votato una risoluzione che rende meno incisivi gli interventi per la decarbonizzazione, con la possibilità di compensare le proprie emissioni comprando i crediti da altri paesi. L’Italia ha contribuito in modo determinante a questa retrocessione e non si capisce perché, dal momento che negli ultimi cinque anni i danni da eventi estremi ammontano, nel nostro Paese, a 43,7 miliardi di euro, anche in conseguenza del fatto che il concetto di prevenzione resta sulla carta; per non parlare della gran quantità di risorse sottratte alla transizione verde e utilizzate per l’acquisto di armi.

La crisi climatica incide fortemente sull’aumento della fame nel mondo, che riguarda 96 milioni di persone; nel 2023, 393 eventi estremi hanno coinvolto 167 milioni di persone per 240 miliardi di dollari di perdite e causato enormi flussi di migranti ambientali; nell’ultimo anno circa mezzo miliardo di persone ha dovuto abbandonare le terre d’origine per i disastri, andando a impattare quasi sempre su altri paesi in via di sviluppo (e quindi già con scarse risorse) per lo più confinanti. Il rapporto FAO riferisce che negli ultimi 32 anni a livello globale le perdite in campo agricolo sono stati di circa 99 miliardi di dollari all’anno, cioè 3,26 trilioni di dollari equivalenti a 320 kilocalorie per persona perdute al giorno, pari al 15% del fabbisogno energetico giornaliero. Inoltre, le ondate di calore negli oceani colpiscono anche la pesca (15%) che, pur essendo poco visibile, è una fonte di sussistenza per mezzo miliardo di persone.

I dati sulle conseguenze dei disastri ambientali sono impietosi, ma le azioni per contenere le emissioni da gas climalteranti non sono incisive a causa delle già ricordate pressioni delle lobbies delle aziende petrolifere. Dietro le quinte delle trattative si muovono migliaia di lobbisti pagati dalle compagnie – più di 5000 nelle ultime 4 Cop –, che, nell’ultimo anno, secondo il rapporto della ONG indipendente InfluenceMap, hanno aumentato del 33% gli interventi di disinformazione. A Belém il lobbisti sono 1602, in pratica uno ogni 25 partecipanti. Se rappresentassero una Nazione, sarebbero superati solo dal Brasile, che ha 3800 partecipanti. Secondo la Kich Big Polluters Out, addirittura 5350 lobbisti si sono mescolati con i leader del mondo e con i negoziatori climatici. Essi aumentano ogni anno: in Brasile hanno ricevuto il 66% di pass in più rispetto ai delegati dei 10 paesi più vulnerabili messi insieme. Per esempio, se consideriamo i delegati ufficiali delle Filippine (paese devastato dai tifoni), il rapporto con i lobbisti è di 1 a 50. Per contenere questa situazione aberrante, chi riceve il pass dovrebbe dichiarare a quale azienda fa riferimento, ma da questo sistema trasparente sono esentati i rappresentanti governativi che quindi, eludendo i controlli, possono portare avanti indisturbati gli interessi delle multinazionali del petrolio, introdotti da Stati conniventi. I lobbisti sono 17 per l’Italia, che ha la delegazione più numerosa assieme alla Grecia. Addirittura, i dirigenti di BP, Chevron, Equinor, Shell e Petrobras partecipano come rappresentanti ufficiali delle delegazioni nazionali. Questi lobbisti rappresentano gli interessi di 90 aziende con due terzi di tutti i progetti di espansione nel fossile, con un forte incremento per la ricerca di ulteriori giacimenti e l’aumento di 5 miliardi di barili prodotti nel 2024, a fronte di 869 miliardi di dollari investiti dalle banche.

Le emissioni di CO2 hanno raggiunto un nuovo record con un aumento di 0,4 Gt, lo 0,8% in più del 2023, generando circa 38 miliardi di tonnellate di CO2. Secondo Transparency International l’88% delle aziende presenti alle Cop non ha mai espresso un chiaro sostegno all’accordo di Parigi, mentre il 41% ha preso decisamente posizioni contrarie, perlopiù attraverso i propri CEO, negli incontri con Ministri e Capi di Stato.

Poiché non è più possibile negare le conseguenze dei combustibili fossili sul riscaldamento globale, i lobbisti agiscono con la disinformazione sostenendo tre narrazioni fuorvianti e tossiche: “Le rinnovabili non sono sufficienti a coprire il fabbisogno totale”; “Lasciamo che sia il mercato a decidere, non si mettano né regole né tasse”; “Solo il mercato del fossile è efficace contro black out e bollette alte” (tutte comunicazioni false che dirottano gli investimenti bancari verso i combustibili fossili altamente remunerativi, a discapito delle fonti rinnovabili e non inquinanti). In pratica alle ultime Cop si è arrivati alla situazione assurda di favorire gli interessi delle multinazionali del fossile. È come se agli incontri per contenere i danni sulla salute causati dal tabagismo fossero ammessi i rappresentanti delle compagnie del tabacco, in numero che soverchia gli altri delegati e gli scienziati. Tutto questo stravolge completamente la lotta alla crisi climatica e gli obiettivi di protezione del genere umano. Rispetto al riscaldamento globale è evidente che non si può affidare la soluzione del problema a chi (industria petrolcarbonifera) lo ha originato e tuttora lo alimenta. Dunque non si dovrebbe dare libero accesso ai rappresentanti dell’industria che ha causato la crisi climatica, laddove le nazioni tentano di accordarsi per trovare soluzioni contro questa crisi.

Finalmente la società civile sta cercando di mettere fine a questa assurdità. Così, più di 200 organizzazioni europee hanno dato origine alla campagna “Fossil Free Politics” per eliminare i lobbisti dell’industria fossile dalla politica e dagli incontri per risolvere la crisi climatica, al fine di impedire che continuino a influenzare le decisioni per la protezione del clima. Allontanarli sarebbe un passo avanti sostanziale per ridare valore agli incontri delle prossime Conferenze delle Parti per la protezione del clima. “Fossil Free Politics” chiede ai membri del Parlamento UE di firmare un documento per fare in modo che le decisioni politiche non siano influenzate dagli interessi commerciali dell’industria dei combustibili fossili, chiede lo stop ai lobbisti in consulenze per le istituzioni pubbliche, stop alle porte girevoli tra settore pubblico e industria petrolifera, stop a sponsorizzazioni e partnership. Tutti possiamo contribuire al successo di questa campagna. Basta andare sul sito della campagna, informarsi, seguire le iniziative e diffonderle sul lavoro, in famiglia, tra gli amici, sollecitando i propri rappresentanti politici a sottoscrivere l’impegno. Liberandosi dai lobbisti del petrolio si ridarebbe dignità e slancio agli interventi per la salvaguardia del clima.

Gli autori

Margherita (Rita) Corona

Margherita (Rita) Corona, laureata in Scienze naturali si occupa da sempre di tematiche ambientali

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One Comment on “Cop 30. La carica de lobbisti delle multinazionali del petrolio”

  1. Le leggi, anche nei parlamenti, sono scritte su “suggerimenti” esterni, si sa. Cambiano una virgola, una data, e PUFF il testo cambia completamente. basta spostare in la di qualche anno e intanto si guadagna tempo si rimanda la decisione.

    In questo contesto anche solo far arrivare i partecipanti dal tutto il mondo é una contraddizione in termini per una conferenza sul clima. Si poteva benissimo tenere online, sarebbe stato un eccellente messaggio di cambio di rotta, letteralmente. invece no. viaggi transoceanici anche con jet privati (gli eredi della casa reale UK), inclusa gente che di clima non sa NULLA e lo usa solo per darsi un immagine spendibile. un’autostrada costruita nel cuore dell Amazzonia apposta per la conferenza si poteva risparmiare, per dire.

    Serve un cambio di paradigma, smettere di decidere cose che ALTRI devono fare.
    Gli stessi consumatori devono/dobbiamo smettere di inquinare e consumare inutilmente.
    L impressione mia é che nessuno voglia rinunciare a nulla (nemmeno a un week end a Londra, per dire) e che altri debbano risolvere magicamente l inquinamento che “ALTRI” producono, perche sono sempre gli altri a inquinare. abbiamo la casa piena di plastica, i vestiti sono di plastica, scarpe che usiamo una stagione e buttiamo, la cultura dell usa e getta é deligante, di riparare non se ne parla, ma i perfidi inquinatori sono quelli che vendono petrolio. chissa da dove viene la plastica…

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