Energia e crescita infinita: il ruolo della Banca Mondiale

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Energia e grandi dighe. I ripensamenti della Banca Mondiale

I fiumi sono le arterie della Terra, sostengono il più alto tasso di biodiversità rispetto a qualsiasi altro ecosistema e garantiscono il sostentamento di milioni di popolazioni locali, indigene e tradizionali. Dal 1985 una Associazione Internazionale, International Rivers, è al centro di un movimento globale per garantire che le voci delle comunità che dipendono dai fiumi siano ascoltate e che i loro diritti siano rispettati. Uno studio del 2019 ha documentato che due-terzi dei fiumi più lunghi del mondo non scorrono più liberamente. Questi lunghi fiumi (oltre i 1.000 km) sono bloccati da dighe o altri tipi di infrastrutture. Questa frammentazione ostacola il flusso dell’acqua e dei sedimenti che trasportano nutrienti verso gli habitat a valle, alterando così irreversibilmente gli ecosistemi. La costruzione di dighe può avere conseguenze disastrose per le comunità locali, e raramente i costi socio-ambientali delle dighe vengono valutati in anticipo. Negli ultimi decenni le dighe di grandi dimensioni hanno costretto molte decine di milioni di persone a lasciare le proprie terre.

Grazie all’impegno di ONG e di movimenti in difesa dell’ambiente, nel corso degli anni si è cercato di migliorare le conoscenze sulla funzione ecologica e sociale dei grandi bacini idrografici, e sull’importanza di far valere la voce delle numerosissime popolazioni che da sempre vivono lungo i fiumi e ne traggono sostentamento. Per tutta la seconda metà del XX secolo, la Banca Mondiale è stata la principale sostenitrice di grandi progetti idroelettrici. Poi, all’inizio del XXI secolo, i critici – preoccupati dagli enormi costi sociali e ambientali delle grandi dighe e dai loro lunghi tempi di costruzione – sono sembrati prevalere; le grandi dighe erano state spesso oggetto di critiche per i loro effetti devastanti sull’ambiente, come la distruzione di ecosistemi, la modifica dei corsi d’acqua e la perdita di biodiversità, con conseguenze sociali negative, inclusa la migrazione forzata di comunità locali e il deterioramento delle condizioni di vita. Nel 2000 venne pubblicato un importante documento – il Rapporto della Commissione mondiale sulle dighe (Earthscan Publications Ltd, Londra 2000) – in cui gli stessi rappresentanti della Banca Mondiale suggerivano di ridurre i finanziamenti a queste colossali opere di trasformazione geografica, ambientale e sociale. Ma di recente le cose sono di nuovo cambiate.

Dopo dieci anni – siamo nel 2011 – la strategia cambia. La soluzione al problema dei cambiamenti climatici e al crescente bisogno di energia in ogni angolo del Pianeta, secondo la World Bank è una sola: costruire tante, tantissime grandi dighe. Non importa se i crescenti periodi di siccità e i fenomeni atmosferici sempre più violenti, causati proprio dal surriscaldamento globale, siano alcune delle buonissime ragioni per mandare definitivamente in archivio i mega progetti idroelettrici. La Banca mondiale tira dritta per la sua strada e nella revisione della strategia energetica per il periodo 2011-2014, ribadisce il pieno sostegno alla costruzione dei grandi sbarramenti, addirittura aumentandolo. In India grandi manifestazioni di protesta hanno frenato, per molti anni, la costruzione di grandi dighe, come quella di Narmada. In Cina l’opposizione delle popolazioni e di molti studiosi per decenni ha cercato di bloccare il progetto faraonico della diga ‘delle tre gole’ in Cina, che nonostante i previsti danni ambientali e sociali è stata completata nel 2006. È l’impianto energetico più potente del mondo, capace di soddisfare il 3% dell’enorme fabbisogno energetico del Paese. Altre grandi dighe sono attualmente in costruzione, o in fase di progetto, nonostante i loro drammatici impatti ambientali e sociali, soprattutto in Africa, e nonostante l’aumento dei conflitti tra gli Stati che si contendono l’uso dell’acqua nei vari tratti dei fiumi sbarrati.

Siamo nel 2024. «Stiamo assistendo a un’azione massiccia [da parte della Banca Mondiale] per valutare il finanziamento di una serie di grandi progetti che si prevede avranno un impatto enorme sui bacini fluviali, o che hanno già provocato enormi controversie storiche», ha affermato Eugene Simonov, coordinatore della Rivers Without Boundaries International Coalition e ricercatore presso l’Università del Nuovo Galles del Sud, Canberra, in un’intervista. «La Banca Mondiale sta riconsiderando progetti che in passato aveva abbandonato a causa di evidenti sfide e rischi, anche se questi rischi non sono affatto scomparsi». La rivista Nigrizia (mensile dei missionari comboniani fondato nel gennaio del 1883) è nota per analizzare in modo approfondito il continente nei suoi aspetti sociopolitici, economici, culturali e religiosi. Il 18 marzo 2025 il giornalista Paolo Raimondi informa i lettori che «il presidente della Banca Mondiale vuole tornare a finanziare i grandi progetti infrastrutturali in diversi paesi emergenti, segnando una svolta rispetto alla precedente prudenza. Dietro questa sterzata si celano interessi geopolitici e la volontà di attrarre capitali privati, in linea con le nuove strategie politiche statunitensi».

La Banca Mondiale e i finanziamenti per l’energia nucleare

Il presidente della Banca Mondiale è Ajay Banga, banchiere indiano-statunitense nominato dal presidente Joe Biden nel febbraio 2023. In un’intervista rilasciata all’Osservatore Romano nel novembre 2024 Banga afferma: «Una delle prime cose che abbiamo fatto è stato espandere la visione della Banca mondiale per considerare le sfide interconnesse legate a fragilità diffuse, conflitti, violenze, pandemia e cambiamento climatico, al fine di realizzare che tutto questo pone delle sfide negli sforzi al contrasto alla povertà». La Banca mondiale, secondo il presidente, sta procedendo con un abbattimento dei tempi per l’approvazione dei progetti finanziati nei Paesi più poveri. Banga esprime particolare attenzione verso l’Africa: «Senza elettricità non si può fare nulla. Circa 600 milioni di persone in Africa non hanno accesso all’energia elettrica. Ci siamo impegnati con i partner della Banca di sviluppo africana e con organizzazioni come la Rockefeller Foundation per dare elettricità a 300 milioni di persone entro il 2030». A giugno del 2025 il Gruppo della Banca Mondiale ha annunciato di aver revocato dopo 12 anni il divieto autoimposto di finanziare progetti per la produzione di elettricità da energia nucleare. Due settimane dopo ha firmato un accordo con l’Agenzia Internazionale per l’Energia Nucleare (IAEA), impegnandosi a sostenere i paesi che intendono includere l’energia nucleare nelle loro strategie di sviluppo. Il cambiamento di politica si basa su impegni simili assunti durante i negoziati sul clima di Dubai del 2023 per triplicare la capacità nucleare globale, sulle promesse di capitali da parte del settore finanziario privato per gli investimenti nell’energia nucleare e sul sostegno bipartisan al nucleare a Washington.

L’accordo prevede che l’AIEA fornisca al Gruppo della Banca Mondiale (WBG) competenze specifiche nel settore nucleare, che aiuteranno il gruppo a sostenere l’estensione della durata di vita delle centrali nucleari esistenti e a promuovere l’implementazione commerciale dei piccoli reattori modulari (SMR). In particolare, molti dei circa 440 reattori nucleari nel mondo si stanno avvicinando o hanno già superato la loro durata di vita prevista, solitamente intorno ai 40 anni. Gli sforzi per ammodernare le centrali nucleari esistenti e prolungarne la durata a 60 o addirittura 80 anni possono consentire ai paesi di continuare a produrre elettricità utilizzando i loro reattori originali. In vista di una futura commercializzazione dei piccoli reattori (SMR) il Gruppo della Banca Mondiale intende intervenire per armonizzare e standardizzare la produzione degli SMR, al fine di promuoverne la fabbricazione su larga scala. L’ingresso della Banca Mondiale nei progetti di sviluppo che riguardano la produzione di energia nucleare trasforma profondamente il quadro mondiale e i delicati equilibri geopolitici. Da un lato uno dei grandi problemi che ha frenato lo sviluppo del nucleare è stato la mancanza di finanziamenti: moltissimi clienti nel Sud del mondo, nei paesi in via di sviluppo, persino nelle economie industrializzate, mancavano di un sostegno finanziario. E ora sanno che possono rivolgersi alla Banca Mondiale. Si prevede che la domanda di elettricità nei paesi in via di sviluppo “raddoppierà entro il 2035” e il fabbisogno di investimenti aumenterà “dagli attuali 280 miliardi di dollari a circa 630 miliardi di dollari”. Un altro aspetto riguarda la distribuzione geografica degli impianti nucleari. Attualmente circa l’80% dei 58 reattori in costruzione in 17 paesi in tutto il mondo sono di origine russa o cinese: il cambio di politica della Banca Mondiale rappresenta una trasformazione epocale: molti altri Paesi, soprattutto del Sud, si affacceranno a questo mercato.

Energia per fare cosa?

La maggioranza degli americani è attualmente a favore della costruzione di più centrali nucleari: la priorità per gli Stati Uniti è quella di guidare la commercializzazione di energia nucleare accessibile e abbondante in un contesto di crescente domanda globale di energia, trainata principalmente dall’intelligenza artificiale. Dal canto suo la Banca Mondiale vuole tornare a finanziare i grandi progetti infrastrutturali in diversi paesi emergenti. L’obiettivo dichiarato dal Gruppo è quello di vincere la sfida di eliminare la povertà, ricordando – per esempio – che circa 600 milioni di persone in Africa non hanno accesso all’energia elettrica. Quanta energia sarebbe necessaria per soddisfare tutte queste esigenze, così diverse da un Paese all’altro? Come può reagire il nostro pianeta – che ha risorse limitate e un metabolismo lento – di fronte al crescente prelievo di materie e ai sempre più intensi flussi di energia? La possibilità di moltiplicare la produzione di energia grazie alla costruzione di impianti nucleari è salutata con entusiasmo, facendo mettere in secondo piano le cautele che per decenni avevano frenato lo sviluppo di questa fonte energetica.

Gli attuali indicatori di sviluppo, come l’Indice di Sviluppo Umano (reddito, aspettativa di vita, alfabetizzazione) o l’Indice di Povertà Multidimensionale (IPM), non misurano adeguatamente l’entità della deprivazione umana, in particolare per quanto riguarda i mezzi che garantiscono il benessere umano di base. Questi requisiti devono essere disponibili e accessibili a tutti. Due Autori hanno proposto, nel 2017, il concetto di ‘standard di vita decente’ (che noi potremmo esprimere come ‘dignitoso’). Esso riguarda non solo gli aspetti materiali (cibo, reddito, salute) ma anche fattori quali la stabilità economica e politica, la libertà politica e religiosa, le possibilità di partecipazione sociale, la qualità ambientale, il clima e la sicurezza. Sulla base di tali parametri sono state confrontate le condizioni di vita di gruppi sociali del Sud e del Nord del mondo, utilizzando parametri come l’impronta ecologica (indicatore che misura la quantità di terra e acqua che una persona, una comunità o un’attività umana consuma e la quantità di rifiuti che produce, confrontata con la capacità della Terra di rigenerarle) e il coefficiente di Gini (misura statistica che quantifica la disuguaglianza nella distribuzione di una variabile, solitamente il reddito o la ricchezza, all’interno di una popolazione).

In un articolo recente pubblicato sulla rivista The Lancet alcuni studiosi hanno pubblicato un articolo che contiene nel titolo una domanda significativa: “La crescita dei consumi si verifica dove è più necessaria?’’. Attualmente il mondo utilizza più energia e materiali di quanto sarebbe necessario per offrire uno standard di vita decoroso per tutti. Nonostante ciò, il 50% delle nazioni presenta attualmente un deficit energetico e il 46% un deficit di materiali. Per la maggior parte di questi paesi, la crescita del consumo di energia e materiali è attualmente troppo lenta per pensare di raggiungere lo standard minimo nei prossimi decenni. Al contrario, i tassi di crescita dei paesi più ricchi sono quattro volte superiori ai tassi di crescita dei paesi in deficit. Il rapido aumento dell’uso di energia e risorse verificatosi nell’ultimo mezzo secolo ha causato il manifestarsi di molteplici crisi ecologiche. I paesi più ricchi hanno prodotto circa il 90% delle emissioni oltre il limite di sicurezza planetario, e il 10% più ricco della popolazione mondiale emette quattro volte più emissioni del 50% più povero messo insieme.

Mezzi e fini

La conclusione dell’articolo pubblicato su The Lancet sottolinea che i dati dimostrano che attualmente il mondo non si sta muovendo verso un futuro giusto ed ecologico per tutti. La crescita dei consumi energetici e dell’uso di materiali si verifica principalmente nei paesi che non ne hanno bisogno, mentre non si verifica abbastanza rapidamente (o è in calo) nei paesi che ne hanno bisogno: occorre ricomporre lo squilibrio sia del passato sia del presente. Secondo gli Autori, per i paesi a basso reddito questa riorganizzazione potrebbe richiedere politiche e pianificazione industriale per aumentare la produzione di beni e servizi necessari ad assicurare una vita ‘decente’ a tutti. Per i paesi ad alto reddito, la ricomposizione potrebbe richiedere la riduzione delle forme di produzione e consumo ad alta intensità di risorse e meno necessarie. La Banca Mondiale è una organizzazione internazionale fondata nel 1944 con il compito principale di finanziare lo sviluppo e ridurre la povertà nei Paesi in via di sviluppo, fornendo prestiti, assistenza tecnica e consulenza. Dunque potrebbe assumere un ruolo importante nel favorire un riequilibrio delle condizioni socio-economiche e una riduzione dei danni ambientali causati da un uso eccessivo delle risorse da parte di chi ne consuma troppe. Ma l’ormai lunga storia della Banca Mondiale, la prospettiva dichiarata da parte delle élites economico-finanziarie che la governano di favorire gli investimenti privati rende problematica la possibilità di orientare le scelte a favore delle fasce più povere delle popolazioni. I progetti basati sull’energia nucleare per loro natura richiedono enormi finanziamenti: non solo presuppongono forte centralizzazione, controllo gerarchico e sistemi di sicurezza non trasparenti, ma agiscono come inibitori della partecipazione pubblica; come nel caso delle grandi dighe, i cittadini non sono coinvolti nelle scelte, né nella gestione e utilizzazione di questa forma di energia. Si ripropone quindi uno scenario simile a quello che si è manifestato con i grandi impianti idroelettrici: un grande aumento di disponibilità di energia elettrica, indirizzata ad aumentare la crescita economica e la produzione di infrastrutture e di beni destinati ai più ricchi. In parallelo, un drammatico impoverimento dei più poveri, spesso allontanati dai loro ecosistemi e privati dei mezzi di sussistenza.

Conflitto tra energia nucleare e benessere democratico

Secondo Marco Deriu, dell’Università di Parma, nella nostra cultura democratica l’idea di libertà è stata in gran parte pensata come un modello di libertà individualistica, come essere sciolti da vincoli, poter fare, produrre, consumare, comprare quello che vogliamo, secondo una cultura consumistica e un modello di accumulazione di crescita illimitato. In un’intervista rilasciata al Manifesto nel 2022 Deriu definisce “fossile” il nostro modello di democrazia, che non si è mai posta il tema della responsabilità verso le generazioni future, né dal punto di vista ecologico né da quello economico. Secondo Deriu la ricerca dei limiti è la chiave per una democrazia capace di futuro: costruire una forma di benessere che sia davvero democratica significa trovare delle risposte collettive e un senso della misura che non è un’aggregazione dei desideri individuali, ma è una costruzione collettiva condivisa. Nel proporre lo sviluppo di nuove forme di democrazia, c’è dunque bisogno di scelte collettive condivise, realizzate tramite pratiche democratiche. Emerge la stretta connessione tra partecipazione dei cittadini e obiettivi comuni: agire collettivamente per la protezione degli equilibri ambientali, nel rispetto dei limiti ecologici, e assicurare a ogni abitante della Terra una vita ‘decorosa’, modulando in modo opportuno – democraticamente – crescita e decrescita economica e sociale. La natura dell’energia nucleare – che fornisce enorme potenza concentrata, gestibile unicamente attraverso uno stretto controllo militarizzato – non ha caratteristiche compatibili con una gestione democratica e una distribuzione decentrata. Le sue ricadute ambientali, sia la continua produzione di scorie, sia i rischi di disastri ecologici, non soddisfano il necessario “senso della misura” richiesti a una democrazia sostenibile.

Gli autori

Elena Camino

Elena Camino è stata ricercatrice presso il Dipartimento di Biologia animale e docente di Fondamenti di Sostenibilità a Scienze Naturali nell’Università di Torino. Intreccia il lavoro universitario con la collaborazione (ormai trentennale) con una Associazione gandhiana indiana, l’ASSEFA, e con il Centro Studi D. Sereno Regis (http://serenoregis.org/), impegnati a connettere i temi dell'ambiente e della sostenibilità in una prospettiva nonviolenta.

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