La California brucia, in Florida nevica ma per Trump è solo un caso

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Nel suo intervento in videoconferenza a Davos Donald Trump ha messo in chiaro quali saranno le sue azioni politiche per sostenere l’industria dei combustibili fossili e contro il Green Deal. Già il fatto che il presidente di una delle maggiori potenze mondiali non sia intervenuto di persona, ma solo da remoto, sottolinea il suo disprezzo per qualsiasi tipo di regola o accordo internazionale che possa in qualche modo porre dei limiti alla sua mania di grandezza. Comunque sia, Trump si è scagliato violentemente contro le politiche del Green Deal, dichiarando da subito che uscirà dagli accordi di Parigi per la Salvaguardia del Clima e contro il riscaldamento globale. Nella sua furia di sostenere gli interessi dell’America a tutti i costi, si muove in realtà in totale appoggio ai grandi produttori di petrolio del paese, suoi sostenitori elettorali, e dimentica che le regole della natura non si piegano all’avidità di pochi.

La California è un enorme rogo inarrestabile, in Florida cade la neve, a New York si mettono in cantiere sbarramenti lungo le coste per evitare che Manhattan venga inghiottita dalle onde, ma Trump nega le evidenze del riscaldamento globale, continuando a sostenere con forza gli interessi dei petrolieri contro la catastrofe ambientale. È una visione miope che mette sopra tutto l’interesse economico dei suoi grandi elettori a discapito del bene dell’umanità intera.

D’altro canto, i consumi di petrolio nel mondo calano poco e la domanda cresce. Diminuisce in Occidente, ma aumenta nei Paesi in via di sviluppo. Su 80.622.000 barili al giorno prodotti in totale, con investimenti iperbolici che superano i 7000 miliardi di dollari, 10 Stati detengono il 73% della produzione mondiale. Gli Stati Uniti sono i primi, con più di 15 milioni di barili al giorno (14,7% della produzione globale di greggio), seguiti da Arabia Saudita (12,5 milioni,13,2%), Russia (11,5 milioni, 12,8%) e poi Canada (5,5 %), Cina (4,9%), Iraq ed Emirati Arabi. Intanto sulla scena mondiale si affacciano altri grandi produttori, come il Brasile, la Guiana, il Messico, che non fanno parte dell’Opec e quindi stabiliscono i prezzi del greggio in modo indipendente e non sempre prevedibile. In Italia – merita aggiungere – i consumi nei primi nove mesi del 2024 sono stati di 43,5 milioni di tonnellate, +1,3 % rispetto al 2023: in particolare, mentre sono in contrazione i consumi per la produzione di energia elettrica, termica, petrolchimico e di raffineria (con un calo dello 0,3%), quelli per la mobilità sono più alti di un milione di tonnellate, cioè + 3,4% rispetto allo stesso periodo del 2023. In questo scenario, mentre l’Opec, con in testa l’Arabia Saudita e la Russia, tende a stabilire prezzi alti e a immettere progressivamente sul mercato meno combustibili fossili per mantenere protette il più a lungo possibile le loro risorse, la posizione degli USA va ora nella direzione contraria. Trump proclama di voler abbassare il più possibile il prezzo del petrolio, anche per sottrarre guadagni alla Russia (che ha assolutamente bisogno di aumentare le proprie entrate dal greggio, per sostenere le spese militari della guerra in Ucraina). Allo stesso tempo, con la fine della guerra il governo statunitense, non dovendo più investire in armi Nato, potrebbe utilizzare i fondi per altri tipi di interventi nel paese, oltre ad ottenere una chiara vittoria in campo diplomatico internazionale per aver posto fine alla guerra tra Ucraina e Russia. Trump punta ad attuare una politica di destabilizzazione del mercato internazionale del petrolio, rendere di nuovo convenienti e competitive le fonti fossili rispetto alle rinnovabili, che richiedono investimenti iniziali. Infine, facendo pressione sui paesi dell’Opec, potrebbe costringerli a consumare più velocemente le loro riserve fossili per mantenere stabili i propri guadagni e magari con questo fare anche un favore indiretto al nemico tradizionale degli Stati Arabi, Israele.

Gli Stati Uniti, il quarto esportatore al mondo di combustibili fossili, forniscono all’Europa il 40% del suo fabbisogno di greggio, e il 49% di gas. Sono diretti in Europa i due terzi del loro gas, con ricavi nel 2023 di più di 30 miliardi di dollari, e la metà del petrolio, con ricavi di 10 miliardi di dollari. Trump vede il Green Deal Europeo come un grosso pericolo per i guadagni degli Stati Uniti. Peraltro più alto è il prezzo dei combustibili fossili importati dall’Europa e maggiori saranno gli investimenti della UE per accelerare l’incremento delle fonti rinnovabili in tutti i suoi Stati, rinunciando a gas e petrolio statunitensi; per contro, prezzi bassi del greggio potrebbero indurre alcuni Stati europei a rallentare la corsa alle energie rinnovabili a tutto vantaggio dei petrolieri nord americani. Infatti il principale fornitore di gas naturale e di petrolio all’Unione Europea, gli Stati Uniti, nella prima metà del 2024 ha fornito circa il 49% del gas importato, rispetto al 16% della Russia.

Con il Green Deal o Patto Verde presentato l’11 dicembre 2019, per attuare l’accordo di Parigi e realizzare gli obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030 dell’ONU, l’Europa si è adoperata per ridurre le emissioni del 55% entro il 2030 e raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, azzerando le emissioni nette di gas serra, tanto più che ormai gli investimenti necessari per le energie rinnovabili sono sempre più competitivi e convenienti, anche nel breve termine. Ma l’eliminazione dei gas clima-alteranti può avvenire solo razionalizzando i consumi e tendendo ad azzerare l’utilizzo di combustibili fossili, con gravi perdite per l’economia degli Stati Uniti. Di qui l’attacco durissimo di Trump al Green Deal Europeo. Il forte incremento delle rinnovabili auspicate dal Green Deal Europeo è uno schiaffo agli esorbitanti guadagni dei petrolieri Nord americani ed è evidente che Trump farà il possibile per destabilizzare il mercato internazionale, anche attraverso pressioni sui paesi dell’Opec, alcuni dei quali sono strettamente legati agli Stati Uniti per le loro economie.

Gli autori

Margherita (Rita) Corona

Margherita (Rita) Corona, laureata in Scienze naturali si occupa da sempre di tematiche ambientali

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