Nel mio bar di paese, un luogo di popolo, ogni mattina la televisione fa formazione in modo duro a favore del “Sì” al referendum: non dice esplicitamente cosa votare, ma propaganda con la forza di un paziente fabbro che picchia sul suo pezzo di ferro un messaggio tanto aggressivo quanto semplice: i migranti delinquenti vengono sempre liberati dai giudici. I casi sono molteplici, sempre clamorosi, i toni indignati, le domande retoriche e buttate in pasto a commentatori che caricano la dose. Buona parte di chi legge queste righe ignora la pervasività e l’aggressività dei programmi televisivi del mattino che inondano la testa delle persone comuni con messaggi brevissimi, lapidari, composti da poche parole ripetute ossessivamente.
Ho chiesto a un amico se il migrante si può considerare una merce, o peggio, un oggetto di consumo. Mi ha risposto che comprende la mia intenzione provocatoria, ma sarebbe meglio utilizzare “meccanismo di estrazione” o “fattore produttivo”. Capisco l’offensività delle categorie “oggetto” e “termine”, mi scuso con coloro che si sentono colpiti, ma quanto sta accadendo sul referendum – la squallida retorica della destra che ha creato in laboratorio, con i mostri della retorica, il binomio “giudici cattivi-migranti cattivi” – mette bene in luce che questi esseri umani che arrivano da lontano non possono essere definiti in modo diverso.
Il livello di brutalità che abbiamo raggiunto non merita alcun tipo di alleggerimento e deve essere esplicitato per quello che è. Sfruttati, lungo il viaggio che li porta in Europa, dalle mafie del traffico, a cui le nostre istituzioni nazionali e sovranazionali hanno appaltato i flussi: 15.000 euro da Kabul a Berlino chiedono le “agenzie” che tutti conoscono, anche perché fanno ampia pubblicità sulle app di messaggistica. Ogni tipo di corruzione alle frontiere esterne, un processo “migratorio” in cui tutti entrano e le variabili sono il prezzo che si paga ai trafficanti e il tempo impiegato: i due elementi ovviamente sono in relazione e il primo determina il secondo. Vale anche per i decreti flussi. Sfruttati sul posto di lavoro – agricoltura e servizi – perché ritenuti debitori verso la società che li accoglie. Sfruttati per assorbire il conflitto che vede in loro l’unico vero problema di una società altrimenti armoniosa, pacifica, giusta. In ultimo, sfruttati politicamente come una clava per propaganda elettorale referendaria, laddove vi è una semi totale assenza di reali argomentazioni sul merito.
È la stessa presidente del consiglio, essere umano di pura e rara aggressività sempre orgogliosamente manifesta, che si pone alla testa di un torrente retorico particolarmente pericoloso perché pone una categoria umana, i migranti, come strumento principale per colpire una categoria professionale che rappresenta un fondamento della democrazia, i giudici. Non so se è chiara la violenza, la pericolosità, la primitività di questi metodi. In questo modo aizzano a un livello senza precedenti il popolo dei bar contro i deboli e al contempo demoliscono l’architrave della civiltà: il diritto.
Tutto quanto odiano: i deboli difesi dal diritto. Nota bene: i deboli, che piaccia o no, non saranno per sempre solo i migranti. È una strategia? È cialtroneria?
«Quella del migrante risarcito è una notizia vergognosa…» è l’attacco di un comizio della Presidente del Consiglio a favore di telecamere, in cui attacca con furia mal repressa i giudici. La categorizzazione del male in un gruppo sociale, etnico, geografico – ma la destra lo fa chiaramente in termini razziali almeno a livello meta cognitivo – non ricorda niente a nessuno? La disarticolazione della figura del magistrato, trasformato in un paria della società, un nemico, un ostacolo, non ricorda niente? Ipotizziamo che vinca il “Sì”: che valore può avere una riforma che ha come fondamenta l’odio, il razzismo, la furia, il culto del nemico alle porte e del traditore della patria in casa? Fermiamo questa retorica dell’orrore finché siamo in tempo.
