Un libro felicemente illegale

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Va bene. Da tempo ormai ci eravamo detti: bisogna resistere! E ogni volta lo avevamo affermato con crescente preoccupazione e determinazione. Ed era, tutto sommato, gratificante muoversi con la logica del paradigma indiziario. Grazie a Carlo Ginsburg, novelli Morelli o novelli Sherlock Holmes, ponevamo insieme le varie tessere e ci si metteva sulle tracce dell’avvelenatore. Ma ora non ci sono più dubbi sulla sua identità. Ora il fascismo non opera più sotto traccia, ma diffonde apertamente il suo veleno ovunque nelle istituzioni e nella società civile e non solo in Italia. Ora siamo entrati ufficialmente in una nuova stagione: la stagione della legalità autoritaria. Il quadro è completo, e i suoi figuranti, La Russa in testa, sono lì schierati con le loro maschere da X Mas mentre ci guardano con aria sfottente, quasi ci dicessero: ma non ve ne siete accorti prima?

Ora dunque ne abbiamo a sufficienza di indizi. Pertanto, per dirla con le parole del Lord Jim di Joseph Conrad, non è più necessario andare alla ricerca di un’“oscura verità” e disvelare la “dama velata. Ora la verità è diventata una “conoscenza inevitabile”. E ne è testimonianza e prova il volume Questo libro è illegale (Altreconomia, 2025), perché qui, alla denuncia di una legalità autoritaria si accompagnano la volontà e il diritto di ribellarsi. Per costruirne un’altra di legalità, non quella fondata sulla nozione di sicurezza come protezione dalla criminalità e dal disordine civico, erede delle tante proclamate “porte aperte” del ventennio fascista (L. Sciascia, Porte aperte, Adelphi, 1987), non la sicurezza intesa come protezione dello spazio pubblico dalle cosiddette “inciviltà” (colpevoli delle quali la triade migrante, marginale, ribelle), bensì la sicurezza dei diritti, dal diritto alla salute alla sicurezza sul posto di lavoro (Selmini).

Così, per dirne una, l’intervento repressivo nei confronti del centro sociale Askatasuna di Torino non costituisce più una tessera bensì esemplifica l’ultima dimostrazione di sprezzo per la legalità e di esibizione di forza da parte del Potere. Non si va a “sgombrare” un edificio abitato da un paio di gatti e da qualche attivista del collettivo, con centinaia di agenti in tenuta antisommossa, rispondendo, non provocati, a una manifestazione pacifica con idranti e lacrimogeni. Detto in altre parole, «non c’è stata, da parte del Governo e delle forze di polizia alcuna operazione di “ripristino della legalità”, ma la pura e ostentata ricerca dello scontro» (L. Pepino: https://vll.staging.19.coop/controcanto/2025/12/23/askatasuna-il-giorno-dopo/). Uno scontro messo in atto da una polizia che mantiene «una relazione di scambio con il potere politico» (Guadagnucci); una polizia che gode di massima ed indiscriminata protezione, fino allo “scudo penale” per gli agenti in servizio di ordine pubblico. Ed è una complicità di lungo corso se, malgrado siano trascorsi oltre 25 anni dal G8 genovese, quando un grande movimento popolare chiedeva di accantonare il neoliberismo e il mito della crescita infinita, non c’è mai stata una vera assunzione di responsabilità da parte delle forze dell’ordine per quei giorni di violenze e di orrore. Una manifestazione di un Potere cioè «che si vuole accreditato come espressione della volontà popolare e perciò non tollera né limiti, né vincoli, né controlli» (L. Ferrajoli: https://ilmanifesto.it/poteri-selvaggi-e-resistenza-costituzionale). Ecco allora i quattordici nuovi reati, le pene inasprite per almeno altri nove – di fatto la criminalizzazione di un mondo che, in larghissima misura, è espressione di marginalità sociale – previsti dalla legge del giugno 2025 con i devastanti effetti su una popolazione carceraria già provata dal sovraffollamento.

Ma questo quadro già fosco resta incompleto se non prendiamo atto che il vento dell’attuale temperie soffia sul fuoco della paura. Una paura che non è più la condizione dell’ordine bensì «la forma del disordine del mondo» (Revelli). Un ordine-disordine su cui il Potere esercita il suo dominio con tutte le armi di cui dispone. E sono tante. Ecco allora la militarizzazione: «Le forze armate sono entrate nelle scuole italiane, fanno controlli, sorveglianze, azioni coperte» (Russo Spena). Ma non solo. C’è la socializzazione all’uso delle armi, come quando si coglie l’occasione della celebrazione delle Forze Armate per insegnare ai bambini il loro uso. E ancora: nei contesti urbani, il Daspo e i fogli di via e le misure di prevenzione (Borlizzi), e poi le multe e i risarcimenti (Pepino) e le zone rosse (Scalia), formano una congerie di dispositivi che, attraverso il controllo dello spazio pubblico, attraverso la sua “sterilizzazione” (Algostino), reprimono l’azione di chiunque, soggetto individuale o collettivo, sia portatore di una richiesta di giustizia, di verità o di dissenso. E un occhio di riguardo è riservato ai giovani come ben sanno gli attivisti di Extinction Rebellion (Algostino).

Una paura che va ricondotta a una fonte, a un soggetto a cui imputarla, cioè a un nemico (Pepino). E, possibilmente, non ad un nemico qualsiasi. Affinché questa strategia abbia successo, il nemico ideale deve essere un buon nemico. Un soggetto cioè che, come aveva intuito qualche decennio fa il sociologo norvegese Nils Christie, soddisfa due condizioni: la prima, che non dispone di adeguati strumenti di difesa; la seconda, che non può contare su appoggi esterni efficaci. Cosa di meglio allora, per ristabilire l’ordine, della ricordata triade criminale, teppista, terrorista? (Lauriola). E un nemico così buono merita un diritto penale ad hoc. Ecco dunque il diritto penale del nemico, un diritto cioè che non punisce più per tipi di reato, ma per tipi di autore, un “nuovo” diritto che liquida, come con un colpo di bacchetta, il principio di uguaglianza davanti alla legge su cui è formalmente fondato il diritto penale. E allora abbiamo nuove categorie di criminali, ad esempio i migranti la cui “colpa” è «di essere sopravvissuti e soprattutto di essere troppo vivi, di permettersi di assomigliarci, di avere rispetto alla vita pretese simili alle nostre» (A. Sciurba, Salvarsi insieme, Ponte delle Grazie, 2020). Ed è breve il passo dal diritto penale del nemico alla «legittimazione anche teorica della tortura, della pena di morte (strumento di annientamento definitivo) e della pena a vita» (Pepino).

Ora c’è una novità, c’è un aggiornamento, ché la lista dei nostri buoni nemici si sta allungando, in macabra sintonia con la lista dei cosiddetti Paesi canaglia redatta da tempo dall’imperialismo statunitense, una lista dove, ultimo degli iscritti, troviamo il Venezuela. Adesso è il turno dei mussulmani. Ché l’applicazione della misura cautelare della custodia in carcere a Hannoun Mohammad Mahmoud Ahmad, responsabile dell’Associazione benefica di Solidarietà col Popolo Palestinese, e a altri otto attivisti da parte del giudice per le indagini preliminari di Genova, con l’accusa di aver «finanziato l’associazione terroristica Hamas», è l’ultima, ma non certamente definitiva, acquisizione alla lista dei buoni nemici. Un’acquisizione frutto di un coacervo di falsità e di torsioni della realtà a partire dal fatto che «gli indizi di colpevolezza a carico di Hannoun e dei suoi coimputati sono in larga misura tratti dalla documentazione trasmessa da autorità amministrative e dall’esercito israeliano […] A ben vedere, ciò che oggi è cambiato non è l’attività delle associazioni coordinate da Hamoun ma la valutazione dei giudici» (L. Pepino: https://vll.staging.19.coop/controcanto/2026/01/02/la-trasformazione-della-solidarieta-in-terrorismo/ ).

Dunque il trittico dei nemici si sta dilatando e a questa crescente repressione del conflitto non manca il contributo della stampa al servizio del Potere. Una “stampa balbettante” è stata definita, una stampa che quando deve parlare di polizia, «indossa il guanto di velluto» (Facchini). Un giudizio generoso questo, forse troppo generoso, se si pensa, ad esempio, al compatto silenzio che da più di mezzo secolo ha regnato, fino a tempi recentissimi, sulla pulizia etnica perpetrata da Israele fin dalla sua costituzione nella terra di Palestina ed alla, a dir poco, tardiva denuncia del genocidio in corso a Gaza. Va bene, non facciamo, come è doveroso, di ogni erba un fascio, ma è del tutto improprio affermare che a molta stampa odierna si adattano molto bene le parole che Mussolini pronunciò a proposito del “suo” giornalismo, e cioè che «sa come deve servire il regime: la parola d’ordine non attende giorno per giorno, l’ha nella sua coscienza»? (Facchini).

Fin qui dunque un abbozzo di inquadramento politico con l’attenzione mirata alle principali parole “che insidiano la sicurezza”. Ma faremmo torto al libro trattandolo come un cahier de doléances. Qui abbiamo un manuale che si pone «a disposizione di movimenti di attivisti e attiviste, di tutte le persone di buona volontà» (Di Sabato-Pepino) e che intende segnalare e promuovere gli “spazi di resistenza”. E gli “spazi di resistenza” ci sono, come pure le relative indicazioni, quella, ad esempio, per attuare un blocco stradale senza incorrere nella sanzione, da uno a sei anni, prevista dall’articolo 1 della legge 9 giugno 2025 (Pepino).

Una resistenza/ribellione che rinvia a delle buone pratiche: al mutualismo (Di Sabato), alla disobbedienza (Pazé), al boicottaggio (Dogliotti). Pratiche attraversate, nella loro dimensione collettiva, da un comune filo rosso: la solidarietà. Pratiche che si contaminano come nel caso di Carloforte, la cittadina sarda dove l’accoglienza di una giovane palestinese di Gaza con una protesi “al posto della gamba che Israele le ha portato via mirandola da vicino’’ innesca un processo di mobilitazione dell’intera comunità, trasversale a tutti gli strati sociali (https://vll.staging.19.coop/controcanto/2026/01/02/la-trasformazione-della-solidarieta-in-terrorismo ). È il recupero della solidarietà su cui si fonda il mutualismo, inteso come un ritorno ai valori originali, quando cioè «i lavoratori mettevano insieme parte delle loro risorse per ridistribuirle al momento del bisogno» (Di Sabato). Un ritorno a un modello di socialità condivisa basato sulla centralità della fiducia, il farmaco che può lenire le lacerazioni del tessuto sociale.

E poi c’è la disobbedienza (Pazé). Pratica che vanta, come è noto, ascendenze antiche. È la disobbedienza di Antigone la quale, in nome dei “valori universali ed eterni, viola la legge di Tebe che vieta il seppellimento dei corpi dei traditori, nel caso specifico del fratello Polinice. È la disobbedienza di Rose Parks, la giovane afroamericana che a Montgomery (Alabama) il 1 dicembre 1955 rifiuta di lasciare il posto che occupa nella zona dell’autobus riservata ai bianchi; è la disobbedienza di Danilo Dolci che si pone a capo dei braccianti di Partinico per andare a lavorare una strazzera, una strada comunale nei pressi di Partinico lasciata alle incurie del tempo. Per non parlare delle decine di migliaia di reclute che, nell’Europa delle due guerre mondiali, decisero d incrociare le braccia. E gli esempi si potrebbero moltiplicare, tra i quali, il più attuale è quello degli obiettori di coscienza israeliani, i refusnik.

Si può infine lottare contro il Potere ricorrendo al boicottaggio. Un metodo di lotta che si propone di “sottrarre consenso a livello politico o danneggiare a livello economico persone, aziende, istituzioni responsabili di comportamenti illegittimi” (Dogliotti). E anche qui gli esempi non mancano. Si va dalla lotta non violenta condotta da Gandhi contro il colonialismo britannico, alle campagne contro il sistema segregazionista sudafricano, alle più recenti azioni del BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni), in risposta all’appello del 2005 da parte delle organizzazioni della società civile palestinese. È la loro richiesta di lottare contro l’apartheid, il colonialismo di insediamento e l’occupazione della loro terra praticati da Israele. Oggi molte cose sono cambiate ché un conto è boicottare il Sudafrica (decisione assunta dalla Comunità europea a metà degli anni ottanta del secolo scorso), un altro conto è boicottare Israele. Noi oggi, la Comunità europea, noi l’Italia, a eccezione della Spagna e della Slovenia, continuiamo a esportare armi in quel Paese come se non fosse in corso un genocidio. Francia e Germania si fanno più scrupoli e hanno perciò deciso di ridurre le esportazioni: meno armi meno genocidio.

Oggi, questo spettro di pratiche a difesa dei diritti è più attuale che mai. Abbiamo almeno due prossimi appuntamenti. Penso al progetto di legge n. 1722/Senato, d’iniziativa del sen. Delrio e altri, che introduce l’equiparazione tra antisemitismo e antisionismo e al progetto di legge n. 1627/S d’iniziativa del senatore Gasparri, che criminalizza le «manifestazioni di antisionismo» e la «negazione del diritto all’esistenza dello Stato di Israele». Infine una nota a margine, forse una ripetizione. Questo libro felicemente illegale ci invita a batterci per un nuovo ordine, un ordine fondato sul conflitto, perché il conflitto «riporta sulla scena la lotta per l’emancipazione, consente l’espressione dei subalterni, degli oppressi, ne riconosce l’esistenza e la legittimazione a lottare per la propria dignità e per l’autodeterminazione» (Algostino). Accogliamolo questo invito.

Gli autori

Amedeo Cottino

Amedeo Cottino è stato professore di Sociologia presso le Università di Umeaa (Svezia) e di Torino. Si è occupato di diritto internazionale umanitario in qualità di esperto della Croce Rossa Internazionale. Ha scritto sul lavoro nero nell'edilizia e sulla criminalità dei colletti bianchi.

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