Pasolini è nel nostro tempo

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Gli anniversari sono spesso rituali e inutilmente celebrativi. Non così quello dei 50 anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini che, proprio come il personaggio, è stato sfaccettato, contraddittorio, divisivo, ma utile ad attivare confronti approfonditi sulle analisi e sulle provocazioni culturali e politiche di uno degli intellettuali più lucidi e innovativi della seconda metà del Novecento. Pasolini ha inevitabilmente provocato anche Volere la Luna che già gli ha dedicato alcuni articoli. Altri seguiranno nei prossimi giorni per confluire, infine, in una apposita TALPA. (la redazione)

Pier Paolo Pasolini non ha bisogno di essere ricordato celebrativamente: ma soprattutto ha diritto a non essere sfregiato. Proverò a parlarne da un angolo prospettico particolare: politico e sentimentale insieme (lui può, con lui si può).

Basta, per favore, con la cieca e sorda citazione di Pasolini a ogni manifestazione, con l’inaccettabile ipocrisia della lacrima che mortifica le forze di polizia e i cittadini. Le manifestazioni pubbliche possono essere segnate da minoritarie violenze, temuti e reali abusi di polizia, polemiche sulla “piazza”; possono attivare letture differenti del diritto di “riunirsi pacificamente e senz’armi” scolpito nella Costituzione. È vero, possono sembrare questioni solo giuridiche, ma bisogna comunque imparare a leggere la realtà: se serve anche con l’aiuto dell’arte, della letteratura e persino della poesia, a fianco dell’abitudine dei giuristi di associare razionalmente le parole. In molte occasioni ci si appella a ciò che Pasolini scrisse dopo gli scontri avvenuti tra studenti e polizia il 1° marzo 1968 a Roma, nella zona di Valle Giulia (un bel luogo romano, tra le propaggini di Villa Borghese e la Galleria nazionale d’arte moderna, singolarmente inadatto sia alla guerriglia urbana che al suo contrasto, come allora si imparò). Si va dal minimo della generica citazione illetterata, di chi nemmeno ha mai letto la poesia, al massimo della citazione di alcuni versi estrapolati da un’opera lunga e complessa.

I versi su cui si finge di discutere e invece stancamente ci si adagia, sono: «Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte / coi poliziotti / io simpatizzavo coi poliziotti / Perché i poliziotti sono figli di poveri». Vengono sbandierati, quei pochi versi, estraendoli da un lungo testo intitolato “Il PCI ai giovani!”, dunque tutt’altro, in quegli anni, che un generico esercizio di scrittura pro-manganelli o pro-camionette. E, con questa estrapolazione e con la sua interpretazione sommaria, si compie e si perpetua quello che Pasolini definì, in un’intervista televisiva a Settimo giorno, nel 1974, “un atto proditorio”. Doppiamente proditorio, come già ebbe modo di chiarire in un incontro pubblico a Torino il 29 novembre del 1968, perché il testo, pubblicato su L’Espresso, diventato “consumo di massa”, per dirla con le parole del poeta, era invece destinato alla rivista letteraria Nuovi Argomenti e puntava all’apertura di un dibattito politico sul movimento degli studenti. La riflessione poetica è ampia, articolata, sottile, anti-veggente, come tutto il pensiero di Pasolini. La sua richiesta di discussione con il movimento studentesco era sulla prospettiva politica di quelle manifestazioni; il suo timore era quello di veder coltivare da quei giovani – lo scrive potentemente in alcuni versi – la sola coscienza dei diritti individuali e l’aspirazione alla vittoria e con essa al potere: «Inebriati dalla vittoria contro i giovanotti / della polizia costretti dalla povertà a essere servi, / […] / mettete da parte l’unico strumento davvero pericoloso / per combattere contro i vostri padri: / ossia il comunismo».

C’è spesso, in Pasolini, la coazione a ri-proclamare la sua adesione ideale al Partito comunista: ma in questo caso dobbiamo trarne l’essenziale, cioè l’invito alla sobrietà disciplinata, a un percorso consapevole e di lunga lena verso la conquista di una maggiore libertà e dignità per tutti gli esseri umani. Quel contesto tipico della militanza che troviamo splendidamente descritto nel romanzo di Guido Morselli Il comunista. Profetico è da considerare, ancora una volta, Pasolini, pensando ai percorsi personali di molti dei leader e alla traduzione (o declino) in individualismo post-liberale di molte delle parole d’ordine di quella stagione. Quanto alla piazza, e all’uso della forza, Pasolini – in quell’incontro di Torino – non esita a definire i poliziotti dei “sicari del potere”: che però non serve semplicemente escludere e additare all’odio. Perché essi sono elementi di un potere complesso e da decodificare: dunque, la loro condotta si deve «capirla, discuterla, analizzarla, non avere un atteggiamento razzistico di rifiuto e di esclusione». Un atteggiamento di rifiuto ed esclusione albergava semmai nei confronti di Pasolini, se pensiamo che il questore di Roma negò reiteratamente per motivi di ordine pubblico la possibilità di una commemorazione sul luogo dell’assassinio nel primo anniversario, chiesta dal Partito radicale; e che, pochi giorni dopo l’assassinio, un deputato della Democrazia cristiana chiese, con un’interrogazione parlamentare, un’indagine patrimoniale post mortem contro di lui.

Ma altre suggestioni, non limitate a quei pochi versi proditoriamente ancora oggi citati, Pasolini ci offre. Si potrebbe dire che egli temesse una piazza fatta della somma di individualità dei “contro”, amando invece l’idea di una comunità realizzata da individui che rinunciano a qualcosa di sé destinandosi a un’impresa collettiva, quella comunità che egli vede nel Partito che allarga i suoi confini. Ma che altro non è che la filigrana dei primi quattro articoli della Costituzione, nei quali il compromesso altissimo realizzatosi nell’Assemblea Costituente scolpisce la rinuncia all’individualismo cieco come pilastro della società democratica. E, con esso, il lavoro come fondamento della Repubblica e come strumento di necessario concorso al progresso sociale. E, ancora, la solidarietà e la vita nelle formazioni sociali come dovere e momento essenziale di realizzazione della personalità; l’eguaglianza sostanziale come moto collettivo repubblicano.

In questa prospettiva non si può dimenticare il ragionamento generale di Pasolini sul malessere sociale che accompagna il ’68 in Italia: stagione che diventa strada impervia – e per taluni aspetti perversa – di un accesso alla modernità alla fine destinato a produrre la drammatica mutazione antropologica intravista e prevista nei dialoghi su Vie Nuove all’inizio degli anni ’60 e scandagliata nei suoi ultimi scritti. Visto dall’altro versante, quello del potere, il viaggio che si può immaginare è quello verso un esercizio del potere rispettoso delle infinite diversità, lieve, non abusante in nome della proclamata necessità di sé. È un ulteriore aspetto del valore della persona che Pasolini offre, in un altro contesto, nel suo cinema di poesia: è un messaggio in più, da cogliere e da discutere nella rassegna dei volti dei fermati dalla polizia in Accattone (che Nico Naldini definisce, non a caso, “film di fisionomie”), ma anche nei piani di ripresa de La commare secca, la gemma che Pier Paolo Pasolini regalò all’esordiente Bernardo Bertolucci. L’esercizio della coazione che il diritto consente ai legittimi detentori della forza – ci dicono quelle opere – è sempre esposto al rischio dell’eccesso; e la rottura finale degli argini democratici produce il “fascismo concreto” esercitato sui corpi di Salò.

In un ulteriore piano narrativo l’uniforme dei corpi armati diventa manifestazione massima di omogeneità esteriore; la fisionomia manifestazione massima delle diversità interiori. Sintomaticamente nell’ultima conversazione con Furio Colombo, parlando del delitto del Circeo, dice che i pariolini assassini «cercavano disperatamente una divisa … un ordine, una ragione, un’idea per dare senso al loro massacro». Con la sua poesia, Pier Paolo Pasolini toglie invece ai poliziotti schierati a Valle Giulia loro le uniformi e a ciascuno di essi regala una fisionomia: «il loro modo di esser stati bambini e ragazzi / le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui / … / la madre incallita come un facchino, o tenera / per qualche malattia, come un uccellino; / i tanti fratelli; la casupola / tra gli orti con la salvia rossa». E così va oltre, in positivo; ma, come sempre, senza fare sconti a nessuno: in fondo uno dei poliziotti di Valle Giulia avrebbe potuto essere stato quello «sbracato come un guappo» che non capiva la pietà e la vietava a coloro che volevano portarla a Zucchetto, morto sulla strada e «a chi s’accostava troppo gridava “fuori dai coglioni!”» (A un Papa, 1959).

La pigra citazione rinnova il torto al poeta, che con chiarezza allora diceva: «portato in un rotocalco, rotolato attraverso i media, è rimasto un solo concetto, che ha alienato il mio prodotto: io sono con i poliziotti, tutto lì ..!». E non è affatto tutto lì. Pasolini ci invita invece a osare ciò che è più difficile ai nostri occhi contemporanei: chiedere che i partecipanti ai movimenti politici e sociali rinuncino alle individualità per assumere coscienza e dimensione realmente collettiva; e che i componenti dei corpi dello Stato legittimi detentori della forza rimangano utilmente critici, sapendosi cittadini tra i cittadini, non falange contro alcuni. Non dunque le polizie uniformate, forti del loro schieramento militare, categorizzanti e stigmatizzanti presunti “schieramenti” opposti: lo straniero, il tifoso, il sovversivo, il manifestante, lo studente, il rompipalle (quello a cui impedire un gesto umano cacciandolo “fuori dai coglioni”).

Abbiamo accennato al lavoro che tra il 1960 e il 1965 Pier Paolo Pasolini svolge sul settimanale Vie Nuove, dove tiene una rubrica di “dialoghi” con i lettori, che ancor oggi fornisce spunti culturali e politici preziosi sugli avvenimenti dell’epoca ma anche sull’evoluzione della sua opera. Basti pensare ai dialoghi con i lettori a proposito de Le ceneri di Gramsci, e alla discussione sulle opere cinematografiche di Pasolini, che proprio su Vie Nuove, tra l’aprile e il maggio 1965, di fatto scrive il canovaccio di Uccellacci e uccellini. E ancora le prese di posizione sulla lingua, sulla religione, sulle questioni internazionali. I lettori che gli scrivono da tutta Italia sono lo spaccato di un Paese che vuole comprendere, studiare, crescere: operai, insegnanti, molte donne. Come scrive Michele Serra a proposito delle sezioni di partito negli anni Settanta: «Toglietevi il cappello davanti a quei muti che provarono a parlare, quei ciechi che provarono a guardare»; e tra loro, lo sappiamo, Tommaso, nella sezione del Pci di Pietralata, in Una vita violenta. Gli interpreti reali di quello che Giacomo Matteotti aveva detto con disarmante semplicità: «il più è costruire e preparare il socialismo dentro di noi».

Lo stile e il tono di Pasolini nelle risposte su Vie Nuove non sono mai compiacenti. C’è una durezza critica rivolta innanzitutto a se stesso ma che non risparmia gli interlocutori che puntano alla semplificazione. E già questo atteggiamento antisemplificatorio va visto come un’anticipazione della reazione possibile a un problema epocale dei giorni nostri. Che le si voglia chiamare “profezie” o con un altro nome meno impegnativo, vi è, nel giugno 1965, un serrato dialogo con un lettore di Parma, Lamberto Guidotti, in cui Pasolini ci consente di leggere criticamente avvenimenti di decenni successivi. Avviene quando (sorprendentemente per un’impostazione significativamente ideologica) individua uno degli elementi di crisi della sinistra nel venir meno di un fattore emotivo: «È indubbio che i tempi sono cambiati. Fino a qualche anno fa c’era tutto un sistema di allusioni, di riferimenti comuni, che rendeva significativa anche una frase in sé banale, e magari anche retorica. Ora quella serie di allusioni e di riferimenti (in una parola l’ontologia e l’escatologia della “Speranza”) è scaduta. Quel tanto di irrazionale che essa implicava ha dunque perso la sua vitalità. Non si può più fare affidamento su quel fondo di forte, di fraterno e di esaltante che c’è in una comune fede politica». E di fronte alla replica del lettore, che nega che sia venuta meno la spinta ideale che ha animato le lotte e l’azione dei comunisti, semmai diventando un’azione più cosciente e meno emotiva, Pasolini vede un’evoluzione in cui il Pci – anche a causa di quello smarrimento di emozioni comuni – viene costretto in una posizione marginale, mentre il centro della scena viene occupato dalla lotta tra un possibile laburismo e un nascente conservatorismo. Se il primo è un’evoluzione del centro-sinistra, accompagnato dai tentativi di dialogo organico con i cattolici, il secondo è descritto puntualmente come «liberalismo milanese del neo-capitalismo». È il 2008 quando si confrontano alle elezioni politiche il veltronismo e il berlusconismo, in una fase intermedia della realizzazione dello scenario complessivamente neocapitalistico che l’intellettuale era riuscito ad antivedere. Uno scenario “produttivista senz’anima” acutamente intuito da Guido Morselli, nel Comunista che abbiamo citato, che fa dire a Walter Ferranini, il protagonista, in un dialogo con Pietro Nenni: «Quello che va evitato non è il produttivismo: è il particolarismo, ossia l’interesse non come fatto solidale dell’organismo collettivo ma come profitto (e vanità) del singolo individuo. Il nemico numero uno […] in tutte le espressioni del socialismo è questo. Il particolarismo, il personalismo».

Perché si realizzasse lo scenario neocapitalistico previsto da Pasolini era stato necessario passare attraverso l’equivoco gigantesco secondo cui il marxismo, anche nelle sue significative varianti gramsciana, terzomondista, delle famiglie socialiste, fosse morto con l’abbattimento del muro di Berlino e la decadenza finale dell’Unione Sovietica. Un effetto domino che ha intaccato anche il socialismo democratico, sino a escludere dal vocabolario politico corrente i termini che lo designano. Emanuele Macaluso ricorda che Gerardo Chiaromonte, di ritorno da un congresso dell’Spd tedesca, gli aveva raccontato che quel che più di altro l’aveva colpito era l’addobbo della sala in cui si svolgeva il congresso: tanti drappi rossi e immagini di Marx, Engels, Kautsky, Rosa Luxemburg. Un partito che da tempo aveva compiuto la grande svolta di Bad Godesberg non cancellava il suo passato, il suo a volte drammatico cammino: le sue emozioni.

Affermava Pasolini in un intervento su Vie Nuove del 12 agosto 1965: «È dentro il marxismo che si risolve la sua crisi, attraverso l’acquisizione critica di nuovi dati della realtà e la concezione di nuovi metodi di lotta, per dirla con parole molto semplici». Una “realtà imprevista” – come la definisce Pasolini – si stava affacciando nella società italiana. Ma il “lavoro della politica” è per l’appunto la ricerca di nuovi strumenti e la definizione di nuovi obiettivi di fronte al sorgere di nuove realtà: avendo ben saldi dei riferimenti teorici generali, delle chiavi solide di lettura complessiva della realtà, antica e nuova: ma anche quella comunione emotiva e di simboli, il «sistema di allusioni, di riferimenti comuni» di cui parla Pasolini, che crea le comunità. Il finale di partita lo abbiamo sotto gli occhi: partiti e movimenti deideologizzati che vivono di slogan semplificatori, che si presentano a livello nazionale come “contendibili” in un continuo frullatore di leadership, mentre nelle realtà locali diventano l’habitat di un piccolo cabotaggio di consenso. Esiste una possibile alternativa? Non certo un ritorno puro e semplice, da macchina del tempo, all’ideologia pura.

Un’immaginabile vita parallela a quella di Pier Paolo Pasolini, è la vita di Rocco Scotellaro, interrotta dalla prematura scomparsa dello scrittore lucano; il quale suggerisce una possibilità, quando, parlando di un dialogo sulla politica con uno scettico e qualunquista carcerato suo interlocutore, dice: «il mondo nuovo che si sentiva nelle parole che mi venivano da dire era nel cuore di tutti, anche nel suo». È il mondo nuovo che Scotellaro convintamente porta in sé a convincere gli altri attraverso le parole. Parole che hanno valore e peso, capaci di provocare emozioni non superficiali, che rendono possibile descrivere un “mondo nuovo” immaginato dalle idee, reso realizzabile dalla politica. Quando Pier Paolo Pasolini comunica ai giovani di Valle Giulia il timore di vederli «con occhio cattivo … paurosi, incerti, disperati» eppure capaci di essere nello stesso tempo «prepotenti, ricattatori e sicuri», egli percepisce e descrive, attraverso i decenni, come se ci fosse contemporaneo, l’idiota “urlo contro” dei compulsivi del Web e la piazza individualistica, che non si propone come consapevole manifestazione collettiva ma come somma di individui, che vogliono essere belli, colorati, farsi il selfie e magari mettersi in vista di telecamera.

Molti oggi si chiedono che cosa direbbe Pasolini del nostro mondo contemporaneo. La risposta è semplice: ce lo ha già detto. Pier Paolo Pasolini parla al nostro tempo, parla nel nostro tempo, è nel nostro tempo.

Gli autori

Giuseppe Battarino

Giuseppe Battarino è stato magistrato per trentadue anni e ha collaborato in due legislature con la Commissione parlamentare d’inchiesta sulle ecomafie; ha insegnato diritto processuale penale nell’Università dell’Insubria, coordina iniziative di divulgazione della Costituzione ai cittadini, è presidente del Comitato comasco per il centenario di Matteotti.

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