«Forse i film non riescono a cambiare le cose, ma magari riescono a farcele guardare». L’aveva detto Elio Germano ai David di Donatello 2024, ritirando il premio come miglior attore non protagonista in Palazzina Laf, esordio registico di Michele Riondino dedicato al tema del mobbing. Una riflessione che funziona per parecchi film di questa edizione della Mostra del Cinema di Venezia, nella quale l’occhio della cinepresa si è aperto su molti problemi non nuovi ma perennemente irrisolti, con i quali purtroppo conviviamo come con il classico elefante nella stanza. Si va dalla minaccia atomica di A House of Dynamite di Kathryn Bigelow al fine vita di La grazia di Paolo Sorrentino, dalla catastrofe ambientale di Bugonia di Yorgos Lanthimos al lavoro – perso, precario, nero – al centro di due film: il francese À pied d’oeuvre di Valerie Donzelli (premiato per la miglior sceneggiatura) e il sudcoreano No other choice di Park Chan-wook.
Ma il tema più attuale e controverso è sicuramente il genocidio in atto nella Striscia di Gaza, oggetto del film The voice of Hind Rajab della regista tunisina Kaouther Ben Hania, che mette in scena una tragica storia vera: l’impossibile salvataggio di una bambina di cinque anni ferita e intrappolata in un’auto sotto attacco israeliano a Gaza, che chiede aiuto al telefono ai volontari della Mezzaluna Rossa, mentre un’ambulanza tenta di attraversare la zona assediata dall’esercito israeliano per soccorrerla. La scelta – sicuramente molto forte e che è stata discussa dal punto di vista etico – di inserire nel film la registrazione della vera voce della bambina che implorava aiuto, all’interno di una ricostruzione ovviamente finzionale della vicenda, lo ha reso una bomba emotiva che ha travolto pubblico e critica e che ha reso pressoché obbligato un riconoscimento. La giuria ha assegnato a questo film solo il Leone d’argento gran premio della giuria, mentre ha preferito assegnare il Leone d’oro a Father mother sister brother (un film a episodi che mette in scena tre famiglie disfunzionali) di Jim Jarmusch, sicuramente un cineasta molto nelle corde del presidente di giuria, il regista americano Alexander Payne. Resta comunque il fatto che aver inserito nel concorso questo film ha permesso alla Biennale di non eludere le voci che dal mondo del cinema e dalla società civile si sono levate per la Palestina, tanto più perché l’assegnazione del gran premio ha significato anche offrire alla regista vincitrice la possibilità di pronunciare da un palco così importante un discorso molto lucido e molto duro sul genocidio in corso.
Ma attenzione: la scelta della Biennale è caduta non a caso su un’opera che – seppure franco-tunisina – è forte del sostegno di Hollywood, avendo come produttori esecutivi non solo le superstar Joaquin Phoenix e Brad Pitt, ma anche i registi Alfonso Cuaron e Jonathan Glazer, autore del film sull’Olocausto La zona di interesse (miglior film straniero agli Oscar 2024). Phoenix e la moglie Rooney Mara sono addirittura venuti al Lido per sostenere il film, che è anche già stato selezionato come candidato tunisino agli Oscar.
Di fronte alle polemiche che hanno imperversato sulla stampa nei giorni della Mostra riguardo alla posizione su Gaza dei protagonisti del cinema italiano, verrebbe da dire che ciò che manca e che fa la differenza non è tanto il coraggio quanto il potere: tra i nostri cineasti, tra attori e attrici, chi ha l’importanza, l’autorità e anche il potere contrattuale ed economico di Joaquin Phoenix o di Brad Pitt? Perché più che firmando appelli, il cinema può fare la differenza con il cinema stesso, girando o sostenendo dei film che mostrino al mondo quello che il mondo preferirebbe non vedere. Probabilmente nel cinema italiano uno dei pochi che tenta di fare questo, pur senza avere il potere di una star hollywoodiana ma con artigianale pervicacia, è Michele Riondino, che non solo è attivo come cittadino (è tra i fondatori del comitato Cittadini e lavoratori liberi e pensanti di Taranto), ma che con Palazzina Laf ha saputo appunto portare al centro del discorso cinematografico il tema del lavoro, del mobbing, della distruzione dell’ambiente per il profitto. E questo dà tutt’altro peso a gesti dimostrativi come mostrare una bandiera a favore di fotografi o partecipare a una manifestazione, cose che Riondino come altri ha fatto durante questa Mostra ma che nel caso suo (e di quanti altri?) sono solo la superficie di qualcosa di ben più profondo.
